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Cavalluzzi-Rubini-Starnone
Il cattivo soggetto



Descrizione:

Il cattivo soggetto è don Lucio, prete in crisi mistica.
O forse Mimì Festa, irresistibile farabutto.
Di certo non Odette, incantevole cantante.
Il cattivo soggetto è anche la vita che mescola continuamente il Bene dubbioso e fragile e il Male furbo, che assolve e si autoassolve. È chiesa, prete, bandito, sangue: si guarda scrittura, si vedono mondi.
 
Attraverso un campionario di personaggi, con un ritmo cinematografico, questa commedia gioca continuamente tra il grottesco e il giallo incalzando il lettore con una serie di situazioni a volte comiche, a volte commoventi, sempre avvincenti.
La storia è quella di un uomo del Sud, Mimì Festa, che scappa da un passato nero e da una famiglia di malviventi che lo vogliono ammazzare. Nella sua fuga incontrerà il prete di una piccola e tranquilla contrada, diventerà suo amico, ritroverà una donna e suo figlio e dovrà fare i conti con un’umanità che fino a poco prima sentiva estranea.

Argomento: Narrativa

Collana:
Pretesti

Anno 2009, 104 pagine - € 13,00 - ISBN: 978-88-6266-166-9

Approfondimenti
Carla Cavalluzzi ha curato la sceneggiatura di numerosi film. Tra i suoi script più popolari: Colpo d’occhio, La terra, L’anima gemella e L’amore ritorna.
Sergio Rubini è attore, sceneggiatore e regista cinematografico tra i più acclamati dalla critica italiana.
Domenico Starnone è scrittore, passato dall’insegnamento al giornalismo alla letteratura e, infine, alla sceneggiatura.
È fra i maggiori scrittori italiani contemporanei (i suoi romanzi sono editi da Feltrinelli) ed è autore di numerose sceneggiature.


INCIPIT

All’inizio pare tutto sereno. C’è il profilo azzurrino delle montagne che, come un bavero alzato, circondano una grande vallata. C’è la luce calda del tardo pomeriggio che gioca con tutte le tonalità del giallo del grano non ancora raccolto. Ci sono le cicale che spaccano i timpani.
Ma già quando si leva un coro piuttosto stonato e comincia a venir su per la collina una processione, le cose cominciano a diventare come in uno stagno quando ci buttate un sasso.
I fedeli stanno portando sulle spalle un piccolo altarino addobbato di fiori con al centro la statua di Maria Vergine. È gente del posto, gente perbene: contadini e artigiani, il sindaco, il dottore, persino il tenente dei carabinieri in grande uniforme e qualche lavoratore straniero che ormai fa parte della comunità. Alcuni, i più partecipi, i più ispirati, camminano scalzi. Molte donne coprono il capo con il velo, ben coniugate e mal coniugate, nubili e prossime al matrimonio. Niente di che, insomma. Ma il sacerdote che guida la processione, quello sì che ha qualcosa che non va.
È un uomo sotto i quaranta, vestito con l’abito talare da cerimonia, la barba lunga e lo sguardo di chi sta annegando. Se uno gli spaccasse la testa in due e ci guardasse dentro, si accorgerebbe che, proprio mentre tesse le lodi del suo Dio, ci sta litigando.


Il peggio comunque è altrove. Per rendersene conto basta spostare lo sguardo sulla macchina che si inerpica ad alta velocità lungo i tornanti della collina tutta a grano.
Alla guida c’è un tipo sulla cinquantina, un vestito primaverile color crema, il volto segnato da veleni vari: sigarette, alcol, donne e chissà cos’altro. È vestito con una certa cura ma un po’ cafone. Porta in testa un panama e si capisce che a quel cappello ci tiene, forse crede di fare una gran bella figura.
Che tipo è?
Mah.
L’espressione per adesso è indecifrabile. A una certa dissolutezza malvagia degli occhi associa, incongruamente, una sincera accattivante fragilità da agnello sacrificale. Di sicuro non se la passa molto bene, in questo momento: è spaventato, borbotta a ogni curva pericolosa non bestemmie ma una specie di rissoso e tuttavia supplice elenco di santi; una litania a fior di labbro che suona tipo: ma tu guarda – San Michele Arcangelo – come cazzo doveva andare a finire; ma tu pensa – San Giovanni Battista – con che stronzi io me la devo vedere; Padreterno, Padreterno, che ho fatto di male.
Però non sembra disperato. Pare uno di quelli che una soluzione la trovano sempre, anche quando tutto si mette male. E tutto certamente si sta mettendo male. È inseguito. Tre macchine, un tornante più sotto, cercano di guadagnare terreno. Ma lui guida bene e mantiene un piccolo vantaggio. Vantaggio che aumenta quando si butta per una stradina in salita che attraversa il bosco. La strada si fa sempre più accidentata. Una curva presa male fa volare la vettura fuori strada. Grande tonfo. Tutto tace.

Sugli inseguitori c’è poco da discutere. Hanno evidenti facce da galera e sono armati. Poiché la macchina dell’inseguito non si vede e non si sente più, le auto ora avanzano lentamente, gli occupanti spiano il bosco.
Poi la vettura in coda inchioda, strombazza, fa marcia indietro e va a fermarsi ai margini della scarpata. Lo stesso fanno subito dopo le altre. Due uomini grossi, decisi, che parlano con ferocia un qualche dialetto meridionale strettissimo, scendono dall’auto armi in pugno e dal ciglio della strada vedono di sotto, seminascosto nella selva, il veicolo capovolto. Vanno a controllare mentre altri uomini armati sorvegliano la strada.
La macchina è un rottame, del guidatore nessuna traccia. I due frugano intorno, niente. Poi un rintocco lungo di campane gli fa alzare la testa al cielo. Indicano agli altri, come bambini che hanno visto dove sono nascoste le caramelle, il campanile di una chiesetta di montagna.

Lo scampanio sta segnalando l’arrivo della processione e infatti il gruppo di fedeli con la Madonna in spalla ha raggiunto la chiesa. Uomini e donne depongono la Vergine davanti all’altare mentre continuano preghiere e canti e il prete impartisce svogliatamente le sue benedizioni.
Il rito giunge al termine, i devoti vanno via dirigendosi chi alla volta del paese, chi verso le case intorno, chi verso la fermata della corriera. Pochi si attardano col prete: don Lucio di qua, don Lucio di là. Il prete ascolta ma tagliando corto. Una coppia deve celebrare a giorni il suo matrimonio, una donna con due gemellini pestiferi vuole sapere se l’asilo riaprirà. Le parole di don Lucio sono scabre, con qualche sarcasmo: per il matrimonio è tutto a posto, Dio nell’alto dei cieli non si preoccupa d’altro; quanto all’asilo, il Comune è in ritardo coi permessi, ha tante cose più importanti da fare, pure in terra le priorità di chi comanda sono spesso fondate su criteri imperscrutabili.
«Vero, Muta?»
 Anche l’anziana perpetua, detta Muta perché parla troppo, è mandata via senza troppi complimenti. Il suo dovere l’ha fatto, ha preparato la cena (filetto d’asino, buonissimo), ha pulito e lustrato, può andarsene a casa.
«Quant’è grezzo quest’uomo» spettegola Muta per strada parlando malissimo del prete con la madre dei gemellini. «È un ragazzo così scorbutico» dice, «e poi lo senti come parla, gnegnè gnegnè, questi dell’Altitalia chi li capisce. Tutto il contrario di don Galeno che sì, forse gli piacevano le femmine e sicuramente beveva, ma almeno ci potevi scambiare due parole. Questo mamma mia com’è affliggente».
«Ha le sue ragioni.»
«Sarà ma non mi deve affliggere a me!»
E mentre pronuncia stizzosamente questa frase, ecco le tre auto che vengono su a velocità sostenuta. La perpetua, la madre dei gemelli e anche i gemelli si girano a guardarle con curiosità.
«Sarà gente che ha urgenza di pregare.»
Muta fa cenno di sì in modo ispirato:
«Quando il Signore chiama, non puoi dire aspetta, mi devo prendere un caffè.»
Le due donne entrano nel bosco e calano a valle per una scorciatoia. Muta ha già ripreso a dir male di don Lucio.



Recensioni

05/01/2010   Giornale di Brescia

Un film in testa

«Ti sei fatto un film nella tua testa» è frase fatta che potrà, d’ora in avanti, avere accezione non negativa. Perché è esattamente quello che vogliono Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini e Domenico Starnone, autori del romanzo «Il cattivo soggetto».
 
Il prete... bresciano e l’irresistibile farabutto
Il titolo è già una chiave che apre più porte, un gioco arguto e (auto)ironico. Perché potrebbe riferirsi all’uno o all’altro dei due protagonisti: don Lucio, prete spedito (proprio) da Brescia al Sud, dove le cicale spaccano i timpani, ed in piena crisi sacerdotale (tanto da avere la lettera di abbandono dei voti in tasca) dopo che alcuni bambini sono morti nell’incendio dell’asilo da lui messo in piedi (soprattutto per i figli dei più disagiati); o Mimì Festa, «irresistibile farabutto», capace sia di violenza ferina sia di slanci impensabili, con la coazione alla menzogna ma anche l’innata capacità di conquistare il prossimo.
Insomma: «il Bene dubbioso e fragile» e «il Male che assolve e si autoassolve», in un continuo alternarsi e rovesciarsi di ruoli.
Ma «cattivo» - nel senso di non sufficientemente persuasivo, agli occhi di chi il lavoro l’aveva commissionato – è risultato anche il soggetto (basato su queste due figure) proposto per un film. Non sono bastati, cioè, l’attore e regista tra i più apprezzati – Sergio Rubini, appunto (oggi fresco di festeggiamenti per i suoi 50 anni di età) - e lo scrittore di fama, Starnone, per arrivare a trarne effettivamente una sceneggiatura e un lungometraggio.
Eppure, agli autori questo loro soggetto tanto cattivo non sembrava. E non hanno voluto restare «gli unici spettatori di un film che non si vedrà».
Esiste - si sono detti - «lo schermo segretissimo della testa. Si guarda scrittura, si vedono mondi». E questo «a tutt’oggi resta non solo il cinema più economico che abbiamo, ma anche quello tecnicamente più avanzato».
Lo scheletro iniziale, così, è divenuto il corpo pulsante di un libro, ora edito da Manni (104 pagine, 13 euro, www. mannieditori.it). E il corpo ha sangue e carne, anima ed emozioni. Può dunque provare piacere e dolore, la paura e le molteplici forme di turbamento.
Per una storia dove si odono spari, si guardano processioni, si ascoltano confessioni; ma, soprattutto, si seguono pensieri.
 
Il Buono e il Cattivo (anche se...)
Il film, nella testa, te lo figuri davvero, con alcuni dei canoni da... normale soggetto cinematografico: l’uomo inseguito, la bella donna che appare e scompagina dinamiche ed equilibri (qui è la cantante Odette, già Reginetta dello scoglio), il momento della tragedia e quello in cui ci si rimbocca, con entusiasmo, le maniche. E la scrittura ha mantenuto una struttura da sintesi per immagini (il che rende questo romanzo anche estremamente originale). Ma, poi, quello dei (continui) colpi di scena non è più l’artificio (o l’obbligo) del mestiere bensì il mezzo con il quale si sfaccettano figure, si disvelano dinamiche interiori non schematiche, si rompe la dicotomia tra il Buono e il Cattivo. Il Buono ha pensieri che potrebbero essere giudicati cattivi (anche se...). Il Cattivo è spesso colui che deve mostrare al Buono quanto di buono ancora conserva (ma poi...).
In ogni caso, ammesso e non concesso che cattivo fosse il soggetto, nella forma romanzata è diventato proprio buono.
13/02/2010   Corriere del Mezzogiorno - Bari

L'intreccio senza il film, di Enzo Mansueto

Spesso capita di sentire, purtroppo: «Non ho letto il libro, ma ho visto il film». E qui scriviamo «purtroppo» non per sostenere l’aulica superiorità del letterario sul cinema, ma per ravvisare la frettolosa confusione di codici in certi impreparati lettori/spettatori. Questa volta, finalmente, qualcuno potrà dire: «ho letto il libro, ma non ho visto il film». Perché il film non esiste. «Che novità! Da quanti libri non è mai stato tratto un film?». Sì, certo. Ma questo che abbiamo tra le mani è un soggetto nato per il cinema e finito sulla pagina: un cattivo soggetto?
Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini e Domenico Starnone avevano buttato giù un soggetto, Il cattivo soggetto, ma i produttori l’hanno respinto e allora, con qualche decina di pagine in più, dialoghi soprattutto, è divenuto un quasi romanzo, visibilmente ancorato al moto dell’azione e alla successione di quadri visuali, propri della scrittura cinematografica. Dalla patinatura romanzata, ciò che resta dell’idea per una pellicola è tutt’altro che disprezzabile e le ragioni che ne hanno, per ora, impedito la mutazione in un oggetto filmico finito pervengono forse più alla sfera economico-produttiva che estetica. Certo, conoscendo gli autori e quanto si va producendo in Puglia negli ultimi anni, non si può parlare di un’idea originale e alcuni cliché buoni per il grande schermo, si impoveriscono semanticamente, più di quanto già non lo siano, se affidati alla narrazione scritta.
Due protagonisti, ad incarnare l’opposizione tra il bene e il male, sono screziati quel tanto che basta per non cadere nel più banale manicheismo cinematografico: don Lucio, prete in crisi sacerdotale, dopo l’incendio dell’asilo per bimbi poveri, è rimandato nel nostro Sud da Brescia a leccarsi le ferite spirituali, mentre medita, lettera già in tasca, le dimissioni dal clero; Mimì Festa, suo cugino, farabutto che oscilla tra allarmante violenza ferina e insospettabile tatto umano. Una conoscenza dell’anima, in quel cattivo, che non può non attrarre ambiguamente il sacerdote dubbioso: «Don Lucio ora deve fare i conti con qualcosa che sta crescendo e che tuttavia respinge. La curiosità per quell’uomo. C’è un certo non so che di Festa che comincia a fargli davvero impressione. La cura che ha messo nell’occuparsi della bambina; e, all’opposto, il ricorso terribile e insieme risolutivo alla violenza; ma anche un suo modo accattivante di tirarti nella tela del suo senso delle cose».
E poi arriva Odette, la cantante, figura femminile che destabilizza e riconcilia il tutto. La storia procede per movimenti abbozzati, a tratti grossolani, destinati come sono ad essere corposamente completati dall’immaginazione visiva. La sensazione percettiva è talvolta quasi fumettistica, o da fumettone cinematografico («pulp», si diceva qualche tempo fa). E non è un caso, forse, che ad illustrare la copertina ci sia la mano di Omar Di Monopoli, scrittore nostrano che, ad altri livelli, ha fatto della scrittura «caricata» del suo Sud – americanizzato dalla rude epica dello spaghetti-western – una riconoscibile cifra stilistica letteraria. Cifra che qui non ritroviamo.
Resta un soggetto inutilizzato. Un intrattenimento che, allontanato per ora dalle sale, ha trovato spazio sulle pagine di un editore generoso. Come non esserlo, con quei nomi in copertina?
12/03/2010   Gazzetta del Mezzogiorno
Storie del Sud per un soggetto mancato, di Maria Grazia Rongo

 

Il ciak che non si girò mai. Una storia intrigante, dove un prete in crisi mistica, don Lucio, e un mafioso maestro nell’arte d’irretire, Mimì Festa, dominano la scena di un Sud dove il male è sirena seduttiva. A metà strada tra la commedia e il giallo, lo script allude all’umanità varia del nostro tempo e alla ricerca concreta di uno scopo da perseguire, qualunque esso sia.
Stiamo parlando di un soggetto per il cinema scritto a sei mani dall’attore e regista pugliese Sergio Rubini, dallo scrittore e sceneggiatore Domenico Starnone e dalla sceneggiatrice Carla Cavalluzzi (i tre hanno collaborato recentemente anche alla sceneggiatura dell’ultimo film di Rubini, L’uomo nero, interamente girato in Puglia): un soggetto che non è mai passato alla fase successiva della sceneggiatura, perché non ha trovato i favori della committenza. Ora il film che non ha mai visto la luce è diventato un libro: Il cattivo soggetto, pubblicato dalla casa editrice salentina Manni.
E tra gli autori, appunto, Domenico Starnone, lo scrittore napoletano che nel 2001 vinse il Premio Strega col romanzo Via Gemito.
Starnone, chi è il «cattivo soggetto»?
«Il protagonista della storia che volevamo sviluppare è un mafioso che si presenta con i tratti caratteristici dell’ammaliatore, un raccontaballe di successo che riesce con i suoi modi fascinosi a irretire chiunque lo circondi. Il cattivo soggetto è lui, ma cattivi soggetti sono anche tanti altri personaggi che non abbiamo avuto la possibilità di tratteggiare fino in fondo, tutti i coloro che cedono al suo fascino. Cattivo soggetto può essere la vita».
Il titolo del libro però è doppiamente esplicativo, perché evoca sicuramente il fatto che il soggetto in questione non ha mai visto un’evoluzione cinematografica.
«Certamente. L’allusione è proprio al fatto che il soggetto è rimasto tale, quindi è stato ritenuto “cattivo” e nelle sale cinematografiche non verrà mai proiettato».
Quindi se questo soggetto si fosse poi concretizzato in un film, cosa avrebbe raccontato?
«Un film sulla seduzione del male, ma anche sulla forte tensione che c’è tra i legami di sangue, rappresentati dal protagonista e da suo figlio. Ora questa scrittura, dalla quale però già si evince il percorso successivo, è comunque provvisoria, se fossimo passati alla sceneggiatura avemmo creato altre situazioni, sarebbero nati altri personaggi e magari anche la storia si sarebbe sviluppata in modo diverso. Il soggetto di un film suggerisce un film ma non è il film. Allo stesso tempo questo libro non è un romanzo, perché i modi e i tempi della narrativa sono altri».
Quale Sud emerge dalle pagine di questo «cattivo soggetto»?
«L’intero film avrebbe mostrato una terra che è affascinata dal male, non innocente, che si fa impapocchiare ed è alla ricerca di un equilibro dentro al male stesso. Un mondo gestito dalla cattiva politica e dalla delinquenza locale».
Che però trova un suo particolare riscatto.
«Il riscatto non è rappresentato dal prete, una figura anomala all’interno della gerarchia ecclesiastica, è un uomo che si ribella, che non sa dove sbattere la testa, che non accetta lo stato delle cose e che per questo forse alla fine soccombe».
Dopo il successo dell’Uomo nero, l’ormai storica collaborazione con Sergio Rubini e Carla Cavalluzzi, cosa ci regalerà in futuro?
«Stiamo già scrivendo un altro film, ma è top secret, e in effetti sì, siamo un trio collaudato
13/03/2010   Bari Sera
Il bene e il male oltre le convenzioni, di Lucia Chianura
 
Il cattivo soggetto edito dalla casa editrice Manni. A presentarlo, nella libreria Feltrinelli di Bari gli autori Carla Cavalluzzi, Domenico Starnone e Sergio Rubini, in un incontro moderato da Pasquale Voza, ordinario di Letteratura italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Bari.
Rubini ha coinvolto il pubblico presente con la lettura di alcuni stralci. Il testo attraversa la calda Murgia, traccia profili delineati,  suggerisce con immediatezza le immagini che, seppur libere, o meglio, affidate all'interpretazione del lettore, sono abbastanza definite dalla cura dei dettagli. Fughe ed incontri si alternano innestando continuo stupore in un percorso accidentato intento ad analizzare i frastagliati limiti tra il bene e il male, al di sopra delle convenzioni. Starnone  ha commentato il soggetto cinematografico come un testo in movimento – “vi sono invenzioni che continuano, altre che si perdono, ad un certo punto la scrittura è pronta a scomparire dietro le immagini”.
“Il testo, nato da un soggetto cinematografico che sarebbe potuto diventare un film”  –  ha continuato la sceneggiatrice Carla Cavalluzzi – “parte da un paradosso. Un prete, Don Lucio, nichilista, che ha perso la fede e che dovrebbe essere il pastore, colui che indica la via a chi si smarrisce, viene graziato da un criminale, irresistibile farabutto, che invece riesce a dare continuamente senso alla sua vita e a quella degli altri. Al suo fianco, tra ripetute turbolenze, recupererà quel senso perduto, sentendosi utile.  L’elemento ironico che accompagna il testo gli conferisce leggerezza e consente di parlare in maniera divertente  di argomenti esistenziali. La figura di Odette,  un personaggio carico di energia vitale rende possibile la coniugazione tra il prete, e il bandito,  Mimì Festa, votato al male, seppure terreno e non assoluto.”
Per Voza può definirsi “un romanzo anomalo” e già nella prefazione specifica che un soggetto cinematografico non è in cerca di lettori  – “Questo soggetto rappresenta il cinema più economico e tecnologicamente avanzato perché si sviluppa nel segretissimo schermo della testa. Si guarda scrittura e si vedono mondi, è scritto nel testo.  Si può pensare a   La sceneggiatura comestrutturache vuol essere un'altrastruttura, saggio del 1965 di Pierpaolo Pasolini, percapire che tutte le sceneggiature hanno un momento in cui sono tecniche autonome. L’analisi di una sceneggiatura non potrà mai essere affrontata dalla critica letteraria o cinematografica tradizionale. L’autore, in questo caso fa richiesta di una collaborazione particolare al lettore, di dare alla scrittura una integrazione visiva, una compiutezza che il testo non ha, ma a cui allude. Il carattere ibrido del libro non costituisce un limite ma bensì proprio la forza e il fascino del testo stesso”.
L’appuntamento si ripeterà questa sera, alle 18,30 presso il Foyer del Politeama Greco di Lecce, coordinato da Carlo D’Amicis.
 
13/03/2010   20centesimi
La Puglia raccontata nel Cattivo soggetto di Rubini, di Mimmo Pesare
 
Queste le battute iniziali dell’introduzione di Il cattivo soggetto, nuova uscita di Manni presentata questa sera nel foyer del Teatro Politeama di Lecce dagli autori, il regista pugliese Sergio Rubini, la sceneggiatrice Carla Cavalluzzi e Domenico Starnone, uno degli scrittori più prolifici e profondi degli ultimi anni.
Il soggetto è la parola chiave delle scienze umane e della filosofia, del diritto, della psicoanalisi, della teoria politica. Ma è anche il testo base del cinema, dal quale nasce la sceneggiatura, che ne rappresenta il compimento più maturo. Su questo doppio gioco linguistico si dipana il libro, nato da un’idea di Sergio Rubini, regista quasi-di-genere di una narrazione della Puglia rappresentata nell’eterno dissidio tra modernità e ceneri del passato, tra globalizzazione e vecchi tic demartiniani. Il cattivo soggetto (cinematografico) di un cattivo soggetto (umano).
È la storia di un uomo meridionale in fuga dai suoi fantasmi del passato e proteso verso un percorso che gli riserverà una serie di incontri e di sorprese tra il grottesco e il giallo. Rubini, anche in veste di scrittore per il cinema, mette in scena un Sud per niente da cartolina, con le sue improbabili storie e con i suoi personaggi al limite tra la commedia e la tragedia. I suoi tracciati scarni di una apocalisse culturale minimalista e molto godibile, si intrecciano con l’efficacia narrativa di Starnone, che collabora con il regista pugliese dai tempi di Denti.
Al Politeama non si assisterà solo a una semplice presentazione editoriale ma a un incontro per pensare in maniera critica e intelligente il Sud in trasformazione e le sue contraddizioni.
13/03/2010   Quotidiano di Lecce
Tra romanzo e sceneggiatura, di Valeria Blanco 
 
Un libro a metà tra romanzo e sceneggiatura: è Il cattivo soggetto, scritto a sei mani dall’attore e regista pugliese Sergio Rubini, dallo scrittore Domenico Starnone e dalla sceneggiatrice Carla Cavalluzzi. La presentazione di oggi, alle 18:30 al Politeama Greco di Lecce, alla presenza degli autori, è l’occasione per allargare il discorso al rapporto tra cinema e letteratura, alla loro attrazione fatale per il lato oscuro delle cose e al ruolo del Meridione.
Oltre che autore del libro, Sergio Rubini è tra le voci più autorevoli del cinema italiano in cui, sin dal primo film da regista, La stazione, ha dato voce a un Sud nostalgico e contraddittorio, non tralasciando di esplorare il lato oscuro dell’animo umano soprattutto negli ultimi lavori.
Rubini, partiamo dal titolo e dall’evidente gioco di parole. Ce ne spiega il significato?
«Il libro contiene quello che in gergo cinematografico si chiama un trattamento, cioè una cosa che sta a metà strada tra il soggetto di un film e la sceneggiatura. Infatti, era il progetto per un film che poi non si è più fatto. Il “cattivo soggetto” è tale perché non è riuscito a diventare un film».
Ma fuori dal gergo cinematografico, il cattivo soggetto è una persona cattiva…
«Nel nostro caso il cattivo soggetto è il protagonista del libro, Mimì Festa, un gangster che trova riparo in una canonica dove incontra un prete del Nord in crisi. Il cuore del racconto è nel loro rapporto».
Come nasce l’idea?
«A Mellito, una contrada del mio paese, Grumo Appula, c’è una chiesetta e una scuola per i figli dei pastori. Circola la voce che lì si sia fermato il boss Bernardo Provenzano durante la latitanza».
Sta dicendo che il protagonista è l’alter ego di Provezano?
«Mimì Festa è un gangster sui generis, un uomo inquieto, arrogante ma anche fragile. Con una famiglia squinternata e un figlio che non rispetta la sua autorità. Provenzano è stato solo lo spunto per la storia».
Perché vale la pena di leggerlo?
«Perché è una lettura godibile, ma anche per mettere il naso in una fase importante della preparazione di un film».
Che immagini del meridione viene fuori dalla lettura?
«È un meridione della memoria, perché nessuno di noi autori vive più al Sud. È un Sud pieno di contraddizioni, attuale, multietnico, contemporaneo e variegato, in cui ci sono le cicale che cantano, le vecchiette e gli extracomunitari che raccolgono i pomodori».
Il cinema e l’arte in genere sono attratti dal male…
«L’arte è ricerca della perfezione: nel buono si è già vicini alla perfezione e c’è poco da lavorare, mentre il cattivo è più ricco di sfaccettature. E poi, c’è una parte oscura in ognuno di noi: tirarla fuori è difficile, vederla su uno schermo tranquillizza».
Il “cattivo soggetto” è un libro che nasce da un film mancato. Un’inversione rispetto alla tendenza opposta di trasformare i libri in film?
«Sul set Intervista Federico Fellini mi insegnò che i grandi libri non possono diventare film. Lui non realizzò mai un film tratto da America di Kafka e mi spiegò che il cinema si può rivolgere solo alla letteratura imperfetta, cercando di perfezionarla sullo schermo. Un grande capolavoro non può essere perfezionato».
13/03/2010   Gazzetta del Mezzogiorno - Lecce
Un «cattivo soggetto» fra bene e male, di Eliana Forcignanò
 
Narrazione e filosofia si intrecciano ne Il cattivo soggetto di Carla Cavalluzzi, Sergio Rubini e Domenico Starnone, edito da Manni per la collana Pretesti. Il libro induce a riflettere sull’accezione di infinito, sovente, trascurata e disconosciuta dai greci e dai medievali. «Infinito» non significa solo «imperfetto», come scrive Aristotele nella Metafisica, ma anche «senza tempo». Ora, senza tempo può voler dire «mai», ma anche «sempre». Ed il bene e il male sempre si incontrano e giocano a scambiarsi i ruoli, disseminando confusione fra attori e spettatori… Stasera alle 18:30 il libro sarà presentato nel foyer del Politeama di Lecce. Con Rubini, attore e regista amatissimo, Cavalluzzi e Starnone, sceneggiatori di pregio, dialogherà Carlo D’Amicis.
Ma veniamo al testo. Don Lucio, che ha visto ardere tra le fiamme i corpi di sei bambini innocenti, è un sacerdote in procinto di ripudiare la fede cattolica e Mimì Festa è un bandito impenitente, ma convinto sostenitore dei disegni appartenenti alla Divina Provvidenza, è pronto a fargliela ritrovare. Il testo prende forma così: annullando ogni rigida dicotomia. Ironico, sferzante, impeccabile nello stile, il testo tramuta lo stereotipo in letteratura. Quando, sulla scena, si stagliano nitidi i personaggi che reggono come pilastri la tipicità del Meridione, dalla perpetua curiosa al marito geloso, i loro ruoli non sono né scontati né fatui. Nessuna comparsa, perché ognuno scava un solco nell’anima di Don Lucio e di Mimì, così che il lettore si trova dinanzi alle tre dimensioni della persona – coscienza, inconscio, azione – attraversate da un sottile scambio di luci e ombre. La donna, Odette, appare attesa e desiderata, a metà della narrazione. La sua presenza, per nulla vicina alle donne angelicate dello stilnovismo, sortisce l’effetto di una strana catarsi: non ci sono pentimenti o proposte di cambiamento da parte di Mimì. Nessuna folgorazione sulla via di Damasco, ma lo scorrere burlesco del tempo e l’incalzare degli eventi si trascinano dietro decisioni tanto perentorie quanto irrevocabili e le personalità sono così vicine che basta calcare un Panama sulla testa per scambiarsi i destini. Il cattivo soggetto doveva diventare un film: ma si può realizzare un film in cui tutti sono protagonisti? Solo la vita può giocare di questi scherzi. E la letteratura: Cavalluzzi, Rubini e Starnone smentiscono anche Sartre e i suoi epigoni immersi nella querelle sull’utilità del narrar per iscritto. Narrare rimane una necessità per imitare la vita? Piuttosto per svelarne contraddizioni o risvolti che si tacciono di fronte alle menti di chi ha dimenticato il piacere di leggere.
 
Per ogni cinque libri commissionati, se ne può scegliere uno in omaggio dall'intero catalogo.
Si può acquistare in libreria (distribuzione PDE) oppure richiedere a noi specificando il codice fiscale; l'ordine sarà evaso contrassegno (+ € 3 di spese postali, per importi inferiori a € 25).