Melanconia animale

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Articolo:
Piera Mattei
Melanconia animale
Ritroviamo intatta quella freschezza del suo tono narrativo che a volte dà l’impressione di non averle neppure raccontate lei quelle cose, quasi ironicamente rifiutasse l’importanza della loro comparsa sulla pagina. Ritroviamo tutta l’agilità di una lingua volutamente semplice, coltamente semplice, e forte, per assemblaggi lessicali, dove la forza viene appoggiata su vocaboli di vistosità zero. Abilità che solo un più che notevole addestramento linguistico può realizzare.
Ironica quasi sempre, più su del contesto in cui si trova, ma con intelligente semplicità; le sue valutazioni sottese sono stimolanti; è come se avesse le varie parti della terra, in una mano, e nell’altra gli organi dell’udito e della vista ridotti a lente di ingrandimento.
Cristina Annino
info-copertina
Melanconia animale
Libro novità
anno: 
2008
pagine: 
112
isbn: 
978-88-6266-013-6
Postfazione di Cristina Annino
Piera Mattei è autore, critico e traduttore. Ha collaborato – fin dagli esordi – alla rivista di poesia “Pagine”, di cui è coredattrice.
Tra le sue pubblicazioni recenti, raccolte di poesia (La finestra di Simenon, Zone 1999; Campione di pelle, Mazzoli 2001, poi inserita nell’antologia Poesie dell’inizio del mondo, Sossella 2003; La materia invisibile, Manni 2005), libri di racconti (Umori regali, Manni 2001; Nord, Manni 2004), un libro su letteratura e viaggi (Dalle città e dai libri, Manni 2002).
Per le edizioni Via del Vento ha tradotto e curato Sarà estate, poesie di Emily Dickinson (2004), Stelle, poesie di Emily Brontë (2005), Diario di un pazzo (2006) dello scrittore cinese Lu Xun, Credo in te mia anima, poesie di Walt Whitman (2006).


INCIPIT

Attraversamenti e deserti di gelo



Chiamare questo male per nome non basta. Il nome è importante. Serve a ricordarti, che mentre sei nel colmo della crisi e boccheggi nel vuoto senza confini e privo di aria, sei in una condizione riconoscibile. Tu credi di non riuscire ad avanzare nello spazio. Lo spazio ti appare infinito e vuoto.
In realtà quello spazio solo a te sembra vuoto e infinito, ci sono dappertutto segnali che indicano direzioni diverse, basta sapere dove andare. Dovunque cartelli con scritte colorate ti indicano e t’invitano verso obbiettivi presto raggiungibili. Guarda bene, non lasciare che anche la vista si appanni, devi ripeterlo per tutto il tempo dell’attraversamento. Forse sulla strada, non troppo distante da te, qualcun altro sta soffrendo la tua stessa agonia. La soluzione, lo sai, non può essere quella di restare nel tuo appartamento né quella di camminare, quanto più possibile rasente ai muri, quando sei all’esterno. Anche se poi, tendenzialmente, ti comporti proprio così. Sei perfino solita attraversare quasi accosto alle macchine, perché la paura di essere investita è nulla – sai che è reale – mentre la paura del vuoto, dell’assenza di ostacoli è invincibile, fondata sulla sensazione e sul ricordo di un tempo e di uno spazio senza confini, dove è impossibile cercare cartelli o semafori, visualizzare le targhe con i nomi di piazze e di strade.
Sono a Parigi. Sto attraversando Boulevard St. Marcel e mi ripeto, che, nonostante il mio grave disagio abbia un nome pochi certamente ne soffrono, un’esigua disperata minoranza deve patirlo per tutta la vita, altrimenti le metropoli non sarebbero costruite così: ampi viali, piazze, snodi, scale mobili, tapis roulants.
Mi rivolgo a quella che, dentro di me, è convinta di morire, le dico: “Lo sai! Non morirai, non qui. Non darai questo scandalo! Spazi immensi, del resto, qui non ci sono, non mancano certo i segnali e i punti di riferimento. Ecco, vedi, si accende il semaforo. Il duro selciato definisce in modo chiaro la strada. La strada non si confonde e tu ne seguirai il tragitto, segnato da altri. Ti fiderai di questi altri, anche se di te non ti fidi.”
Ma intanto mi sento impallidire, le gambe non fanno presa alla terra. Ogni volta che sollevo il piede, qualcosa sembra trattenerlo, mi pare che affondi, un vento potrebbe alzare un velo di polvere che renderà impossibile l’orientamento.
La folla intorno cammina, si affretta, qualcuno sfreccia sullo skate-board. Un giovane spinge davanti a sé un passeggino, allungando sui pattini le gambe, l’iPod all’orecchio. Vorrei catturare di lui qualche altro dettaglio, ma vola via, ed è subito scomparso.
Quel nome, agorafobia, non dice la paura di morire di solitudine, in mezzo alla folla. Vertigini dice di più. Sono avvitata, risucchiata nel terreno, mi disintegro dentro questo suo-lo senza forma, ridotta in granuli tra i granuli: cuore, gola, orecchi, le due chiostre dei denti, le gambe, i piedi, le braccia e ogni parte del mio corpo ridotta in sabbia incolore, sparsa su questo tapis roulant che nella stazione di Châtelet mi porta (ma quando avrà fine?) dal Metro alla RER, che mi condurrà all’aeroporto. Che faccia devo avere se un ragazzo, che mi sta superando, si ferma e vorrebbe aiutarmi a portare il bagaglio. Ringrazio, no, sono viva e faccio da sola. Da sola? Sono io che scelgo di fare da sola? Questo passaggio tra le due linee metropolitane è un attraversamento infinito e io, lo so, sto morendo. Eppure, sebbene io sia tutta concentrata nel non lasciarmi afferrare dal deserto e dal vuoto, riesco ancora a vedere gli altri. Nei loro vestiti sgargianti distinguo giovani donne africane, con i figli legati sulla schiena, una piccola naturale protuberanza, le gambine allargate e schiacciate ai fianchi del-la madre.
No, non muoio. È solo un attacco di agorafobia.
 

Piera Mattei, Melanconia animale

01/06/2008
All’incrocio degli eventi, di Toni Maraini
 
Questo libro conferma quell’arte dei racconti brevi che Piera Mattei porta avanti da anni e che, qui, raggiunge compiuta e sapiente naturalezza.

Piera Mattei, Melanconia animale

01/09/2008

Le bambine venute dal freddo, di Adele Cambria

Piera Mattei, Melanconia animale

01/04/2008
Una specie di fatina, di Francesca De Carolis

C'è qualcuno in città, che si aggira salvando piccioni. Una donna armata di forbicine, piccolissime, per liberare gli uccelli dai fili di plastica che i volatili raccolgono per costruire nidi, ma nei quali spesso rimangono impigliati, ferendosi, mozzandosi a volte persino gli arti. Una specie di fatina urbana, che immagini comparire all'imbrunire, compiere paziente la sua missione e poi svanire nella notte, magari volando via.

Piera Mattei, Melanconia animale

28/09/2008
La concretezza delle parole, di Maria Gabriella Canfarelli

Di Piera Mattei ci affascina la concretezza delle parole, l’equilibrio compositivo del sintagma, scolpito con assoluta precisione, e il senso di responsabilità con il quale assume il “compito” di scrivere; ché, dichiara, “scrivere è diverso. Chi scrive (...) è al tempo stesso personaggio, attore, regista, tecnico delle riprese e voce fuori campo”.

Piera Mattei, Melanconia animale

22/09/2008
Piera Mattei: La fatica che non si vede, di Simona Lo Iacono

Essere nella pagina con la stessa naturalezza della vita esige un viaggio.
Un ritorno.
E tra il viaggio e il ritorno, occhi che hanno raccolto segnali. Ondeggi di carrozzoni e treni in ritardo. Voli su aerei senza pilota. Guidati dal pensiero, privi di ali d’appoggio.
Perché la naturalezza è fatica.
Una leggerezza che non fa percepire la tenacia di cui si nutre. Il rigore, la finzione.

Piera Mattei, Melanconia animale

01/07/2008

Il narrare mercuriale, ellittico di Piera Mattei, di Luigi Celi

Piera Mattei, Melanconia animale

01/12/2008

Chiavi plurime per la Mattei, di Mariella Bettarini

Piera Mattei, Melanconia animale

01/05/2009
Recensioni, di Lea Canducci

Nella nota dell’Autore, verso la fine del libro Melanconia animale, Piera Mattei, riferendosi a una frase del Fedro di Platone, dichiara: “Il progetto di usare la scrivania come un campiello, di considerarla il mio domestico giardino continua ad affascinarmi…”

Piera Mattei

25/06/2010
Piera Mattei e la poesia degli attimi, di Luigi La Rosa
 
Non dirò chi
ne è il destinatario
nessun altro dovrà raccoglierle
sono state scelte
una a una, una tela
che il prato aveva disteso

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