Alberto Rollo, Un'educazione milanese

10/12/2016

Consigli di lettura, di Paolo Di Paolo 

"Amo l'idea che la mappa di un luogo resti scritta sulla pelle, che via Grigna e viale Certosa non siano due semplici indirizzi, ma due stati d'animo. La linea di un tram è come fosse segnata sul palmo di una mano: zio Attilio, tranviere abbonato all'Unità, "un'intelligenza pratica ma acutissima", percorrerà per sempre quel tratto di strada - di Milano e di memoria - custodito dal nipote. Così Alberto Rollo, uomo di lettere prestato all'editoria, scrive "Un'educazione milanese" (Manni) - la propria - dando alla geografia uno spessore emotivo. Una famiglia "proletaria", un ragazzino che cresce lungo gli anni Cinquanta, viene introdotto ai lavori più facili sul tornio, "l'estate milanese aveva dunque l'odore dell'acciaio caldo e dell'olio per il raffreddamento"; cresce, studia, legge, corre al cinema, all'università, scopre il teatro, se ne lascia irretire, mette i piedi nella militanza culturale e politica. Disegna la sua "linea" di rivoluzione. "Che cosa stavo imparando? Dove volevo andare?" domanda Rollo: l'uomo di adesso al ragazzo che è stato. La sua educazione, la sua trasformazione, il senso di colpa per un salto oltre le premesse, le origini. Pesa come un tradimento verso i padri, verso suo padre. "Non metteva in dubbio la letteratura, ma l'uso che io ne stavo facendo. Noi eravamo una famiglia che aveva lavorato, disse. O qualcosa di simile". Alberto Rollo ha riconnesso la propria memoria a una memoria più larga - di famiglia, di generazione, di classe: una memoria orizzontale; l'ha interrogata con commozione asciutta, con sincerità totale, fino a renderla trasparente. Fino a darle la geometria architettonica - lineare, chiara, necessaria - di una città, fino a far somigliare la propria storia a uno dei cantieri di Milano, a un ponte, a una scommessa sul futuro".

 

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