Benedetto Di Pietro, L'allegra Repubblica di Queras

09/08/2014

Di Pietro sulle orme di Orwell, di Emanuele Dolcini

 
Una “Fattoria degli animali” 70 anni dopo. Meno utopiee più “inciuci” nell’isoletta grecadi Queras, dove lo scrittore melegnaneseBenedetto Di Pietro ambienta “L’allegra repubblica di Queras”, libro in uscitaper l’editoreManni, che ha già pubblicato il romanzo “Il Canto della Pernice”. Di Pietro riprende una finzionenarrativa cara all’immaginazioneumana da sempre: da Esopo e Fedro fino alle “Fables Choisis” di JeanDe La Fontaineper arrivare a “La fattoria degli animali” concepitoda GeorgeOrwell negli anni Quaranta. Cioè quello delle bestie che da un lato incarnano determinati tipi umani, a tutto tondo, con pochi chiaroscuri: dall’altro degli animali che ribellandosi ai loro padroni bipedi tentano di dare vita a una società perfetta, utopica, egualitaria, che finisce però col riproporre le medesime ambiguità, difetti e soprusi umani, se non peggio.
È chiaro che la vera, profonda domanda - per la quale una fiaba non basta - è perché l’utopia finisca in distopia, la rivoluzione in regime. Di Pietro, noto per la lunga attività come narratore, critico e ricercatore di linguistica, immagina che l’“ammutinamento” zoologico avvenga in un futuro molto simile all’oggi, il 2075, nell’isola greca di Queras, abbandonata dagli umani dopo un disastroso terremoto. La Grecia probabilmentenon è una scelta casuale, per la nascita in contesto ellenico dell’abbinata uomo-animale e per l’individuazione del “ventre molle” dell’Europa attuale proprio nella fascia dei “Pigs”, appunto, i Paesi euromediterranei.
Il potere nella Queras "liberata” viene preso inizialmente dai cani, con strategica collocazione al ministero della Giustizia di due giuristi, un dobermann e un rottweiler. L’opposizione e la sovversione vengono guidate, come natura comanda, dai gatti, che riescono a dividere il fronte dei “canidi” portando volpi e lupi dalla loro parte. Nelle pagine si sviluppano diversi fatti che manifestano con una certa sottigliezza proprio la natura «biforcuta» della politica: la ribellione contro i cani è per esempio guidata dal ministro della Cultura (un gatto), cioè dall’esponente del più sottovalutato dei ministeri, allorché il dittatore Mastino dichiara che «l’ignoranza è il sale del mondo». E invece no. A un certo punto si forma un movimento di «antipolitici» (bovini, capre e bestie simili) che critica sia i cani che i gatti, ma resta sulla soglia senza assumersi l’onere di governare...
Il finale? Giusto lasciarlo al lettore. Di Pietro dichiara di avere messo giù il canovaccio della storia influenzato, più che da Orwell, dal fatto di aver tradotto alcune della favole di La Fontaine nel dialetto galloitalico del suo comune nativo, San Fratello in Sicilia. Un appunto al godibile apologo? L’uso insistito del presente storico non giova alla narrazione, che forse avrebbe guadagnato da un maggiore lavoro sui tempi verbali.
 
 

 

 

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