Bifo, La sollevazione

07/01/2012

Banchieri usurai, il nemico global, di Massimiliano Panarari

In Italia, si sa, abbiamo (più di) qualche problema con la modernità.
E l’ultima riprova la si ha guardando al curioso (ma non troppo) impasto di critiche rivolte alla finanza considerata responsabile della durissima crisi in cui ci stiamo dibattendo.
Perché c’è critica e critica, e non tutte si equivalgono. Così, accanto a quelle, autorevolissime, di premi Nobel come Joseph Stiglitz e Paul Krugman e degli sparuti economisti di scuola keynesiana sopravvissuti alle purghe eseguite dai Chicago Boys e dalle truppe hayekiane, tiene il campo uno zibaldone di scomuniche e attacchi che mescola echi antichi e sapori postmodern. E, non a caso, sta comodamente tutto sotto l’ombrello di uno Zeitgeist che, da tempo, assume i colori di un medievismo postmodernista dove gli “opposti estremismi” finiscono, anche loro malgrado, per coabitare.
La matrice comune, rispolverando una categoria che arriva direttamente dall’Evo di mezzo, è quella di “usura”, alla quale vengono accostate le operazioni finanziarie che maneggiano il denaro, lo “sterco del demonio”.
A rilanciare l’anatema nei confronti nei suoi confronti sono gli ultimi “custodi della tradizione”, i camerati di Casa Pound, i quali, tra un concerto nazi-rock e un’occupazione di case in qualche borgata romana, si cimentano anche nella critica al neoliberalismo sotto l’egida del poeta americano da cui hanno tratto il nome.
Per l’appunto, l’autore degli sterminati Cantos, Ezra Pound, poeta liricamente grande, ma politicamente scorrettissimo e maledetto, sfegatato ammiratore di Benito Mussolini, col pallino per Dante Aligheri e un odio viscerale per i banchieri di Wall Street, a suo dire reincarnazione degli usurai di medievale memoria.
Ma non sono soltanto l’estrema destra che si vuole sociale e il neofascismo del terzo millennio a picchiare duro contro la finanza e a innalzare le cosiddette “ragioni dei sconfitti”. All’altro capo dell’arco politico antisistema, eterno ritorno di una storia già vista e vissuta, c’è chi, sicuramente antifascista, non vuole essere secondo a nessuno in quanto ad antiliberismo, che si traduce, molto più prosaicamente, nell’ennesima versione, riveduta e corretta, dei soliti antiliberalismo ed anticapitalismo. E, così, dalla difesa del “popolo italiano” e della nazione passiamo direttamente alla lotta delle moltitudini in marcia contro l’Impero e le sue multinazionali, rimanendo sempre dalle parti di un vitalismo che oggi chiamiamo biopolitica, ma che, a inizio Novecento, sarebbe piaciuto parecchio a personaggi come il teorico dell’anarcosindacalismo Georges Sorel, un altro con una certa predilezione per i simbolismi medievali e una discreta pratica di estremi politici che si toccano.
È l’antagonismo libidinale degli anni Settanta che si ripresenta sotto nuove spoglie, ma accompagnato dai numi tutelari di sempre, il super globalizzato Toni Negri (che, sospettiamo, sotto sotto, ammiratore del neoliberismo un po’ lo sia, come Karl Marx lo era della borghesia, anche se il paragone è alquanto ingeneroso nei confronti del vero grande vecchio di Treviri) e Bifo, alias Franco Berardi, con la sua scuola bolognese della “santa insolvenza” (Federico Campagna, Gisella Vismara, Gigi Roggero).
Dopo essersi inventata San Precario, infatti, la metamorfosi dernier cri del Settantasette ha messo nel mirino le banche e il “capitalismo finanziario e criminale”, invitando alla Sollevazione, come l’ex leader della stagione degli “indiani metropolitani” e di Radio Alice ha intitolato il suo ultimo libro (uscito da Manni). Ovvero, come ha scritto un intellettuale non certo tacciabile di simpatie liberali, il marxista Stefano Azzarà, «quarant’anni di innocuo fancazzismo movimentista mascherato da sovversione». Contro il mercato, che non va certo regolamentato o reso più equo, ma (nulla di nuovo sul fronte occidentale) rigettato in toto, “senza se e senza ma”. E, già, proprio lunga è la strada della rivoluzione liberale («socialista o semplicemente democratica», come scriveva l’altro ieri Stefano Menichini) qui da noi...

 

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