Alberto Rollo, Un'educazione milanese

14/12/2016

Alberto Rollo racconta la sua Milano, di Francesca Coco

Mi sono spesso domandata quanto ci portiamo dietro della nostra città, quella in cui tutto è cominciato. Trasferendomi a Milano da grande – ventotto anni già compiuti – nei primi tempi avevo la sensazione di trasmettere a questa città, che pure mi accoglieva a braccia aperte, un po’ della mia Cagliari. Come se io fossi anche l’aria che avevo respirato, il sole che mi aveva accarezzato e il mare di cui mi ero riempita gli occhi. Ma anche i gesti, le espressioni e le abitudini dei miei concittadini. Poi ho anche cominciato ad assorbire qualcosa, stando a Milano, quel qualcosa che oggi mi permette di sentirmi a casa anche quando non ho il mare a due passi.

E così in certi momenti mi sento un ibrido fra due città di cui una, quella in cui sono nata, ha – e credo avrà sempre – il ruolo di madre perché mi ha insegnato tutto negli anni in cui tutto avevo da imparare e l’altra, quella che ho scelto, come una sorella maggiore mi ha permesso di abbracciare in modo ancora più consapevole la mia identità e di saperne prendere le distanze, sviluppando un maggiore senso critico, in senso sia positivo che negativo.

Chi invece ha sempre vissuto a Milano e da questa città è stato forgiato nel profondo è Alberto Rollo, che in “Un’educazione milanese – Il romanzo di una città e di una generazione”, edito da Manni, ripercorre le tappe della propria vita e il ruolo che Milano ha avuto nel processo di costruzione della propria identità.

Una Milano che si rivela europea molto prima che questo aggettivo diventasse di moda, che è teatro di fatti che hanno segnano la storia del nostro Paese e che incide profondamente sulla sensibilità e il modo di guardare il mondo di chi ci trascorre la giovinezza negli anni ’60 e ’70.

“Di chi è questo bambino?… Milano lo vuole?” si legge in una delle prime pagine del libro. “Milano mi ha voluto” è la risposta. Come fai a dirlo con certezza?

Penso di appartenere a questa città e al suo destino complicato e diversificato che pochi ammettono, come se qui non ci fossero radici e la città non ti desse l’opportunità di un’adesione profonda. Invece già negli anni ‘50-‘60 e poi ancora nei ‘60-‘70 Milano era europea, come si dice oggi, è stata teatro di grandi cambiamenti e trasformazioni sociali. La classe operaia alla quale orgogliosamente apparteneva la mia famiglia, senza invidia sociale, oggi non esiste più.

Nel libro si alternano diverse figure che, insieme alla città, lasciano un segno profondo lungo il tuo cammino. Una di queste è Marco: un personaggio, ma anche una persona, realmente esistita e verso la quale le tue pagine trasudano stima e amicizia.

Marco rappresenta la giovinezza recisa, che per un incidente non c’è più. Questa vicenda ha segnato profondamente la mia esistenza e la mia formazione. Con Marco ho camminato chilometri per capire come fosse fatta questa città: lui voleva diventare un architetto e vagheggiava che cosa Milano sarebbe potuta diventare.

Qual è l’eredità più grande che Marco ti ha lasciato?

Senza dubbio la sensibilità per le forme urbane. La città è un romanzo, la città si racconta, e la si legge camminando, svoltando un angolo e cercando di capire che cosa ha voluto dire un architetto e come poi la gente ha interpretato e dato vita a quello spazio.

Ricordando piazza Fontana, racconti che anche tuo padre prese parte ai funerali delle vittime, ma tu non gli dicesti che eri lì con la tua classe, perdendo forse un’occasione di condivisione di un’esperienza importante. D’altro canto, anche quando tuo padre andò ai funerali di Giangiacomo Feltrinelli non disse nulla in famiglia. Questo partecipazione unita a un grande pudore verso la morte, faceva parte della “educazione milanese” di cui tu parli?

Direi proprio di sì e questo è un aspetto che ho cercato di trasmettere nel libro. I temi, compresi i lutti civili, si affrontavano, ma c’era pudore e la partecipazione avveniva in modi diversi: io stavo con i miei compagni e mio padre, da buon comunista, viveva il lutto privatamente.

La morte di Feltrinelli divise la città. Mio padre ci andò senza dire nulla e io lo scoprii sei mesi dopo, perché lo riconobbi in un film. Alla mia domanda “Ma tu ci sei stato?” lui rispose semplicemente “Sì”, senza aggiungere altro. Mi sono chiesto per tanto tempo che significato avesse per mio padre quella partecipazione e ho capito che lui ci andò perché quella partecipazione faceva parte di quella profonda identificazione nel tessuto cittadino. In seguito ho lavorato in Feltrinelli per ventidue anni, e quindi questo episodio ha acquisito per me ancora più significato.

A proposito del tuo lavoro in Feltrinelli, come hai cominciato?

Mi piace dire che ci sono arrivato naturalmente, in un certo senso: ho sempre lavorato nell’editoria, conoscevo Carlo Feltrinelli e a un certo punto ho cominciato a lavorare per lui.

Scrivi che il tuo lavoro è fatto in gran parte di relazione. Mi racconti com’è la tua giornata-tipo?

La mia giornata-tipo è piuttosto varia, diciamo che si articola in tre parti: dietro la scrivania, quando sono impegnato nel lavoro severo di lettura; intorno a un tavolo con i colleghi, per capire insieme come lavorare su un libro; e poi c’è il lavoro con gli autori. Quest’ultimo è in gran parte separato dal lavoro in casa editrice, è un lavoro molto intimo, fatto di ascolto, di passeggiate e di luoghi che non sono Milano, perché credo fermamente che si debba stare dove sta l’autore.

Nel tuo percorso da una parte c’è l’ascolto e dall’altra la scrittura. Ti senti di più un lettore o un narratore?

Mi piace definirmi complice degli autori: lavorare criticamente, ma a fianco di chi scrive. Quando sono al fianco di un autore cerco di esistere il meno possibile, ma esisto in molti modi. Sono un lettore ma anche un giudice, che però non deve emettere una condanna o un’assoluzione, ma deve portare a creare un percorso.

Ci sono due episodi nel libro che mi sono rimasti particolarmente impressi: quello del treno, quando commenti un film di Bergman e tutti si girano ad ascoltarti, e quello sulla panchina con Chiara, quando immagini le storie dei passanti.

Entrambi sono episodi reali.

Il primo, per me molto importante, segna il momento in cui per la prima volta nella mia vita ho avuto la consapevolezza di che cosa significasse parlare di un’opera in maniera critica.

Il secondo mi riporta al fatto che eravamo tutti dei grandi lettori, ma a un certo punto ci convincemmo, forse commettendo un errore prospettico, che il tempo di raccontare fosse finito. Come se Proust, Musil, Kafka, avessero chiuso la grande letteratura e dopo dovesse arrivare ciò che avrebbe concretamente cambiato il mondo.

Dici che oggi, a differenza che in passato, la periferia non genera appartenenza e che si dovrebbero rendere vivibili luoghi che non lo sono. Secondo te Milano può riuscire a cogliere questa sfida?

Questo è un tema che esula dal libro, ma ti rispondo come direbbe Renzo Piano che occorre “rammendare”. A Milano c’è il riuso dei grandi scali merci in cui ora ritorna la natura e che sono enormi proprietà sulle quali si fanno dei progetti di trasformazione. Se si percorre la strada che va da via Pellegrino Rossi, zona Maciachini, fino a Gae Aulenti, ci si rende conto di camminare da una periferia dove c’è una nuova immigrazione – non conflittuale, una periferia abitata dalle etnie più diverse – che guarda al futuro, tendendo le braccia sull’orizzonte dei grattacieli di Garibaldi.

Tornando al titolo del libro, oggi secondo te esiste una “educazione milanese” e cosa significa?

Io ho parlato di educazione milanese perché questa è la mia città, ma mi riferisco più in generale a una educazione metropolitana, perché ho raccontato qualcosa che significa vivere dentro la città. Essere educati da una città può durare fino a che una persona ha voglia di imparare, fino alla giovinezza. Ma dopo che si superano i venticinque anni la città non ha più nulla da insegnare, è l’individuo che deve dare alla città. A Milano il discorso non vale solo per i giovani milanesi, ma anche per i giovani immigrati. E questa forma di educazione la dovremo leggere nei libri che loro scriveranno.

*

Cambieranno le persone, ma credo che il metodo resterà sempre quello indicato da Rollo:

Ho conosciuto la mia città camminando chilometri e chilometri con il semplice intento di vedere.

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