Antonio Ramos Rosa, Non posso rimandare l'amore

15/07/2006
Il poeta di un secolo, di Giancarlo Sissa

Nel 1935 Antonio Ramos Rosa aveva undici anni. Bambino non si sarà probabilmente accorto del sisma silenzioso e immobile che ha sciolto dall’Europa, come il precipitare d’una goccia in più dalla nube della sorte, la sua facoltà di sognare la vita vera. Fernando Pessoa svolava senza lamento – previo sosta nel retrobottega azzurro di una latteria – fra il verde dei fiori acerbi. Durban è in riva all’oceano, ammesso che la cosa abbia importanza. Il bambino Ramos Rosa si avviava – come molti – nell’incubo dei totalitarismi d’acciaio, cioè nel buio splendente. L’Europa invece nel grigio dell’infamia. Le sillabe del secolo scorso hanno attraversato dittature, avanguardie, normalizzazioni. Non è stato semplice, lo dimostra il fatto che a noi sono giunte stremate, vuote, afone, dopo aver scaricato il loro diluvio di poesia. Ora, e da tempo, la poesia dubita di sé stessa. Forse non esiste più. Le sopravvive qualche esperimento di laboratorio o, per contro, qualche levigatissima forma di lirica ipocrita e devitalizzata. In ogni caso ha perso la proficua dissonanza rispetto al nulla della morte e allo schiocco dei fucili. Non riconosce il suo compito primo – rinascere ogni giorno, restare curiosa del mondo, desiderare in modo forsennato, come un bambino - si è adeguata al tempo della strage, le mani sono mozziconi d’idee, non fanno, non sanno, scarabocchiano aforismi, levigano ossicini, snervano le parole, le riducono al nulla lamentoso di qualche verso francese, a qualche querula rimostranza italiana. “ … l’omino quotidiano ricomincia / il suo giro a vuoto / la fatica gli ha sostituito il cuore / i colori dell’inerzia gli girano negli occhi”. Antonio Ramos Rosa non è un poeta contemporaneo. Antonio Ramos Rosa è il poeta di un secolo. E come ogni vero poeta ci insulta con la sua lezione di umiltà. “I grandi animali silenziosi della terra / sognano un uccello di creta / la memoria ritrova il suo palazzo di uomo / la torre emerge dal bambino”. Soffia vita nella terra come qualsiasi divinità pagana, è antidiluviano, assoluto. Noi invece siamo sapienti. E ipnotizzati. Il contrario della semplicità. La poesia muore ogni giorno. Ma sopravvive nei secoli. Come mai? Serve semplicità. Un posizionamento onesto. Le parole con cui il filosofo Vergilio Ferreira (citato da Vincenzo Russo nella sua introduzione) descrive Ramos Rosa sono un manuale di critica e di poetica: “E’ seduto alla sua sedia il poeta. E’ un uomo povero – e questo è il suo posto. Perché tutta l’avventura, lo spazio aperto della vita, si concentra nella punta della matita, coincidente con la sua ombra, nel deserto del foglio su cui scrive”. Finchè ho una matita e un quaderno sono libero. Con una matita e la sua povertà Antonio Ramos Rosa ha attraversato il surrealismo, il passaggio cruciale (tanto in Portogallo quanto in Spagna e, per certi versi, in Italia) tra gli anni ’50 e ’60 e arriva a oggi, in una sua specifica distanza che il cammino della parola percorre ma non colma, non annulla. Lo immagino di spalle il poeta, potrei scorgerne il profilo se si voltasse un poco, come a verificare chi arriva a fargli visita, sorridendo fra sé e sé e come pregustando il bacio silenzioso d’un nipote o la comparsa d’una vecchia amante tornata dal ricordo d’un suo più intimo sogno. Perché “la parola è l’assenza della cosa” e c’è più mondo nello scrivere che nel leggere. “L’immagine poetica crea il suo spazio … in questo spazio tutti gli incontri sono possibili e tutto il possibile diventa reale”. Il mondo non si fa dire o ridire, il mondo aspetta in punta di matita. Questo non sanno i dittatori. Il corpo di ogni poeta è una matita che cammina su un foglio, quello che se ne vuole uccidere – o recensire - è solo il riflesso nello specchio, per questo la poesia muore ogni giorno ma sopravvive nei secoli. “Perché c’è un intervallo fra tutto e io, e in questo intervallo cammino e scopro il mio cammino / cammino un cammino di parole”. Nel tempo. Nello spazio del tempo che resta. E’ un cammino che non impone limiti ai suoi sensi e in cui la sinestesia mastica la metafora. “Silenzio nel tuo sguardo, nella tua bocca / Nella tua lingua primitiva si vede il mare”. “Nella tua bocca respirano le finestre”. “Contro di me riposo e nasco”. La parola rinasce al corpo, gli solleva il sangue. “Tutte le parole si illuminano / al fuoco del tuo corpo che si spoglia”. “La nudità della parola che ti spoglia”. Di cosa siamo innamorati? Questa è la sola domanda critica plausibile. “Che le parole siano il fuoco scritto” e il rogo dell’arroganza. Nel buio attorno vive l’uomo.
“Le parole vengono da luoghi frammentari / Le parole possono formare una scrittura nativa / di corpi chiari”. Antonio Ramos Rosa scrive a petto aperto, non centellina il suo eloquio, la sua scrittura è piuttosto un arginare l’abbondanza dell’emorragia. Sanguina e non è visibilmente ferito. Il suo dirsi è un modo azzurro di declinare le immagini del corpo e del mondo. Conosciamo un modo migliore di camminare attraversando? “L’ordito più segreto è il silenzio e questo è il primo fondamento della costruzione invisibile … la finitudine bagnata dalla soavità dell’istante” (qui traduco io da “O aprendiz secreto”, 2001). Anche nell’aion di questo nuovo ossimorico millennio. “E tuttavia se scrivo è perché forse spero / di avanzare lungo i muri verso una spiaggia segreta”. Questo può la poesia? Noi continuiamo a insultarci, muti come di là da un vetro. Stiamo in un dire vuoto che rinnega il quotidiano e non conosce umiltà, il sogno del quotidiano, il beato smarrimento nel quale un uomo si fa poeta scordando, reinventando, rinascendo a un suo segreto esposto, raccontato, elargito, divulgato. Questo forse è la poesia, l’invenzione del segreto, il contrario della solitudine.

Postilla:
Fate finta che Sebastiano Sotgia, filosofo dantista di vocazione anarchica da anni in forze all’Osteria del Montesino, giri a Giancarlo Sissa il numero di telefono di Vincenzo Russo, giovane lusitanista e traduttore fra l’altro di Fernando Pessoa, perché i due possano ragionare un po’ di poesia portoghese contemporanea. Fate finta che incontratisi durante un paio di cene Sissa e Russo, e poi Alberto Bertoni, decidano che Antonio Ramos Rosa è ora che si provi a farlo passeggiare anche in Italia. Fate finta che Manni Editori si renda disponibile – rischiando ancora una volta in poesia - a pubblicare il libro e che Russo si metta giù a tradurlo. Fate finta che si faccia anche così – poveri ma con un quaderno e una matita – a essere poeti, traduttori e editori. Quello che ne risulta è l’esperienza di una scommessa, o viceversa. Un comportamento critico e filologico carico di significato. In una Europa che di significato ha bisogno, per tentare un secolo con meno orrore.

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