Bifo, La sollevazione

12/01/2012

L'opposizione al finazismo, di Alberto Sebastiani

La situazione è: «una larga maggioranza di persone è costretta a rinunciare a risorse e beni, e una parte largamente minore si accaparra la ricchezza». In piena crisi, «la lotta di classe è in pieno svolgimento», ma c’è una profonda differenza rispetto alle crisi passate: «non è più la volontà di una forza di governo a dominare il processo, ma degli automatismi».
Franco Berardi, meglio noto come “Bifo”, martedì è alla Modo Infoshop per presentare il suo ultimo saggio, La sollevazione. Collasso europeo e prospettive del movimento (Manni). Parla a una libreria piena, di under 30 e più attempati signori, tra cui docenti dell’Alma Mater, come Stefano Bonaga, e l’Assessore alla cultura Alberto Ronchi. Parla della crisi, delle riflessioni che ha fatto nelle ultime settimane, dopo l’uscita del libro, e delle strade che sembrano essere praticabili come risposta alla crisi. Risposte politiche.
Gli automatismi, dunque. «Foucault ci ha insegnato con la nascita della biopolitica che è avvenuta un’incorporazione antroplogica del modello liberista. Ma oggi il processo ha incastrato nelle dinamiche sociali degli automatismi che nullificano la vita reale della società. E siamo convinti di non poterci fare più nulla». Un tempo «i fatti del mondo erano governabili, in parte, e nella loro gestione la classe dominante, la borghesia, aveva un piano, una visione, una strategia, ma oggi non esiste più una classe dominante, il nemico non è più la borghesia». Questa «non è più territorializzata, né produttrice. La globalizzazione distrugge il rapporto tra processi produttivi e territorio, e la classe finanziaria (se la si può definire “classe”) non è affezionata a un territorio, non ha legami con una comunità, e si comporta da predona».
Bifo ricorda Rosa Luxemburg, il suo discorso sull’imperialismo, sulla necessità di espandersi del capitalismo: «e quando porta a termine la colonizzazione globale, che succede? È successo che ha colonizzato lo spazio interiore, ha prodotto ansia, depressione e rimedi per entrambi». Ma come uscirne? Questo è il punto: «noi moderni ci siamo raccontati la storia che si rovescia il potere con la mobilitazione, con la rivoluzione. Non è così. Bisogna pensare al “modello schismogenetico” di Bateson: da un corpo agonizzante ci si deve staccare e formare luoghi, “permanent autonomous zone”. Come cellule che per sopravvivere si separano e poi proliferano».
Negli ultimi tempi Bifo ha cominciato a «occuparsi di soldi», seguendo community come “dyndy.net” che si interrogano sulla costruzione di un sistema monetario complementare e alternativo a quello in crisi. «Bisogna opporsi al modello “finazista” che ha preso la governance e che vuole la costituzionalizzazione dell’austerità perenne. Dobbiamo avere la forza di produrre un processo di autonomizzazione. L’intelligenza della generazione connettiva è notevole, ma la capacità di congiungersi nel tempo lungo è fragile, così il panorama è indignato ma impotente. Il senso dell’insurrezione in corso è trovare la corporeità collettiva, nel territorio».
Se non si trova questa spinta, vince il populismo, o il localismo. «In Ungheria c’è il partito dei Migliori, discendente diretto del partito nazionalsocialista. Ma in Italia siamo messi meglio? Forse nel futuro non ci sarà un giullare, o uno che abbaia sempre, ma un Flavio Tosi…». Non è però detta l’ultima parola: «Da vecchio marxista eurocentrico dico che in Europa si gioca una battaglia decisiva. La crisi è arrivata qui dove il capitalismo è nato, e qui forse finirà la sua storia».

 

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