Alberto Sebastiani, Le parole in pugno

16/05/2009
Quando in Italia essere giovani aveva senso e dava speranza, di Stefano Tassinari
 
Scrivere una storia dell'Italia dal dopoguerra ai giorni nostri a partire da alcune parole-chiave importate da altre culture (in particolare quella americana), il tutto filtrato dall'uso che di questi termini è stato fatto dagli scrittori italiani, soprattutto quelli politicamente più impegnati, a vario titolo. E' con questo stimolo di fondo che il giovane ricercatore universitario e critico letterario Alberto Sebastiani ha costruito un saggio originale e accattivante, intitolato Le parole nel pugno (Manni Editore, pp. 207, euro 18,00) e dedicato al rapporto tra la trasformazione sociale e culturale avvenuta nell'arco di sessant'anni e le opere di tre diverse generazioni di autori. La tesi di partenza è tanto semplice quanto fondamentale: in un contesto segnato da un immaginario mutevole e non sempre condiviso, il romanzo, più di altri strumenti, riesce sempre ad essere una forma d'indagine sul mondo concreto e sulle persone che lo abitano, diventando - come notava Franco Fortini - una metafora dei rapporti reali tra uomini, società e Storia. Da questo assunto si muove Sebastiani nel proporci una sorta di cronologia di ciò che, via via, ha influenzato i nostri costumi, la formazione dei movimenti giovanili, i momenti di rottura e quelli di riflusso, e lo fa - specie per quanto riguarda l'epoca che va dagli anni Quaranta ai Sessanta - tenendo conto di alcuni testi cardine, tra i quali La pelle di Curzio Malaparte, Mondo piccolo: Don Camillo di Giovanni Guareschi, La vita agra di Luciano Bianciardi, Le donne di Messina di Elio Vittorini e Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana. Analizzando questi e molti altri testi, l'autore affronta anche il tema della trasformazione del linguaggio (e non solo di quello letterario) sulla base dell'uso di parole quali blue-jeans, flipper, juke-box, cocacola e teddy boys, improvvisamente entrate a far parte dell'immaginario collettivo italiano. Interessanti, a tal proposito, gli esempi offerti da Sebastiani, dai quali si evince quanto il termine teddy boys (utilizzato da molti scrittori, compreso Pasolini) abbia tendenzialmente avuto una valenza negativa, evocando scenari apocalittici e comunque preoccupanti (per il quieto vivere e per l'ordine costituito), mentre flipper - se non usato in forma metaforica, come fa Zavattini - diventa il termine che meglio s'abbina a teddy boys, trasformandosi nel simulacro attorno al quale i "giovani teppisti passano le giornate". Proprio la visione dei "giovani" - inseriti, per la prima volta, in una specifica categoria socio-esistenziale - costituisce uno degli snodi principali del saggio, che in più occasioni si sofferma sia sul rapporto tra l'identità giovanile e le nuove proposte musicali, sia sulle tendenze alla ribellione - più o meno coscienti, a seconda dei periodi - espresse da un mondo giovanile rappresentato attraverso le sue inquietudini e le sue curiosità, nonché le sue "divise" (ed ecco irrompere i blue-jeans, "calzoni da ranchero" per Arbasino, "la cosa più di moda" per Balestrini, "la bandiera di un esercito nemico" - del fascista Tiberi, ndr - per Moravia, fino a perdere ogni dimensione ribellistica nel primo Tondelli). E se nella prima parte del libro lo sguardo sociale di Sebastiani si dirige, inevitabilmente, sul confronto/scontro tra scrittori e partiti (Pci in testa) e sulla rapida americanizzazione della vita italiana, nell'ultima s'indirizza soprattutto sui modi con i quali la generazione cresciuta negli anni Settanta ha poi raccontato quegli stessi anni sul piano letterario, e in particolare sull'approccio narrativo (fatto di una sorta di andirivieni tra l'uso dell'io e l'uso del noi) e sull'ascesa e la caduta di una certa simbologia politica (il pugno chiuso, la classe operaia, ecc.). Alla fine, da questa serie di "quadri in movimento" esce un ritratto preciso ( e a tratti persino puntiglioso) dell'Italia pre-berlusconiana, nella quale la formazione dell'immaginario nasceva da più fonti e la battaglia culturale aveva ancora un senso (anche per la politica…), così come l'aveva l'impegno civile per gli artisti. Certo, un'Italia piena di difetti e di misteri irrisolti, ma che oggi, ahinoi, ci tocca pure rimpiangere…

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