Sulle Operette morali

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Articolo:
a cura di Antonio Prete
Sulle Operette morali
Sette studi
Sette studi indagano l’attualità e la necessità delle Operette morali: le forme dello straniamento, della parodia, della critica, il rapporto con l’essai e con l’affabulazione, il dialogo con l’antica sapienza, la natura del teatro filosofico, i modi della prosa, le cosmografie celesti e interiori, il cammino di un testo nelle altre lingue e culture, la sua presenza nella filosofia del Novecento.
Scrive Antonio Prete nell’Introduzione: “Dinanzi a un classico come le Operette morali, dinanzi cioè a un ventaglio estesissimo e vibrante di rappresentazioni del vivente, delle condizioni e contraddizioni del vivente – chiuso nella sua finitudine e allo stesso tempo visitato da un’irriducibile domanda di infinito – ogni lettura sperimenta una propria via d’accesso, persino un proprio angolo d’ascolto e di interrogazione. La poliedricità narrativa e filosofica delle Operette richiede disposizioni interpretative variegate, fortemente soggettive, insomma vitali e non certo scolastiche o di mestiere.”

Saggi di Vito M. Bonito, Monica Farnetti, Marco Federici Solari, Donata Feroldi, Lorenzo Flabbi, Antonio Prete, Filippo Secchieri.

 
info-copertina
Sulle Operette morali
no
anno: 
2008
pagine: 
168
isbn: 
978-88-6266-072-3
Antonio Prete, autore di saggi, narrazioni, poesie, insegna Letterature comparate all’Università di Siena. Su Leopardi ha scritto molti saggi (tra questi, Il pensiero poetante, Finitudine e Infinito, Il deserto e il fiore). Ha tradotto I fiori del male di Baudelaire. L’ultimo libro è Trattato della lontananza (Bollati Boringhieri 2008).


Premessa


“Le Operette morali sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo”: questa confessione che Italo Calvino mi faceva in una lettera del 10 marzo 1984 non solo era una dichiarazione di poetica e persino di eredità, ma, riferita al destinatario della missiva, era l’ammissione di una condivisione. Da quel “libro poetico”, e per questo “morale”, muoveva un costante invito a fare dell’invenzione un’interrogazione, e dell’affabulazione un modo di conoscenza: contro ogni pretesa funzione civile del cosiddetto realismo, e oltre ogni ludica divagazione nel puro fantasticare; ma nel solco, ancora, della vichiana “conoscenza per via fantastica”. Così intesi allora quell’ammissione di Calvino. Una dichiarazione che andava a collocarsi lungo la storia di una presenza – di stile, di timbro, di interrogazione – che le pur diversissime esperienze del nostro Novecento letterario avevano avvertito come assidua e necessaria.
La prosa delle Operette, con l’estesissimo ventaglio dei suoi registri, con l’innesto di modulazioni popolaresche nella lingua letteraria e artificiata della tradizione, con i calcolati effetti di straniamento e ironia, e con la fervidissima teatrale variabilità di umori, di toni, di formule espressive, ha animato tutta la scrittura del Novecento italiano, sottraendola sia al contegno della narrazione romanzesca a tutto tondo sia all’indugio compiaciuto nella “prosa d’arte”. E quel “morali” del titolo, con tutte le sue implicazioni trasgressive e inventive, è trascorso come una venatura vivificante non solo nei testi di Calvino, ma anche nelle scritture di un Michelstaedter e di un Boine, e passando da Pirandello, è riapparso con vigore e insieme leggerezza negli scritti di Landolfi, di Pavese, di Morselli, di Savinio, della Ortese, di Sciascia, di Manganelli, di Pasolini, di Volponi (una bella sequenza di lezioni e studi sulla presenza delle Operette nel nostro Novecento fu curata a Roma nel 2000 da Novella Bellucci e Andrea Cortellessa). Del resto, era già un presagio il giudizio sulle Operette che Manzoni comunicò al De Sinner, raccolto poi dal Sainte-Beuve, e che diceva di uno “stile” del quale nulla di meglio si poteva trovare nella prosa italiana dell’epoca.
Questo classico, sul quale mai s’è posata la polvere dell’archivio linguistico e morale, in certo senso sospinge gli studi, i commenti, le analisi a non chiudersi nella sicurezza di un giudizio definito, nell’austerità di una misura trattenuta al di qua del soggetto interpretante: ogni movimento verso il testo interpella, coinvolge, mette in questione gli strumenti e i modi stessi della critica. È forse per questo che ogni passaggio attraverso le Operette impone l’abbandono di posture critiche e di metodi raggelati nelle convenzioni, e ogni eventuale contributo critico è prima di tutto un’esperienza che scompone certezze e dissemina dubbi nello stesso abito ermeneutico di colui che legge e interpreta.
Sarà per questa ragione che dinanzi a un classico come le Operette morali, dinanzi cioè a un ventaglio estesissimo e vibrante di rappresentazioni del vivente, delle condizioni e contraddizioni del vivente – chiuso nella sua finitudine e allo stesso tempo visitato da un’irriducibile domanda di infinito – ogni lettura sperimenta una propria via d’accesso, persino un proprio angolo d’ascolto e di interrogazione. La poliedricità narrativa e filosofica delle Operette richiede, certo, disposizioni interpretative variegate, fortemente soggettive, insomma vitali e non certo scolastiche o di mestiere. Questa raggiera di posizioni e di interrogazioni abbiamo visto in azione quando, nel Dottorato di Letteratura Comparata di Siena, abbiamo dedicato una giornata di studio appunto al grande libro leopardiano. Al primo gruppo seminariale di giovani studiosi s’è aggiunto, per l’occasione, qualche altro studioso il cui “leopardismo” aveva già incontrato più di una occasione per mostrarsi libero da schemi e da ossequi alle convenzioni critiche, e abitato da quella combinazione di rigore e passione che è in genere assai rara.
Così il lettore di questo libro potrà sì lamentare di non trovare adeguate bibliografie e certificabili strumentazioni critiche – cosa che peraltro la critica leopardiana ampiamente e regolarmente fornisce – ma potrà in compenso incontrare alcune letture in forte sintonia con quell’innesto della leggerezza nella profondità che è il carattere più proprio e più fervido delle Operette.
Non vorrei piegare verso un uso personale il compito di prefatore, ma almeno una cosa in conclusione vorrei dire circa questa occasione di studio e di incontro seminariale: la ragione del mio legame con un libro come le Operette morali era forse già nel fatto che molti anni fa, nel lontano 1976, quando si trattò di tenere da docente il primo corso in Università, non ebbi dubbi che dovessi cominciare con il libro leopardiano. Tornare a quell’esperienza – cosa che più volte m’è accaduto di fare – non da solo, ma, come ora, con un coro di amici, è un motivo di gratitudine nei confronti di un classico e nei confronti degli amici stessi.

Antonio Prete

 

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