Angela Scarparo, L'arte di comandare gli uomini

29/01/2009
Inetta, confusa, depressa. Storia di una fallita, di Maria R. Calderoni
Magari Montale avrebbe detto anche di lei che sembra uno di «quegli uccelli di passo che urtano ai fari nelle sere tempestose». Troppagrazia, lei è una che urta ai fari anche nelle sere non tempestose, così, senza sapere perché. «Sarai scema?», questa è la domanda (retorica) che le rivolgono tutti, Ruggero, Valerio, sua sorella, sua nonna, zio Renato. il corteggiatore, l'amico di Tilde, l'avvocato; e lei stessa, tra sè e sè, quando riflette da sola, e nel guazzabuglio frequente dei suoi tanti retropensieri. Elisa Dentera («con quel cognome, poi»), finisce proprio per rompere, ma dove vai se la bicicletta non ce l'hai?
E' una autentica ragazza-che-non-c'è, Elisa, il personaggio io narrante del nuovo romanzo di Angela Scarparo - L'arte di comandare gli uomini (Manni, pag. 209, euro 15) -; e infatti questa "arte" non ce l'ha, non l'ha imparata (e andando di questo passo, non la imparerà mai).
Scrivi come mangi, lo stile trascrive il linguaggio comune con facile naturalezza (in realtà assai attentamente ricostruito), e serve benissimo al suo scopo, che è quello di dare precisa fisionomia, nelle parole prima che nella storia in sè, alla trentacinquenne inetta che Angela Scarparo ci presenta. Una creatura indifesa e confusa, che ha una sola capacità: quella di non combinare niente di niente e in nessun campo. Più che una donna, un involucro di nome Elisa, totalmente sganciata dal mondo e dalla società che la circonda, a cui sembra per nulla interessata.
Una donna che non riesce ad afferrare nulla, della vita, e si lascia sfuggire ogni opportunità e ogni talento, che pure le passano vicino. In fondo, c'è chi ha avuto partenze molto, molto meno fortunate della sua. Lei - origini pugliesi, famiglia di piccoli borghesi bottegai, trapiantata a Milano, studi e laurea - fa vita da single a Roma, dopo essere stata sposata e divorziata: che c'è da lamentarsi? Eppure lei è una senza : senza marito, senza casa, senza lavoro, senza amiche, senza fidanzato, senza soldi. Senza professione: bensì è avvocata , ma non ci è tagliata, nix.
Quanto all'aspetto, potrebbe persino essere bella, ma spesso si trasforma in brutta, non sa perché, non sa mai perché. Esce sul lungotevere a sera tardi ma non sa perché; compra le scarpe Ferragamo ma non sa perché; piange ma non sa perché. Incapace di afferrare concretamente l'esistenza quotidiana, più che vivere si lascia vivere, depressa cronica perduta dentro la sua totale mancanza di autostima. E' questo il suo handicap profondo, il laccio al collo: non si stima e non stima gli altri, il'effetto è una totale incapacità di rapporto. Con il mondo, con gli altri. L'acquario dove è rintanata è poco ossigenato; l'appartamento dove vive è ridotto a una tana, «la roba che di solito le persone normali tengono nella dispensa, tipo lo zucchero, la farina, e la pasta, Elisa la teneva per terra»; e per lavare i panni «riempiva di acqua la vasca da bagno, ma poi siccome si sentiva stanca, non li lavava mai. Li lasciava a mollo per intere giornate...». Nella professione, nix, «non riusciva a fare molto di più che riordinare i libri, ricevere gli ospiti prima del suo principale, portare il caffé. Non riusciva a concentrarsi, diceva...».
Con gli uomini, ha il chiodo fisso dell'acchiappo, «nell'immaginazione l'impiegato le sorrideva», «se mi guarda così vuol dire che mi trova sexy...»: finisce a letto in fretta, ma nemmeno il sesso non sembra essere il suo pezzo forte. Elisa, dagli uomini, soprattutto «voleva essere aiutata» (a trovare lavoro); meglio ancora, «essere mantenuta» (così potrei fare l'attrice, la pittrice...).
Ovviamente fallisce in entrambi gli obiettivi, almeno sino a questo momento della sua vita; e fallisce anche nel cercare rifugio nella famiglia, nonna, sorella, parenti: perché anche lì lei non dà e non riceve niente. Ovviamente no, non fa una bella vita, è una autentica povera crista, non sa veramente ribellarsi, nè veramente amare, nè veramente odiare, nè veramente lavorare, «Elisa stava seduta sul ponte, guardava il fiume, non le restava che buttarsi di sotto, pensava...».
"Siamo gli uomini vuoti, gli uomini imbottiti che appoggiano l'un l'altro la testa piena di paglia", il mondo di Elisa sembra essere proprio quello di Eliot, un mondo di donne e uomini senza qualità. Un mondo «non completamente triste», come dice lei, ma spento, sgradevole, con poca dignità e il peggio è «non capirci niente. Vivere nella confusione».
Si salverà Elisa? Nel suo linguaggio senza voli e quasi sfottente da common people, il romanzo di Angela Scarparo è tutto avvolto dentro una cifra di lucido pessimismo, e il finale è in tono, «Elisa inciampando nelle scarpe di Ferragamo a cui non era più tanto abituata, se ne andò». Mah. Non si sa dove, probabilmente da nessuna parte, povera Elisa.
Povera Elisa? Il lettore non ce la fa a compatirla davvero, ad essere solidale con lei. In effetti, a lei manca sempre qualcosa, le manca qualcosa "di grande", di "vero": la capacità di pagare fino in fondo, per esempio; o di essere se stessa senza attenuanti: o di mettersi in gioco per qualcosa che vale, un amore, un sogno, un ideale. Come diceva Freud, una persona realizzata, normale, è una persona che «sa lavorare bene e amare bene». Semplice, ma per arrivarci, bisogna essere disposti a pagare in prima persona, ad accettare la fatica, l'impegno, la dura prova. Anche la sofferenza.
Provaci, cara Elisa. E così smetterai di chiederti: «Non sarò scema?».

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