Antonietta Rubino, Ricettari nascosti

16/02/2010

Intervista, di Michela Costantini


Quando inizi a scrivere e come nasce in particolare l’esigenza di scrivere poesie?
La mia esigenza di scrivere poesie nasce sempre dall’elaborazione di alcune emozioni che stanno dentro di me per parecchio tempo. A un certo punto però sento una prima frase che mi ritorna nella mente e a quel punto mi devo fermare e iniziare a scrivere quelle prime parole: poi di getto mi arrivano le altre.

Quale è il momento in cui inizi a prendere la penna in mano?
Io ho sempre scritto diari da quando avevo 12 - 13 anni. Rileggendo quei diari mi sono resa conto che da un certo punto in avanti - più precisamente nell’84 - la prosa si è trasformata in poesia. La prima poesia che ho scritto è inserita nel libro e risente dell’emozione dell’epoca, di uno stato d’animo contorto e abbastanza sofferto: a quel tempo scrivevo anche e soprattutto per far emergere le mie istanze interiori perché riuscissero ad alleggerire la mia condizione emotiva di allora.

Quindi la poesia per te è sempre liberatoria, catartica?
Certamente, ma allora non ne ero consapevole. In una delle mie poesie scrivo che la penna è una stampella per non cadere e in effetti lo scrivere mi ha sempre portato ad una maggiore consapevolezza di quanto provavo e sentivo, perché mentre scrivo non so esattamente che cosa sto facendo, è come se agissi in uno stato ipnotico, in un’altra dimensione. Solo nel momento in cui rileggo quello che ho scritto, mi rendo conto dei contenuti del testo. Rileggendo oggi quanto scrivevo negli anni ’80 sempre più mi rendo conto della lucida consapevolezza che avevo allora della mia condizione interiore e poi, per estensione, anche della condizione di chi mi stava intorno o anche di tutta l’umanità, a seconda delle tematiche che toccavo.

Sono passati quasi trent’anni da questo ‘numero zero’ della tua poesia. La tua poesia è cambiata secondo te? Senti che c’e stata una evoluzione significativa nel tuo modo di scrivere o tutto segue un filo abbastanza consequenziale?
Indubbiamente è cambiata molto con il mio cambiare, proprio perche la poesia è lo specchio di ciò che provavo. La condizione esistenziale degli anni Ottanta per fortuna è cambiata per cui lo stile, le parole che usavo, la lunghezza delle poesie di allora non sono più gli stessi: le poesie più recenti si sono notevolmente accorciate, toccano argomenti sempre importanti ma con una densità emotiva più leggera a livello personale. In realtà cambio spesso tono, passo da poesie più leggere, più scanzonate – anche delle prese in giro di me stessa - a osservazioni sulla natura che riflettono considerazioni sulla natura umana. Quindi oggi effettivamente il mio modo di scrivere è più sintetico, più leggero e vario.

Quindi un po’ più di ironia? Possiamo dure che con il passare dell’età ci si prende anche un po’ meno sul serio?
Certamente c’è dell’ironia, ma io credo più che altro della distanza: i temi sono ugualmente profondi ma sono trattati con una distanza emotiva che mi permette di indagarli in modo più ampio.

In questa selezione di poesie presente nel libro, senti che c’è una poesia che ti rappresenta di più, visto che coprono un ampio arco di tempo della tua vita?
E’ difficile rispondere a questa domanda proprio perché per ognuna delle poesie c’e un significato per me importante: se le rileggo oggi comunque io ricordo esattamente l’emozione e il sentimento che provavo nel momento in cui le ho scritte, sono tutte una parti della mia vita che ho messo nero su bianco e che rimangono momenti significativi di me. Poi ci sono delle parti che sono superate e delle altre che sonnecchiano o che stanno ancora dentro con una certa densità. In alcune poesie, come Hai cercato l’amore, oggi vi trovo ancora un pezzo di me, in altre no, mi sento altrove.

Come nasce l’idea di tentare la pubblicazione, quindi di rendere patrimonio condiviso questa esperienza per te così profonda e radicata?
Una volta pensavo che c’erano due Antonietta (ora ce ne sono almeno duecento!): una era quella che riteneva che la poesia servisse solo a se stessa, fosse uno strumento per ‘stare in piedi’ e per conoscersi meglio, l’altra era quella che, rileggendole, le trovava belle e le apprezzava. E del resto quando leggevo le mie poesie alle amiche loro, giudicandole belle, mi spronavano alla pubblicazione. Dopo vent’anni – in effetti io ho tempi piuttosto lenti - mi sono fatta convincere. E più leggo le poesie altrui e più mi rendo conto del valore delle poesie che leggo se risuonano dentro di me oppure no: questo è il mio metro di misura. A un certo punto mi sono detta che era possibile tentare questa carta e, su insistenza delle amiche che continuavano a spingermi, ho superato la mia ritrosia e ho pensato che a quasi sessant’anni ‘bisogna provare’.

Nella pratica un giovane scrittore che voglia pubblicare le sue poesie che cosa deve fare? Tu che iter hai seguito?
La poesia è sempre di nicchia quindi non bisogna illudersi che ci sia una grande divulgazione, un ampio interesse o una fame di poesia; nonostante ciò mi sto rendendo conto che oggi si stano risvegliando gli animi e sta crescendo l’interesse verso questo tipo di linguaggio. Ho condotto su Internet una ricerca sulle case editrici che pubblicavano a costo zero e ho inviato i manoscritti. Una casa editrice, contraddicendo la sua pubblicità, mi ha risposto chiedendomi un contributo economico per la pubblicazione. Del resto avevo letto che - ai suoi tempi - anche Rilke era stato sovvenzionato dai suoi amici perché del tutto privo di mezzi e – con grande modestia - mi sono data coraggio e mi sono chiesta quale casa editrice scegliere. Per prima cosa ho cercato case editrici torinesi ma tra questi editori ho trovato ambiti di diffusione piuttosto limitati e poca promozione sugli autori. Tempo prima avevo letto alcune poesie di Alda Merini e tra queste una in particolare dedicata all’editore Manni e inserita in una raccolta pubblicata proprio dallo stesso Manni Editore. Mi sono chiesta il motivo per cui una poetessa dedicava al suo editore una poesia e ho immaginato che l’editore fosse persona particolarmente sensibile al linguaggio poetico sul piano personale, oltre che su quello meramente professionale. Ho quindi deciso di spedire i manoscritti a Manni Editore, il quale mi ha risposto che era interessato alla mia opera e mi ha indicato l’iter da seguire. In una clausola del contratto era previsto un mio personale contributo alle spese nella formula dell’acquisto di 150 copie del libro.

Individuata la casa editrice nasce poi l’oggetto editoriale. Perché il titolo Ricettari nascosti?
Questa scelta scaturisce dall’osservazione di un amico che un giorno mi disse che le mie poesie ricordano molto delle ricette. Poiché stavo cercando il titolo per il mio libro ho pensato a Ricettari nascosti: queste poesie in realtà possono essere lette come ricette di vita ma sono nascoste perché ognuno ne può ricavare un suo significato . Ritengo infatti che la poesia già di per sé obblighi il lettore ad una interpretazione e a una ricerca personale.

Scrivere una poesia vuol dire concatenare parole. C’è poi una successiva revisione oppure quello che sgorga e scaturisce d’impeto, di primo acchito, è quello che poi si ferma sulla carta? C’è, in altre parole, un successivo lavoro di limatura?
Tendenzialmente scrivo molto di getto, iniziando dalla prima parola o dalla prima frase che mi balena nella mente e poi vado avanti come una’associazione di immagini, perché la poesia è immagine. Alcune volte mi soffermo sulle parole e le modifico ricercandone di più adatte, altre volte rileggendo la prima stesura magari apporto dei ritocchi, soprattutto cercando gli ‘a capo’ giusti e ascoltandone il ritmo. Poi quando sono soddisfatta mi fermo.

Quindi c’è comunque un secondo momento di revisione?
Si, ma non stravolge mai l’idea iniziale, perché il mio approccio è molto istintivo: quindi la mente deve entrare pochissimo nell’atto di scrivere.

Che tipo di riscontro hai avuto da coloro che hanno letto il libro – pareri, impressioni, eventuali recensioni?
Il commento della casa editrice sulla quarta di copertina è già abbastanza eloquente: “queste poesie sono un lungo percorso poetico che attraversa la vita e ne sono viatico. I versi comunicano la necessità di esistere e interagire, confidando nell’adesione ad un progetto semplice e coerente, che comprende gli uomini, le cose, gli affetti, la natura” in quanto rispecchia pienamente il senso della raccolta, le varie parti di me che trapelano tra i versi. I riscontri sono stati molto positivi da parte di amici e non: in una serata di presentazione del libro - in cui la lettura delle poesie era accompagnata dalla musica - molte persone che assistevano alla presentazione mi hanno riferito di essere state particolarmente colpite da alcune poesie che hanno suscitato in loro impressioni, sensazioni, ricordi e anche interpretazioni personali che magari non coincidevano con il senso che io avevo dato a quei versi.

Ma in fondo questo è anche un po’ lo scopo della poesia.
Infatti, ho trovato molto interessante sentire quali corde facevano vibrare le mie poesie negli altri. Del resto ho sempre avuto il dubbio che ciò che io scrivevo riguardasse solo me, mentre ho scoperto che in realtà il discorso poetico coinvolge l’animo umano in genere. Sono stata molto lusingata da persone che, pur non conoscendomi, prendendo in mano il libro hanno letto una poesia a caso e hanno deciso di acquistarlo. L’apice del mio stupore è però arrivato con una lettera di Giorgio Bàrberi Squarotti, che mi legge esattamente per quella che sono: mi sono sentita profondamente riconosciuta nelle sue lusinghiere e sentite parole e ciò – come si può comprendere – mi ha dato un’immensa soddisfazione.

Ricollegandomi a quanto tu prima dicevi vorrei ancora chiederti quanto – secondo te - sia universale il linguaggio poetico.
Io credo che il linguaggio poetico appartenga a tutti: è il linguaggio dell’anima, è l’ascolto del sue emozioni. In una delle mie ultime poesie ho scritto che comporre poesie non è cosa da poco, perché è ricercare parole che arrivano da altro, da un livello che non è la mente. Solo se siamo veramente in comunicazione con la nostra anima, con Dio in quanto suo riflesso, riusciamo a far vibrare corde diverse da quelle della razionalità e trovo che ciò dipenda dallo spazio che noi lasciamo a questa parte di noi, dal tempo che noi dedichiamo a questo spazio e al contatto con noi stessi. In questo spazio sta la poesia, poiché essa è il luogo dell’espressione dell’anima. Poi si può esprimere poesia anche suonando, componendo, facendo una torta: ci sono espressioni poetiche a 360 gradi e se si sanno cogliere sono esse stesse poesia. La poesia scritta con parole è una delle molteplici forme di questa poesia in senso lato.

Potremmo forse anche dire che la poesia è una sorta di linguaggio archetipico, che affonda in un sentire comune dell’umanità, di quell’umanità che abbia una speciale sensibilità in questo senso e che se ne voglia riconoscere?
Direi di più: che abbia voglia di riconoscersi, perché c’è anche molto rifiuto. La poesia è di nicchia forse anche perché essa necessita di uno sforzo maggiore: un racconto è molto più fruibile.

Nel senso che può portare a volte anche ad altro da te?
Si, ci si può anche immedesimare, ma richiede uno sforzo certamente minore. Il contatto con sé implica il lavoro di scalfire le scorze e non sempre si ha voglia di farlo. Però oggi sento che c’è molta più propensione a mettersi in questo tipo di condizione, perché il nostro momento storico richiede questo come una valvola di salvezza, altrimenti ci sarebbe solo l’abbrutimento, mentre andare in altre dimensioni ci permette di riconquistare una parte di dignità umana che si sta perdendo. Percepisco in questo senso che stia crescendo la voglia di poesia, che essa sia in questi ultimi tempi più ricercata e accettata rispetto a una volta, e questo forse è un segnale di cambiamento nel sentire comune, molto positivo e molto promettente.


 

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