Abe Kobo, L'incontro segreto

14/12/2005

Viaggio onirico alla ricerca della moglie perduta chiedendo istruzioni a un cavallo che parla, di Abe Kobo


Magro, a prima vista, ma muscoloso. Porta lenti a contatto (miopia media). Capelli appena ondulati. Una piccola cicatrice all’angolo sinistro delle labbra (conseguenza, pare, di una scazzottata ai tempi della scuola. Il soggetto possiede, comunque, un temperamento estremamente mite). Fuma non più di dieci sigarette al giorno. Particolarmente abile con i pattini a rotelle. Ha lavorato per un po’ come modello posando nudo. Attualmente è impiegato presso la ditta di articoli sportivi Subaru in qualità di responsabile alla promozione delle vendite per le “scarpe da salto” (scarpe da ginnastica provviste di un corpo elastico speciale a bolle d’aria inserito nella suola). Hobby preferito: costruire marchingegni vari. Durante l’ultimo anno delle elementari ha vinto una medaglia di bronzo a un concorso per piccoli inventori organizzato da un giornale.


Questo resoconto è il risultato dell’indagine che ho condotto sull’uomo sopra descritto. Dal momento che non dovrebbe essere reso pubblico, ho deciso di non dare troppa importanza alla forma.
Prima dell’alba, circa dieci minuti dopo le quattro, mi sono recato come d’accordo al vecchio poligono di tiro dell’esercito per consegnare il pasto al cavallo, dove, inaspettatamente, mi è stato affidato il compito di condurre le indagini. In effetti, sin dall’inizio, avevo personalmente insistito per un maggiore impegno nelle ricerche. Tuttavia, l’indagine che intendevo io avrebbe dovuto avere per oggetto la scomparsa di mia moglie. Purtroppo non mi sono state fornite indicazioni precise sulla persona in causa, né tanto meno sul suo sesso, e così ho finito con il credere che la mia richiesta fosse stata accolta in pieno. Di solito un’investigazione conferisce un certo potere a chi la conduce. Nulla mi impediva di pensare che alla fine potevo andare avanti con una certa fiducia.
Per di più stamattina il cavallo era particolarmente di buon umore. Pare che si fosse messo a trottare da un’estremità all’altra del poligono –ben duecentoquarantotto metri in terra battuta– e di aver coperto la distanza per sedici volte. Sosteneva di essere caduto soltanto tre volte; niente male se era quella la verità.
«Tutto sommato, basta sforzarsi di correre solo con le gambe posteriori.» Me lo ha detto alternando parole e profondi respiri, mentre con l’asciugamano che aveva sulla nuca si tergeva il sudore dalla faccia. Poi ha bevuto tutto d’un fiato la busta di latte che gli ho portato e, con aria trionfante, si è drizzato sulle gambe posteriori per mostrarmi come saltellava. «Come dire… La forza dell’abitudine, mio malgrado, mi spinge a fare affidamento sulle gambe anteriori. Ma è proprio quello l’errore da evitare. Per correre come un vero cavallo è assolutamente necessario che l’impulso provenga dalle gambe posteriori, e che quelle anteriori diano l’impressione di essere aggiunte, come una sorta di timone.»
Eravamo dalla parte dei bersagli. La sala si estendeva, da est a ovest, simile a una lunga caverna. Lungo le pareti laterali, in prossimità del soffitto, c’erano tante finestre lucifere allineate come i finestrini di un treno, ma fuori era ancora buio. Ai piedi del muro cui eravamo vicini c’erano dei sacchi di sabbia tutti ammucchiati e una profonda trincea che doveva servire per manovrare i bersagli. A destra e a sinistra erano installati due grandi proiettori che li illuminavano. A quell’ora erano l’unica fonte di luce. Dalla parte opposta, la postazione dei tiratori somigliava a un buco nero. Ogni volta che il cavallo saltava, la sua ombra si allungava e si affilava su quel suolo bianco e secco simile a un insetto che si contorceva prigioniero sulla tela del ragno.
Il mio interlocutore sembrava chiaramente convinto di essere un cavallo, così ho preferito non contraddirlo, ma per essere onesti era piuttosto lontano dall’esserlo per davvero. Il suo corpo possedeva un equilibrio decisamente precario. Il busto tozzo e tarchiato, i fianchi cadenti e le gambe posteriori che facevano pensare alla posizione che si è soliti assumere sul vaso del gabinetto. Anche una sella fatta di carta sarebbe scivolata via. Con tutta la buona volontà, poteva sembrare, tutt’al più, un piccolo di cammello rachitico o uno struzzo a quattro zampe.
Come se non bastasse, indossava una canottiera celeste con bordi rosso scuro, gli stessi pantaloncini blu navy sia davanti che dietro, scarpe da ginnastica bianche e, per finire, un panno di cotone avvolto intorno alla vita per dissimulare l’attaccatura tra busto e gambe. Si trattava decisamente di uno spettacolo di cattivo gusto.
«Pensandoci bene, deve funzionare un po’ come per la bicicletta, giusto? Occorre frenare prima la ruota posteriore, altrimenti diventa molto pericoloso, soprattutto in discesa.»
«Mmh… Comunque, se continuo così, penso che già da domani, con l’aiuto delle scarpe da salto, sarò capace di trotterellare a perfezione.»
Detto ciò ha ridacchiato brevemente. Io, invece, sono rimasto serio. L’eco della sua risata ha attraversato la sala come una folata di vento. La struttura del soffitto, volte e cassettoni, avrebbe dovuto attutire i rumori, ma non era poi così efficace. Forse era stata scelta soprattutto per evitare la costruzione di pilastri.
Dopo aver ingurgitato un sandwich con prosciutto e lattuga senza quasi masticarlo, il cavallo ha sorseggiato il suo caffè senza zucchero direttamente dal thermos e mi ha detto che avrebbe continuato l’allenamento ancora per un po’. Mi ha dato l’impressione di essere molto preoccupato all’idea di dover prendere parte, fra quattro giorni, alla cerimonia di commemorazione. Sembra chiaramente intenzionato a mantenere il più stretto riserbo sulla sua esistenza in modo da produrre, in quella occasione, un grosso clamore. Ma in fondo non aveva molto di cui preoccuparsi, a quell’ora nessun curioso avrebbe mai pensato di aggirarsi intorno a un vecchio poligono di tiro.
L’indagine in questione mi è stata affidata poco prima che me ne andassi. Il cavallo, con fare disinvolto, mi ha consegnato un quaderno e tre cassette audio. Il quaderno è di quelli grandi ed è anche di ottima qualità, proprio il quaderno su cui sto scrivendo ora, in questo istante. Ogni cassetta reca un’etichetta con il codice M/73F e un numero progressivo. Mi ha spiegato che contengono la registrazione dell’inseguimento della persona oggetto dell’indagine, ottenuta grazie a microfoni nascosti e ad altri stratagemmi.
Tuttavia, i miei sospetti non si sono affatto dissipati. Dispongono di informazioni che riguardano mia moglie, eppure pretendono di non saperne niente. D’altra parte, per quanto irritato, in quel momento provavo un certo sollievo nel constatare che almeno qualcosa nei loro piani era cambiato. Sono già trascorsi tre giorni dalla sua scomparsa e non era certo il caso di mettersi a discutere. Sono tornato subito al mio alloggio e ho ascoltato le cassette dal principio alla fine senza mai fermarmi. Mi ci sono volute poco più di due ore, dopo di che sono rimasto seduto, pensieroso, per un’altra ora ancora.
Completamente deluso. Nessuna traccia di mia moglie, né di lei, né di qualsiasi altra donna. A essere stato pedinato, messo sotto torchio e passato al setaccio, è chiaramente un uomo. Una lingua che schiocca, colpetti di tosse, un canticchiare stonato a labbra serrate, un mastichio, implorazioni, un riso servile poco convinto, un’eruttazione, rumore di muco tirato su col naso, timide scuse… Tutti frammenti che lo mettono in mostra, da mille angolazioni diverse. E quell’uomo sono proprio io! Io che vago a destra e a manca alla ricerca di una moglie scomparsa.
Via via che si attenuava la confusione, cresceva la furia. È una storia assurda, si stanno prendendo gioco di me! Sembra che vogliano dirmi che se davvero ho intenzione di ritrovare mia moglie, devo prima ritrovare me stesso. Ma ciò che cerco non ha nulla di così complicato, è un semplice luogo, il luogo in cui si trova mia moglie. Cercare me stesso, che assurdità. Sarebbe come un ladro che ruba il portafogli a sé stesso, oppure come un poliziotto che si ammanetta da solo. No grazie, non sono disperato a tal punto.
Per giunta, sono già stato costretto ad accettare condizioni molto particolari. Il cavallo mi ha imposto, per esempio, di essere pronto a sottopormi alla macchina della verità in qualsiasi momento, in modo da assicurarsi che non stessi alterando i fatti a mio vantaggio. Ancora, vuole che eviti il più possibile i nomi propri e che scriva sempre in terza persona. In altre parole, devo scrivere di me come “l’uomo” e di lui come “il cavallo”. Vuole mettermi il bavaglio per non farmi parlare? Di cosa ha paura?


Nonostante tutto, da poco, ho cominciato a scrivere. Ma non si può dire che si tratti della mera esecuzione di un ordine. Questa mattina il suo comportamento mi è parso addirittura sincero e privo di secondi fini. L’entusiasmo che metteva nell’allenamento sembrava genuino e, quando ha cominciato a toccare l’argomento dell’indagine, ho colto sul suo volto un’espressione degna di fiducia. E poi non bisogna trascurare il fatto che abbia usato per la prima volta il termine “caso”. Anche se indirettamente, ha riconosciuto la delicatezza della situazione. Tutto sommato, questa bizzarra autoinvestigazione potrebbe anche darmi l’opportunità di redigere un dossier completo sui danni che ho subito. Riguardo alla richiesta di scrivere in terza persona, in fondo potrebbe rivelarsi un mezzo per accrescere la credibilità della denuncia e per attrarre l’attenzione degli organi competenti: l’addetto alla prevenzione dei crimini, quello per il controllo, quello per la disciplina e così via. Quando si supera il giusto grado di riserbo, si corre spesso il rischio di essere male interpretati.
Spero di mettere in ordine questa relazione entro domani mattina, rispettando la sua volontà. Cercherò di mettere insieme i frammenti contenuti nelle registrazioni servendomi di fatti di cui io solo sono a conoscenza, in modo da ricostruire fedelmente il labirinto in cui “l’uomo” –che poi sarei io– è stato trascinato. Ho la sensazione che con la terza persona potrò insistere su dettagli che altrimenti difficilmente avrei messo su carta.
Se questo preambolo sarà giudicato inutile, lo taglierò senza batter ciglio. Mi rimetto al giudizio del cavallo.


Abe Kobo (1924-1993) è stato fra i maggiori scrittori giapponesi del dopoguerra, tradotto in più di venti lingue e più volte candidato al Nobel. Ha definito i suoi scritti, sempre marcati da toni onirici e surreali, come "una spada acuminata
da puntare contro l’ostinazione delle idee fisse". Il brano proposto di seguito è tratto dal romanzo
L’incontro segreto (Manni editore, Lecce), che ben rappresenta le caratteristiche dello scrittore
nipponico: una storia in cinque giorni, in un ospedale allegoria del mondo, come un viaggio al limite della follia e alla ricerca della propria identità, in un crescente senso di smarrimento.

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