Cosimo Argentina, Maschio adulto solitario

01/06/2008
23/04/2008 - Paese Nuovo
Homo homini lupus, di Elisabetta Liguori

La realtà descritta da Cosimo Argentina nel suo ultimo romanzo, Maschio adulto solitario, edito da Manni giusto in questo aprile 2008, è sapientemente lavorata con la carta vetro dei falegnami.
Una storia dura, questa, penetrante come un proiettile, capace nell’impatto di divellere totalmente la patina superiore delle cose toccate, per arrivare alla carne, ai nervi, al sangue. A quello che sta dietro le storie degli uomini. Dietro un uomo in particolare: Dànilo Colombia, uomo comune che nel tempo del romanzo diventa mostruoso, e la cui vita si sovrappone alle sorti della sua stessa città: Taranto. Argentina, infatti, sceglie di mettere le mani non solo sull’anima, il corpo e gli istinti umani, ma anche sulle strade, i vicoli, il porto, le piazze, il mare che, come culle dentate, accolgono gli uomini, per poi ingoiarli. Argentina tratta di uomini e cose e luoghi orrendamente nudi ed come se coi denti li masticasse lentamente: questa è la forza della sua nuova letteratura.

Lo ammetto: sono colpita da questo nuovo Argentina. Molto colpita. Ferita, schiaffeggiata, persino offesa, ma non di certo delusa. Perché questo autore, giunto ormai alla sua piena maturità artistica, creativa, letteraria, non si limita ad osservare un uomo nudo sulla sua terra, ma compie preliminarmente un lavoro articolato e meticoloso di svestimento, trituramento e digestione dello stesso, per poi restituirlo al lettore sotto forma di allucinata cronaca. Si tratta di una rivelazione letteraria di cui la critica non potrà non tener conto.
Due parole sulla trama.
Dànilo è un ragazzo insicuro, instabile, fragile, che, come tutti, vorrebbe stare in mezzo alla gente, ma non sa farsene toccare concretamente, poiché ne ha una paura folle. È profondamente solo. È spaventato. E’ certo che un destino spaventoso lo aspetti al varco. Quello che Argentina sceglie di narrare, dunque, non è la crescita, la maturazione, la formazione del suo protagonista, ma il suo precipitare a ritroso verso quel destino temuto. Dànilo è uomo pieno di ossessioni e, per reagire alle stesse, immagina di identificarsi con Kuma, cane lupo selvatico, soggetto da documentario o videocassetta, maschio adulto solitario a pelo grigio, in lotta sfrenata con gli altri lupi, perso tra crepacci di ghiaccio e nebbia, vittima della forza cieca degli elementi naturali. Un mito minore.
Questa sua vicenda si articola in cinque parti: il servizio militare presso la caserma di Bari, l’esperienza lavorativa in una fabbrica del nord, gli anni degli studi giuridici, la pratica legale presso un studio già avviato, la professione e l’ingresso nel mondo del lavoro secondo i dettami della malavita tarantina.
Proprio come per una bestia braccata, tutti i tiranni che si alternano nelle diverse fasi della vita di Dànilo hanno più o meno lo stesso nome: Carve, Corva, Carva, Corvo. Molti predatori e una sola preda.
Anche l’amore ha un nome: Sara, una ninfetta triste che ricorda la Lolita di Humbert Humbert, donna bambina che, proprio come nel romanzo di Nabokov, morendo diventa ossessione pura. Dal momento in cui lo incontra e poi subito lo perde, l’unica cosa che desidera Dànilo è ritrovare nelle altre donne il viso pulito di Sara, il suo corpo sodo e il piacere acerbo che sapeva regalare. L’idea assoluta di irraggiungibile purezza, l’unica capace di spingerlo oltre gli orrori quotidiani. Sara sarebbe dovuta essere la sua donna, invece una serie infinita di erinni mostruose continuano a piovere addosso a Dànilo come grandine per tutta la durata del romanzo: madri, sorelle, baldracche, clienti, rivali. L’immagine di Sara che muore apre il romanzo e coincide, quindi, con il trauma del protagonista da cui tutto discende. Prima di Sara ben altra storia sarebbe stata possibile; dopo la sua morte Dànilo non può che impazzire. E rimestare tra valanghe sconclusionate di donne orrende e laide. Ciascuna tra queste, unite agli altri tiranni, genera per lui tempeste ormonali incontrollabili, finendo per liberare l’incubo degli Invisibili: l’ennesima ossessione. Si tratta di immagini fantastiche di persone care, ormai defunte, che il cervello esplosivo di Dànilo produce come un mitragliatore sera dopo sera, al momento di abbandonarsi su un divano o un letto qualunque. Un’artiglieria di tormenti multipli, senso di disfatta, impulso alla violenza e desiderio represso.
Questa è la vita di Dànilo.
Niente di più di questi sogni tumultuosi e poche altre azioni ripetitive. Gli amici, quelli veri, in carne ed ossa, sembrano svaniti nel nulla. Ogni volta che li cerca, questi sono impegnati altrove. Sono molto più invisibili loro degli altri fantasmi che lo ossessionano, e che nel tempo gli restano schierati di fronte come un fedele plotone pronto all’esecuzione.
Ma se non ci sono uomini veri nella vita di Dànilo, di certo non si può dire lo stesso della sua città. Taranto c’è. Taranto è vera. La città lo bracca e man mano che la storia avanza e l’anima di Dànilo si fa sempre più lurida, anche la città s’ammorba, precipita nel fango, fino a diventare un bubbone di crudeltà, malaffare e delirio putrescente. C’è la Taranto dei derelitti, delle donne sfatte, dei trafficanti, della pioggia battente, dei sorci malati, del sole acceso, della spazzatura che annega, delle armi, della forza bruta, dei tramonti, dei condomini che cadono giù in croste. Ogni strada ha il suo diverso volto, le sue particolarità, ed Argentina ci tiene ad essere preciso nelle sue migrazioni narrative, quasi come avesse in mano le pagine gialle. In qualche modo questa sua città, il suo dettaglio, finisce per essere concausa al dolore del protagonista, se non responsabile unica, pur restando fonte di desiderio. Dell’unico desiderio possibile.
Ma allora tutto è davvero orrore? No, non lo è. Per fortuna c’è la tigre a sollevare le sorti estetiche dell’ esistenza di Dànilo. Una tigre bellissima e rabbiosa, chiusa in una gabbia rudimentale negli scantinati di un condominio. La tigre è il suo specchio magico. Anche lei è bestia adulta solitaria, la cui vita presuppone il branco, ma dallo stesso è allontanata. Dànilo e la tigre sono vittime delle stesse circostanze avverse, fregati dal destino entrambi, costretti a diventare invisibili per limitare i danni, ridotti all’impotenza, ma ancora vivi.
Solo la tigre e la piccola Sara, dunque, si oppongono all’orrore. Lo tengono a bada. Sara è Beatrice e la tigre è Virgilio nel personale inferno dantesco che Dànilo ha costruito solo per sé. Il suo è, infatti, un viaggio circolare nel tempo, circoscritto ad uno spazio claustrofobico, narrato in un unico vertiginoso lamento.
Un lamento che ricorda quello del quale aveva scritto a suo tempo il grande Roth. Un giro sull’ottovolante di un progressivo impazzimento. Proprio come in Roth, il punto di vista è soggettivo, allucinato, senza freni. A volte euforico, a volte depresso, ma sempre estremo. È proprio questa originalissima prospettiva a rendere la scrittura di Argentina così densa e compatta, mentre forma e sostanza si arrotolano come filo di lana intorno ad un rocchetto, intorno ad un’unica idea centrale: homo homini lupus.  Conrad diceva: “ si vive come si sogna, da soli”. Sacrosanto. Tale assunto mi par che si presti splendidamente all’analisi antropologica di questo nuovo Argentina. I suoi uomini vivono in guerra, infatti, l’uno contro l’altro, l’uno per distruggere l’altro. E chi non ce la fa, o si nasconde o da di matto. Ma allora perché scrivere un romanzo come questo? Come spiegare una simile costruzione narrativa? Perché annunciare certe catastrofi? Non avrebbe forse alcun senso fare una domanda come questa all’autore, dal momento che, come Argentina stesso ha confermato in alcune recenti interviste, uno scrittore che spieghi il suo romanzo fa un po’ l’effetto di un prestigiatore che spieghi un trucco con un altro trucco. Non ha senso. Ma i lettori, si sa, sono brava gente, inoffensiva: si fanno di frequente domande come queste e se da soli se le fanno, solitamente da soli si rispondono. È solo chi scrive, è solo che legge. Un’equazione di scambio tutto sommato bilanciata. Per quanto i luoghi narrati, liberati dalle ordinarie sovrastrutture e inseriti nella giusta contingenza storica, appaiono come strumentali ad un’ inviperita denuncia sociale, non credo che questo sia l’unico intento dell’autore. Non è il nostro sudicio sud la spinta principale. Non solo quello. Ci deve essere molto di più. Penso piuttosto che la genialità di questa storia e del suo modus, sia conseguenza diretta del bisogno di liberarsi del proprio romanzo interiore, del proprio demone, di lasciar libera la bestia che sempre, e ora più che mai, abbaia nella pancia degli uomini. La buona letteratura lascia che quella bestia, qualunque essa sia, nella sua esclusività diventi voce. L’inferno sintattico di Argentina, in particolare, mescola umori diversi: dialetto da strada, diritto nobile, sogni, la musica degli indimenticabili Queen e la poesia classica. Riesce a toccare punte d’umorismo tragicamente lieve, per poi dall’alto precipitare nella melma, ricavandone una sorta di godimento perverso. Una voce propriamente maschia, questa, i cui toni baritonali crescono con l’estrinsecarsi di una graduale, sconvolgente scoperta: siamo soli, e l’unica forma di amore possibile è quella verso noi stessi. L’effetto finale è devastante: un ultimo bestiale ululato che straccia la notte, altera ogni forma, incenerisce il significante ed illumina il significato, elide le differenze e ci conduce nel cuore del tempo che viviamo.

09/05/2008 - Quotidiano di Lecce
Senza limiti, di Antonio Errico

Quando Cosimo Argentina comincia a raccontare sa già che la differenza tra le storie è data dalla vita e dalla morte. Sa che deve scendere - che deve sprofondare - fino a raggiungere quella differenza, fino al punto in cui si rivelano i nodi dell’essenza, i grovigli di senso, le trame complicate, le implicazioni che comportano menzogna e verità, la coscienza limpida o torbida ma comunque essenziale, riconoscibile, autentica. Quando comincia a raccontare sente già il brivido che correrà come una febbre per tutta la narrazione, il respiro che si annoda in un affanno, l’ansia di trovare le parole più aderenti, i ritmi connaturati, i costrutti più coerenti.

Maschio adulto solitario, edito da Manni in questi giorni, è un romanzo che abolisce il limite. Ogni elemento è sempre oltre: il tempo, lo spazio, gli stadi della crescita, la conoscenza, l’esperienza. È anche oltre la necessità di raccontare, anche oltre il dolore, il silenzio, oltre la colpa e oltre l’innocenza, al di là della ragione, del sentimento, della rassegnazione, fuoriesce da qualsiasi incipit e qualsiasi explicit, sventra il concetto di bene e quello di male, di dolore, felicità, vizio, virtù, trascendenza, immanenza. Perché quello che accade, accade così e non diversamente è un interrogativo che esplode - implicitamente, in modo mascherato, serpeggiante - in ogni pagina. È un corpo a corpo dilaniante con l’idea di destino, con la bellezza deturpata, l’onestà violentata, l’angoscia del tempo che cresce, e sommerge, nonostante i tanti infingimenti, i tentativi di catarsi, la tensione della metamorfosi, la ricerca di una consistenza del proprio essere, del proprio esistere.
Pastiche caleidoscopico di matrice gaddiana filtrato dalle tendenze del romanzo dell’ultimo Novecento; lessico ribollente che proviene da sottocodici suburbani e da suburra, dalla marginalità e dalla emarginazione, dal disagio del vivere, da un’autoreclusione nelle proprie visioni del mondo, dell’altro, del sé; una fraseologia mimetica, secca, essenzializzata nelle immagini, caratterizzata dalla prevalenza dei fatti.
Argentina fa uso di molti registri, comunque ricondotti prevalentemente ad un parlato spontaneo, immediato, l’argot della città vecchia mescidato dal nuovo che avanza, da un’estetica ad un tempo tragica e lussuriosa.
La narrazione procede per scioglimento di grumi: la città, l’amore, le abissali ossessioni, creature invisibili, visibili - sovrastanti - fantasmi.
Quando poi il grumo si scioglie rimane il sangue per rivelare l’origine e il fine, il motivo e il movente, la causa e l’effetto di ogni possibile vita e quindi di ogni possibile racconto; rimane il ricordo lancinante di qualcosa che si riverbera nel presente come un’emozione, una sensazione, una percezione, una malinconia, una tenerezza, un trasalimento, uno stupore. Rimane il fondo o il fondiglio dell’origine, del tempo generativo, del luogo interiore che sopravvive e pulsa tra le macerie: Taranto che profuma di maggio. La sua gente che ha lo stesso odore.
Mentre racconta Cosimo Argentina sa che ogni realtà per poter sopravvivere a se stessa ha bisogno di trasformarsi in metafora, allegoria, archetipo. Così i suoi luoghi e i suoi personaggi diventano archetipi, metafore, allegorie di destini, vizi, virtù, maledizioni, rancore. Ci sono tutti i sentimenti in questo romanzo; ci sono vuoti, vertigini, ossessioni. La sola cosa che non c’è è l’indifferenza. Questa è una scrittura di appartenenza totale, viscerale, senza mediazioni. Che riguarda chiunque ne venga in qualsiasi modo e per qualsiasi ragione a contatto, indipendentemente dalle idee di poetica, di forma, di stile, dalle visioni dell’universo e, conseguentemente, della letteratura, più esattamente della scrittura. È un romanzo che prende posizione rispetto alla continua contaminazione del bene e del male, al dramma quotidiano che smotta in commedia e alla commedia che sbocca nel dramma, al vizio di interrogarsi sulla possibilità, che spesso si fa necessità, di una metamorfosi del sé in altro e sulla codardia di non darsi mai una risposta.
Argentina è sempre dentro i suoi personaggi e i personaggi sono dentro di lui. Non si identificano ma si compenetrano. C’è una psicologia del profondo e del rimosso che agisce e aggredisce ogni pensiero e ogni parola.
Quando Cosimo Argentina finisce di raccontare, tutto quello che esisteva al principio non esiste più: non c’è più quella città, né quel tempo, né i destini. Di uguale, o quasi uguale, resta solo un correre correre senza scopo, la smania di un’esperienza di esistere che si paga minuto per minuto, a prezzo ogni minuto più caro.

01/06/2008 - Qui Salento
La notte della città dolente, di Valeria Nicoletti

“Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore, per me si va tra la perduta gente, giustizia mosse il mio alto fattore”, quell’onnisciente fattore citato dal sommo poeta ritorna da silente spettatore in questo libro e sembra essersi dimenticato della buia Taranto, affossata, madida di umido e sudore, impantanata nel puzzo delle fogne a cielo aperto, con la città vecchia arrotolata su se stessa come un serpente a sonagli, solcata da strettoie poco raccomandabili, dove, rintanati nei loro covi, aspettano la notte mafiosi e pregiudicati, tossici e barboni, biscazzieri di ultimo ordine e donne di facili costumi.
In questo dedalo, gonfio di marciume stagnante, si aggira Dànilo Colombia, fresco di laurea in legge, tornato sul suolo natio per seguire il cursus, non tanto honorum, degli avvocati, o aspiranti tali, in quel di Taranto, sul finire degli anni Ottanta.
Sono la caserma Picador di Bari, le angherie del capitano Corva, e il tragico incontro con la piccola Sara, che lo catapultano nella città natale, costringendolo al ritorno, in una casa che non è più casa, una tappa desolante, una stazione polverosa di una vita che, come i treni quaggiù, sono sgangherati e sempre in ritardo. E sono stati i soprusi della caserma, la sfilata degli orrori in un padiglione infettivi dove si era rifugiato proprio per sfuggire a capitani e “marescialli”, che lo hanno mutato in Kuma, giovane cane lupo, maschio adulto solitario, che muore nelle nevi sul nastro consunto di una videocassetta.
Così si autoincorona quindi il Colombia, affilando i denti in queste pagine che raccontano la sua triste parabola, mostrando senza pudore alcuno le bassezze più sporche della sua vita. È Cosimo Argentina, docente di Diritto ed Economia politica e scrittore al suo quinto romanzo, che narra la storia Dànilo, giovane, sfortunato, tarantino, in un libro impregnato di humour nero, che strappa sorrisi a denti stretti nonostante le scene crude, aspre, il linguaggio folgorante che, giustificato dalla prima persona del narratore, si abbandona alle ruvidà del gergo, alla sconcezza dell’intimità più rozza e alla brutalità da fragili camerati repressi.
Sì, perché una violenza cruenta e incomprensibile s’impossessa dello sfuggente Dànilo durante la sua discesa all’inferno, una violenza sanguinolenta di quella che trancia le dita a martellate, che tira calci nei denti e si nega a tutti gli invadenti perché. Da maschio solitario, diventa parte del branco. Kuma perde l’algida destrezza da lupo dell’Antartide e si riduce ad un povero botolo che si morde la coda e sia attorciglia sulle sue stesse catene.
Maledettamente calamitato verso l’inferno, Dànilo ci si spedisce da solo. I passi lo dirigono inevitabilmente nel regno delle industrie, terra di polmoni sfranti e polveri sottili, nella notte del lungomare tarantino, tra le esecuzioni dei malavitosi e le pericolose impazienze dei tossicomani, nel labirinto nauseabondo della giustizia locale, troppo occupata a spennare pensionati e a finanziare seconde case con vista sul mare e tanto di boudoir personale per badare alle utopiche teorie alla Voltaire.
“Ogni angolo della terra è un incubo, più o meno profondo a seconda degli occhi che lo scrutano”, così dice Dànilo e lui, da quell’incubo, non prova neanche ad uscirci, anzi ci s’inabissa sempre di più, fino a toccare il fondo, alleandosi con i bicipiti mafiosi e truffaldini, armati di Beretta 38.
Sono lontani i tempi dell’esercito, degli ideali di libertà solitaria. Dànilo in quell’inferno c’era cresciuto e adesso era una creatura che aveva cambiato pelle, “un umano che era stato morso da una creatura inumana e ora era a sua volta un non morto” e di stare tra coloro che gli ricordavano il suo fallimento, di aggirarsi tra la perduta gente, non ne poteva fare a meno: la meschinità degli altri era di supporto alla sua. Di Kuma resta un relitto condannato alla “sorte di vivere”.
“Non ispirate mai veder lo cielo”, sentenzia Dànilo, alla vigilia del suo epilogo, che lo condurrà, lui che sognava l’inferno, alla salvezza coatta in un limbo impietoso e senza via di scampo.

03/06/2008 - Corriere del giorno
Argentina si tinge di noir, di Michele Tursi 

Un consiglio: se incontrate Dànilo Colombia, cambiate strada. Un altro: se incontrate Cosimo Argentina, stringetegli la mano.
Maschio adulto solitario segna un cambio di passo rispetto alle precedenti produzioni dello scrittore tarantino (dal Cadetto a Cuore di cuoio, fino a Nud’ e cruda). Il romanzo è impegnativo. Nei contenuti e nella forma.
La storia è quella di un ragazzo, Colombia appunto, e del suo decennio esistenziale più tormentato: dai 20 ai 30 anni o giù di lì. Lo sfondo, manco a dirlo, è Taranto (ma non solo). Il periodo, gli anni Ottanta grondanti di sangue della guerra di mala. L’atmosfera ricorda la Los Angeles piovosa e inquinata di Blade Runner. La narrazione procede su due livelli. Uno è quello, per così dire, pubblico di Colombia: le donne, gli amici, il lavoro. L’altro è privato: il rapporto con la madre e la sorella, il padre e gli avi defunti. Argentina li tiene insieme con equilibrio senza mai far prevalere l’uno rispetto all’altro.
Il protagonista oscilla con coerenza tra i due emisferi contaminandoli, senza sovrapporli. Poi ci sono i personaggi, tratteggiati con grande sapienza. Una galleria colorata che volteggia intorno al “maschio adulto solitario”, un’etichetta che lo stesso Colombia si ritaglia affascinato dalle imprese cinematografiche di Kuma, un cane lupo che si tiene alla larga dal branco.
Lungo le cinque parti che compongono il romanzo, si succedono omaccioni corpulenti e minacciosi. Ognuno di questi, i cui cognomi sono quasi sempre anagrammati, tiranneggia su Colombia. Anche questa è una chiara citazione cinematografica.
Numerosi i personaggi femminili. Due in particolare, Sara e Giacomina, in qualche modo aprono e chiudono la parabola di Dànilo Colombia, la sua discesa verso l’inferno.
È un Argentina nero. Ma nero nero. Ritratti grotteschi, sinfonie paranoiche, paesaggi allucinati scorrono davanti agli occhi arrossati del protagonista. Già, gli occhi. Nel vuoto cosmico della sua vita, l’unico riferimento per Colombia è Anselmo, il centralinista cieco conosciuto in caserma, a Bari. In verità ce n’è un altro: una tigre custodita illegalmente da un pregiudicato che tira su qualche lira con le false testimonianze.
Una fascinazione animalesca tra due belve, entrambe prigioniere. Il felino, però non per sua volontà. Colombia, invece, costruisce le sbarre della sua gabbia, giorno dopo giorno, seminando dolore e soffrendo egli stesso. Incapace di gridare aiuto e di ricostruire. Gli riesce meglio fuggire oppure demolire quanto gli capita a tiro.
Un libro total black in cui anche la luminosa e soleggiata Taranto viene spennellata di nero e di grigio, sporcata e insanguinata più di quanto non lo sia stato negli anni Ottanta.
Ma la città, stavolta, è uno sfondo che, per quanto importante, resta tale. Argentina compie la svolta: non è più Taranto ad usare il suo talento di scrittore. Ma è lui ad (ab)usare la città per fini narrativi.
 
Intervista all’autore di Michele Tursi
Con Maschio adulto solitario, Cosimo Argentina, taglia il traguardo del settimo libro.
Un romanzo diverso dai precedenti. Come mai?Solo apparentemente. In realtà ogni libro si distacca molto dalprecedente. Con Mas (acronimo coniato dall’autore per la sua ultima produzione, ndr), è come se fossi tornato a casa. Scrivevo così nel 1980, ma senza avere alle spalle quel percorso letterario che mi ha portato un briciolo di consapevolezza narrativa che adesso è fondamentale. È stato come fondere la spontaneità artigianale di un pivello con il lavoro ossessivo di un professionista della parola.
Anche stavolta nel racconto c’è Taranto. Forse in maniera diversa dal passato?
La scrittura è un’azione solitaria, misantropa, a suo modo oscura. La mia Taranto sta diventando sempre più una città tutta mia, che vedo con occhio egoistico. Voglio cantarla attraverso le mie pagine, ma l’unico valore che rivendico in questo campo è che la gente di Verona, nel leggere un libro di Argentina, si accorga che esiste anche questa città dalle potenzialità immense e inespresse.
In cosa differiscono la Taranto del Cadetto, quella di Cuore di cuoio, quella di Nud’e cruda e infine quella di Maschio adulto solitario?
Nel Cadetto era una Taranto degli abbandoni. Una città che vedeva partire i suoi figli consapevole che non sarebbero più tornati. Quella di Cuore di cuoio è la città dei sogni, di un periodo in cui le cose miglioravano e in cui i ragazzi vivevano ancora per strada e i quartieri avevano ancora una dimensione umana. In Nud’e cruda ho avuto il privilegio per una volta di scrivere di Taranto senza il bisogno di una storia di supporto e allora ho scritto come la vedevo col passo narrativo senza dover controllare i meccanismi narrativi. In Maschio adulto solitario c’è la Taranto che preparava il terreno a Cito. La Taranto della mattanza. Buio il lungomare, buia Taranto vecchia, buio ovunque e non per il dissesto. Un pre-dissesto, quello degli anni Ottanta.
Anche la scrittura è cambiata in questo romanzo.
Prima pensavo che bastasse una buona storia da scrivere nel modo più semplice per fare breccia, per esprimersi. Oggi credo che bisogna cercare una forza nella parola. Vengono pubblicati 5000 titoli l’anno e allora per far qualcosa che duri si deve cercare di osare, di arrivare lì dove gli altri non riescono. Terreni difficili, saturi di sconfitte, ma eccitanti.
Perché Manni editore?
La grande editoria mi snobba. Ci sono scrittori che si ammantano di rivoluzionarismo ma lo fanno mettendosi in tasca gli anticipi dei grandi gruppi editoriali i quali sono in mano a chi appiamo. E allora, io almeno rivendico la mia grande libertà artistica. Piena e assoluta. E questo mi permette anche di incontrare, sul mio cammino, persone come Agnese Manni, Giancarlo Greco e la casa editrice tutta, gente che parla la mia stessa lingua. E in questi casi, ci si capisce al volo.

01/05/2008 - Il sottoscritto
La discesa agli inferi di Colombia, di Antonio Gurrado

Cosimo Argentina ha scritto un romanzo sorprendente soprattutto per chi conosce la sua precedente produzione, ormai decennale. Può sembrare un paradosso, ma la novità diventa più evidente se si considera che Maschio Adulto Solitario racchiude e riassume in circa trecento pagine gli stessi temi – e in alcuni casi addirittura gli stessi personaggi – dei suoi tre principali romanzi precedenti: Il Cadetto, Bar Blu Seves (entrambi Marsilio) e Cuore di Cuoio (Sironi). Innanzitutto i luoghi di MAS sembrano costituire un pellegrinaggio sul passato narrativo (e biografico) di Argentina: c’è Bari, c’è la Brianza, soprattutto c’è Taranto che accoglie e soffoca in sé il protagonista come una madre degenerata e crudele. Altrettanto, il protagonista di MAS sembra essere una parodia dell’autore stesso, a partire dal nome sdrucciolo (Dànilo invece di Cosimo) e dal cognome esotico (Colombia invece di Argentina). Dànilo Colombia si muove in un mondo popolato esclusivamente da personaggi abietti e grotteschi. Le donne, prima fra tutte sua madre, si muovono soltanto se richiamate da sesso, denaro e soprattutto da un istinto irrefrenabile di autodistruzione: è come se usassero Dànilo al solo scopo di punirsi di qualcosa che non è dato conoscere, come se la colpa non fosse solo stata biblicamente introdotta nel mondo da una donna ma di fatto coincidesse con l’essenza stessa dell’essere femmina. Gli uomini, al contrario, vivono di un’aggressività rutilante e senza eguali, priva della minima dignità; di volta in volta Dànilo si trova di fronte un capobranco selvaggio e prevaricatore al quale rifiuta di prestare il minimo ossequio, venendo così progressivamente cacciato dall’ambiente in cui si trova e costretto a scendere un ulteriore gradino nella descensio ad inferos che – con esplicito riferimento dantesco – MAS intende raccontare. Argentina accomuna con ironia questi vessatori dando loro identità diverse ma nomi simili: Corva, Carva, Corve e Corvo, per culminare in Vorca che, sposandone la madre vedova, di fatto spodesta Dànilo dal suo ruolo di naturale capofamiglia ereditato dal padre.
Da questo sfacelo si salvano due sole persone, un uomo e una donna. L’uomo è Anselmo, l’unico amico di Dànilo nonché l’unico maschio che sembri esprimere rare tracce d’umanità, e che per questo è punito nascendo albino e diventando cieco. La donna è Sara, giovane amore felice di Dànilo, che dopo poche pagine di romanzo si suicida senza ragione apparente. Il destino tragico che incombe su chi lo circonda rende Dànilo un eroe nero: un maschio adulto solitario che rifiuta la legge del branco pur non potendo, per ragioni contingenti, affrancarsi da esso. MAS è la storia di questo continuo attrito fra individuo e società, e sembra quasi essere una riproposizione romanzata del disagio della civiltà che tutti noi ci portiamo dentro.
Merita un’attenzione particolare la lingua di Cosimo Argentina. Chi ne ha letto i romanzi precedenti sa che spesso a ottime soluzioni lessicali si alternavano momenti di raccordo che lasciavano un po’ cadere la tensione sintattica e fabulatoria. In MAS non succede
mai: il romanzo è dalla prima alla trecentesima pagina teso e vibrante come una corda di violino, e Argentina dimostra di essersi liberato completamente del pur ragionevole timore di essere giudicato per la scelta di una parola in luogo di un’altra. Dietro lo slang tarantino alternato con prosa alta e brani apertamente parodistici, è evidente una ricerca maniacale della parola
giusta, come se ogni capoverso e, soprattutto, ogni riga di dialogo costituisse un verso poetico nel quale una scelta inadeguata sarebbe sufficiente a far crollare la metrica.
Maschio Adulto Solitario è un romanzo sorprendente perché rivela la raggiunta maturità narrativa e stilistica di Argentina, che lo colloca su un piano del tutto diverso dalla costumanza seriale di molta narrativa italiana: una scelta originale e personale (da maschio adulto solitario, appunto) che deriva dalla piena consapevolezza delle proprie capacità di scrittore. Il Sottoscritto ha intervistato Cosimo Argentina.

MAS è un romanzo complesso e, si vede, estremamente curato nella forma. Quanto tempo hai impiegato a scriverlo, anzi, quante volte l’hai riscritto? Hai cambiato la trama in corso d’opera?
Ho impiegato moltissimo rispetto al mio standard (massimo un anno per romanzo, addirittura tre mesi per Cuore di Cuoio): stavolta ci sono voluti circa quattro anni. In questi quattro anni ho ristrutturato il testo circa una decina di volte; l’ultima, poi, è stata una vera rifondazione. La trama invece era quella che si era insinuata nel mio cervello dapprincipio. Si sa come succede, no? C’è già tutto nella testa e l’autore deve semplicemente tirar fuori quello che aveva già masticato e rielaborato nel suo cervello. Solo un’azione di estrazione, insomma. Lo scrittore è il dentista di sé stesso.
Il titolo mi sembra perfetto, sia per il suono, sia per la metrica (è un ottonario), sia per i significati espliciti e reconditi (l’acronimo MAS è molto significativo per un romanzo militare). Ti era già chiaro in mente prima della stesura?
Sì, anzi no. All’inizio c’era il provvisorio Torneranno gli orchi a mangiare i bambini?, ma poco dopo è diventato Maschio Adulto Solitario. Per gli ultimi quattro anni quest’ottonario, come dici tu, è stato il mio tormentone personale, pronto a rimbalzarmi nel cervello nel corso della lunga ed elaborata fase di gestazione.
Descrivendo nei dettagli una storia così eccessiva ed efferata non hai pensato che potessero riemergere in qualche modo i sospetti di autobiografia che, in maniera più o meno giustificata, aleggiano da dieci anni su tutti i tuoi precedenti romanzi?
Indubbiamente, tanto che ho dovuto convincere mia madre che lei è una persona di molto migliore della madre del protagonista e che eviterò di farle fare una fine altrettanto atroce. Però, sempre, un vero narratore mette in gioco la propria persona: se non attraverso l’autobiografia – che probabilmente alla fine non interessa a nessuno –, attraverso ferite e sentimenti che offre al pubblico ludibrio.
Il romanziere è un giullare malefico che parla solo di ciò che conosce, direttamente o indirettamente… Quando lesse il manoscritto, in tempi non sospetti, Agnese Manni mi disse una cosa che mi lasciò senza parole ma che condivido appieno. Disse che MAS è il mio libro meno autobiografico ed è quello che mi rappresenta di più. Sono d’accordo con lei.
E sono d’accordo anch’io. MAS inoltre racchiude i temi dei tuoi tre principali romanzi, ma al contempo li supera. È stata un’operazione studiata o istintiva? Ti senti giunto a una nuova e superiore consapevolezza narrativa?
Secondo me, il punto di non ritorno è Cuore di Cuoio, del 2004. Lì ho capito che la mia prosa dovevaessere un crogiuolo di sensazioni, codici, linguaggiincrociati… Circa i temi: sì, scrivo più o meno sempre delle stesse cose, tanto che MASpotrebbe risultare un Cadetto riveduto e corretto. Eppure non lo è. Io non faccio nulla a tavolino,amo l’istintività e sono convinto che il narratore troppo razionale finisca per irreggimentarsi,per scivolare nella letteratura appiattita. Io sto con Van Basten, non con Sacchi: voglio usaresolo quello che si può chiamare talento, dono, sicuramente nulla di calcolato.
MAS è una discesa agli inferi, topos fin troppo usato nella letteratura. Come ti sei organizzato, tecnicamente, per fare i conti con questo passato di tue letture personali che però è sedimentato nell’inconscio letterario collettivo?
Per me vale il principio “leggi e dimentica”. Tutto quello che si legge scende e sedimenta, quindi un narratore puro non ha i gravami che può collezionare invece un intellettuale prestato alla narrativa. Un narratore scrive: punto. Per dirla con Hemingway, non ha nessuna coscienza tranne in quello che scrive. Tanto più che io sono sempre più interessato ai romanzi e sempre meno ai narratori; quindi in MAS non c’è Céline ma Viaggio al Termine della Notte, non Dante ma l’Inferno, non Dick ma Ubik e così via. In fin dei conti scrivo cose tutto sommato trite e ritrite, però secondo una sensibilità che cerco di affinare libro dopo libro per avvicinarmi
alla mia scrittura. Mia.
Stai scrivendo qualcos’altro al momento?
E certo, non potrei farne a meno. Ma non dico nulla per scaramanzia. Mi limito a godermi la soddisfazione per aver incontrato un ottimo editore come Manni.
 
20/06/2008 - www.vertigine.it
Tutto il male che c'è, di Rossano Astremo
Ecco un libro da leggere assolutamente. A quattro anni di distanza da Cuore di cuoio, lo scrittore tarantino Cosimo Argentina pubblica Maschio adutlo solitario, libro edito da Manni all’interno della collana Punto G. Il protagonista Dànilo Colombia, scritto proprio così con l’accento sulla a, in omaggio all’entomologo Dànilo Mainardi, racconta la sua vita, attraverso cinque tappe fondamentali, a ciascuno della quale è dedicata un capitolo del libro: la vita militare, la vita in fabbrica, la vita d’apprendistato, la vita sbagliata, la vita fallita. È un romanzo “nero”, laddove l’abbinamento cromatico non si riferisce a logiche di genere, ma ad un’oscurità maledettamente esistenziale.
Raccontaci quando e come nasce l’idea di dare vita alla scrittura di una storia così estrema come quella di Maschio adulto solitario
Da tempo ricerco la mia scrittura, quella mia mia. Ogni scrittore ce l’ha. Ma va cercata. Secondo me si nasconde, non si svela facilmente e allora ho aspettato sette libri, sei romanzi e un pamphlet, per abbozzare un’ipotesi che si avvicini a quello che è il fiato dell’anima narrativa di Argentina: un misto di rabbia, strada, autoincantesimo e visionarietà. Con “Cuore di cuoio” mi ero avvicinato e con “Maschio adulto solitario” ho cercato di fare un ulteriore passo avanti. Un giorno mi sono detto: basta compitini ben fatti. Basta cacatelle di mosca! Proviamo a scrivere sul serio, proviamo ad andare di dinamite! La storia ce l’avevo in mente da anni e da quando ho cominciato a scriverla sono passati altri quattro anni prima di poter mostrare il manoscritto a qualcuno. Era come un’epidemia di parole che poi ho dovuto disciplinare. L’idea? Un uomo per bene subisce la sorte e alla fine si trasforma in un’anima dannata: boom!
Dànilo Colombia mi ha fatto pensare a due grandi personaggi della narrativa di tutti i tempi. Mi riferisco a Bardamù di Viaggio al termine della notte di Cèline e al Raskolnikov di Delitto e castigo di Dostoevskij. Due uomini dominati dal cieco furore del male dalla prima all’ultima pagina. Ci sono altri personaggi della narrativa a cui apparenti il tuo Colombia?
L’uomo della folla di Edgar Allan Poe mi rimase impresso quando a 18 anni lo lessi: un uomo che era condannato a camminare tra la folla senza mai venire realmente in contatto con essa. Un altro parente illustre è il giovane Mohamed , personaggio di Il pane nudo di Mohamed Chioukri. Inoltre, a parte quelli - immensi - che hai giustamente nominato tu, vorrei citare Lee Anderson di Sputerò sulle vostre tombe di Boris Vian. Il male subito spesso si metabolizza e si trasforma in male inferto, vittime e carnefici, per dirla con Il corvo.

Hai pubblicato i tuoi precedenti romanzi con editori quali Marsilio, Sironi, Avagliano. Ora, per la pubblicazione del tuo romanzo, permettimi di dire, più riuscito, hai scelto Manni. Come sei arrivato a questa decisione?
La grande editoria non mi vuole. Oramai è tempo che me ne faccia una ragione. Ma quello che potrebbe sembrare un punto debole l’ho trasformato in un punto di forza. Innanzi tutto sono libero. Io scrivo e poi cerco un editore. Nessuno mi impone tempi, nessuno mi detta condizioni. E poi andando a briglia sciolta puoi avere la fortuna di incorrere in chi la vede come te, un diamante in questo brutto mondo quale è quello dell’editoria. “Maschio adulto solitario” ha subito decine di rifiuti,compreso quello di Sironi con cui ero in parola. Ma questo, ripeto, mi ha permesso di farlo con persone che hanno capito. Soprattutto Agnese Manni ha capito quello che cercavo di fare, quello che stavo tentando di realizzare e quindi l’equazione si è bilanciata. Una sua email dopo la lettura del manoscritto mi ha fatto pensare: “Se siamo in due a vederla così vuol dire primo che i consensi sono raddoppiati e secondo che allora forse qualcosa di accettabile c’è in questo folle romanzo…” Da quel momento “Maschio adulto solitario” è diventata una creatura che abbiamo condiviso e con noi hanno partecipato alle danze anche Giancarlo Greco e gli altri della casa editrice.
Altra protagonista del tuo libro è certamente Taranto. La Taranto da te raccontata è quella che va cronologicamente dai tempi delle caserme militari alla fine degli anni Settanta, sino all’approdo nelle aule di giustizia negli anni Novanta. Una città sempre in bilico verso cui tu nutri un profondo amore, pur vivendo da oltre quindici anni lontano da essa. La Taranto di quegli anni in cosa è diversa dalla Taranto attuale, a tuo modo di vedere?
è sempre una città sugli scudi insanguinati. Mentre scrivo questa risposta un ragazzo al S.S. Annunziata lotta per vivere dopo che qualcuno gli ha sparato contro alcuni colpi di calibro 38. Negli anni ottanta, quelli che narro, c’era la morte fatta di pallottole oggi c’è un’esigenza ambientale che pochi cercano di comprendere e combattere ma che i più nascondono sotto il tappeto buono. Oggi a Taranto si danza sulle sillabe della diossina come una volta solo che ora qualcuno lo dice. Il mio amore per Taranto resta un amore egoistico. Io amo quello che è stato il mio nido, che per quanto malandato e sporco è pur sempre stato - e resta - il miglior posto del mondo. Questo è il potere della relatività dei sentimenti.
20/06/2008 - Quotidiano di Lecce  
Una sfida a non chiudere gli occhi, di Teo Pepe 
 
Appartiene alla categoria “libri che ti prendono a pugni” e, se è lecito un modesto parere, è roba da campioni.
Campioni del mondo, anche se il libro è nato qui, nella piccola Lecce, in casa Manni.
Cosimo Argentina non dovrebbe aver bisogno di presentazioni È di Taranto, ma vive vicino a Milano, ha scritto per grandi case editrici.
È di qualche anno fa il suo Cuore di cuoio, un romanzo divertente e dolce, coraggioso come pochi, visto che utilizza uno slang tarantino che avrà spaventato più di qualche lettore. Un libro che tocca il cuore e commuove, parlando “soltanto” di periferia, amicizia e mitologia del calcio.
Maschio adulto solitario, l’ultimo romanzo di Argentina è invece molto diverso. È un libro duro, cattivo, spietato.
Un libro che colpisce con la voglia di fare male e, tanto per restare nella metafora del pugilato, cerca dall’inizio il kappao.
Un horror della quotidianità, dove nel ruolo dei mostri ci sono soldati di leva, marescialli vigliacchi e malvagi e poi, via via, affittacamere con lo squallore incorporato, capireparto sadici, avvocati avvoltoi (con tutto il rispetto per la categoria dei legali, il ritratto dell’avvocato intrallazzatore vale da solo il prezzo del libro).
In un romanzo dove donne e uomini sono senza anima e dove gli unici vivi sono i morti (gli Invisibili, che scortano il protagonista ovunque vada). Argentina non concede al lettore nessuna pietà. Dopo averlo riempito di pugni, non gli dice nemmeno il classico “ti basta? ti arrendi?”.
Lo abbraccia invece e lo trascina con sé in fondo all’abisso buio della disperazione assoluta.
Forse raccontare così un libro, non gli rende giustizia. A qualcuno sembrerà un romanzo per masochisti.
Invece non è affatto così. Piuttosto è una sfida a non chiudere gli occhi. Speriamo che in molti sappiano raccoglierla.

08/05/2008 - www.viveur.it
Sara si impicca nella camera 31 proprio sopra al letto dove facevano l’amore. Tutto cambia per Dànilo Colombia. A 18 anni. Come diventano lontani quegli anni. Non c’è tempo che per cercare di stare a galla, quando tutto ciò che ti circonda è sangue, tutto ciò di cui hai bisogno fa paura, tutto ciò che respingi ti torna indietro moltiplicato. Anche la tua città. Nel caso, una Taranto agonizzante, che si chiude nel malaffare, inquinata dalla diossina, dai trafficanti, da droga e spazzatura. Siamo alla fine degli anni Ottanta. Poi però c’è il sole che colora i tramonti, le strade, il mare, anzi i due mari e gli amplessi pseudoconsolatori. Quella di Cosimo Argentina è una storia maschia, come il titolo, Maschio Adulto Solitario, edito dalla salentina Manni (310 paginw, euro 17) che ti entra nella pelle, ti circola nel sangue, impasta i sentimenti e te li mena all’aria. “Un maschio adulto solitario ossessionato dalla gente, tanto dalla sua presenza quanto dalla sua assenza”. Così è Dànilo, come la cosa migliore che ha, una tigre relegata in un recinto condominiale. Soffre l’assenza del corpo sodo di Sara, la cerca nella gratuità sensoriale del sesso con altre donne. Attraversa Taranto, il periodo del militare, caserma di Bari, e dei soprusi degli uomini che la divisa la rendono invisa e odiabile, fino alla fabbrica di un nord senza nome e volto, asettico. Per sopravvire inventa un mondo popolato di altri inventati, di invisibili. Cosimo Argentina sarà ospite della sala narrativa della Biblioteca Provinciale venerdì 9 maggio alle 20.00, per l’ultimo incontro di Libri a trazione anteriore. Contenuti speciali a parte.

Cosimo Argentina, chi è questo maschio adulto solitario?
Io lo conosco... non gli piace la gente, la gente lo satura, lo svuota ma non può fare a meno dell´umano consesso. È un perdente, umiliato e offeso, ma con dentro una carica al tritolo che fa danni perché, come dice il Corvo, siamo tutti un po´ vittime, un po´ carnefici.

In alcune interviste ha dichiarato che uno scrittore che spieghi il suo romanzo fa un po’ l’effetto di un prestigiatore che spieghi un trucco con un altro trucco. Non ha senso.
La verità assoluta neanche lui la conosce. Il vero scrittore, non il bluff, è un animale inconsapevole. Scrive così come Maradona scarta gli avversari. Perciò nel momento in cui deve spiegare il libro deve inventarsi l´ennesima storia credibile.

La sua storia è forte. Senza mezze misure. Sconvolge, stupisce, un pugno che scaravolta, ma non lascia mai indifferenti. Anzi...
Sono stanco dei compitini, dei romanzi terribili che di terribile hanno un aggettivo qua e uno là, di storie finte, chiaramente finte, di sangue che si vede lontano un miglio che è succo di pomodoro. Perciò, se sono gli incubi che devo narrare, ebbene: che siano incubi veri.

Nei suoi libri ci sono le sue strade e una protagonista indiscussa, Taranto. Una città che ha sacrificato la propria identità al ricatto del progresso.
Taranto, Foggia, ci metto dentro pure Brindisi... i confini dell´impero. Non gliene frega niente a nessuno di quello che succede da queste parti. Basta preservare il carrozzone del Salento e il centro del potere di Bari e il resto potrebbe anche crollare domani mattina.

Se la vita nel libro è peggio di tutto sono solo i fantasmi che sanno stare vicini come persone vere, quelli che nel libro lei chiama invisibili.
Gli Invisibili sono le ombre che popolano i soli. I solitari non sono soli in assoluto. Soltanto che il loro mondo implode. È interno. Tu vedi un ragazzo seduto su una panchina. Se ne sta assorto, da solo e pensi che quell´uomo è solo. In realtà anche se tu hai ragione, se potessi vedere quella persona da una prospettiva diversa, magari dalla sua anima, capiresti che in quel momento il suo mondo è popolato di Invisibili che gli fanno compagnia e che o lo salvano oppure lo portano alla pazzia.

Tutti i cattivi nel libro sono identificabili, isolabili quasi già nel nome e finiscono per assomigliarsi tutti, (Corva, Carva, Corve, Corvo, Vorca). Solo che nella realtà i cattivi non sempre sono riconoscibili?
Non so se è proprio così. Alcuni li conosciamo fin troppo bene ma siamo impotenti di fronte al muro che è stato edificato. Il male mi affascina, devo dire, mi affascina moltissimo. I cattivi universali servono alla causa umana altrimenti i buoni non saprebbero collocarsi... piuttosto io stigmatizzo i cattivi indiretti: quelli che vendono a mio figlio le caramelle coi coloranti, quelli che legano il cinese al banco di lavoro e poi vendono un top di cotone a 5 euro, quelli che ti leccano per convincerti a comprare e poi ti ignorano pronti a sfoderare il sorriso per il prossimo babbo, in una parola non sopporto gli squali che cercano di mimetizzarsi dietro la pubblicità e il senso comune ma so individuarli. però poi cedo, io per primo.

C’è una donna, Sara che è l’unica fonte di purezza per Danilo, rispetto alle altre donne, solo carne, che gli scivolano addosso. Le avranno già detto che il libro sembra una dichiarazione d´intenti maschilista?
Sì. Io rispedisco al mittente questa presunta misoginia. Certo dentro ogni uomo c´è una parte inconfessabile di violenta affermazione del proprio essere anche attraverso l´uso sconsiderato del sesso. Io vivo fuori dalle rotte intellettuali. I miei conoscenti sono persone della strada e ti garantisco che alcune dinamiche sono molto più comuni di quanto una parte della società possa immaginare. Quanto a Dànilo, be´, lui ce l´ha con tutti: uomini e donne.

05/07/2008 – L’avvenire
Voce delle periferie solitarie, di Max Castellani

In un Paese in cui la meritocrazia dovrebbe essere materia d’esame dalle elementari all’università, c’è chi per attenersi fedelmente ad essa, rischia di essere “estromesso” dal consenso popolare e dalla critica, specie quella più mediatica.
E dal momento che il “fenomeno” letterario, ormai viene svelato soltanto attraverso la recensione dell’amico e dalla penna acuminata che rende omaggio al Megastore editoriale, è più che legittimo che uno scrittore giovane e di frontiera come Cosimo Argentina, finisse tra i desaparecidos della nostra narrativa. Una dimenticanza ingiusta nei confronti di chi è meritevole di menzione, per gavetta fatta e soprattutto per crescita narrativa, nettamente superiore alla media dei pochi “bestelleristi” all’italiana. Il desaparecido è soltanto per assonanza con l’Argentina (nomen omen), perché il nostro autore è più vivo che mai come dimostra il suo ultimo romanzo Maschio adulto solitario (Manni Editore).
Più vicino a John Fante che al primo Marco Lodoli del Diario di un millennio che fugge, distante, ma non troppo, almeno a tratti, dal concittadino “noir” Giancarlo De Cataldo, il suo humus è quello sotterraneo di un Sud sound system che vive nelle trame odorose di una Taranto che ha lasciato per la necessità di dare un senso globale al suo cammino di scrittore e di Viaggiatore a sangue caldo, come recita il titolo del precedente romanzo (edito da Avagliano). Un po’ Enzo Striano e un po’ Rocco Scotellaro dei giorni nostri, perché l’approccio alle vicende umane del suo alter ego Danilo Colombia, è vissuto sempre con l’occhio antropologico di un De Martino contemporaneo, attento osservatore del sociale, appollaiato fuori dai cancelli “ipercritici” dell’Ilva di Taranto.
Un Messico tarantino (trasferito a Bari e in ogni periferia del mondo) quello che gli frulla in testa nottetempo e che rimane vivo anche tra le nebbie e le atmosfere rarefatte di una Metropoli meneghina che confonde, ma che arriva, anche lì in fondo alla sala del suo Bar Blu Seves (Marsilio) dove pure la birra è più amara e non si serve mai la Raffo. Echi da Il cadetto (primo romanzo edito sempre da Marsilio) sono ancora presenti in quest’ultima fatica del nostro autore che ha continuato a credere in un mondo salvato dai ragazzini come quelli del suo Cuore di cuoio (Sironi) che si sfiniscono in pomeriggi infiniti di partite di pallone sulle strade smandrappate del quartiere Tamburi. Ha visto giusto Sergio Pent su “Tuttolibri”, «il Sud di Argentina non è quello di Saviano, ma il disagio è identico».
Dissimile è la fortuna avuta finora rispetto a quella ottenuta dallo scrittore di Gomorra, ma il talento non si misura con le scorte al seguito e tanto meno con le 2mila copie (suo record personale di vendita raggiunto anche grazie al prezioso porta a porta che svolge uno dei suoi primi amici-lettori Paolo Vilbi) che il piccolo editore di turno riesce a piazzare. Un fuoriclasse della razza dei Soriano, un gatto randagio di queste patrie lettere che arriva da un altro Sud rispetto alla grande anima argentina, anch’essa, dell’Osvaldo. Una scrittura nuda, carnale, tesa a tenere sempre viva ciò che resta (poco) della nostra coscienza civile. Argentina continua a gridarci che la situazione, specie «giù al Nord» (l’Italia è unica nel caos sociale) per dirla all’Antonio Albanese, non è bella, ma che esistono ancora storie che rompono, almeno sulla pagina, l’omertoso e crudele silenzio delle troppe vite al margine.  

01/07/2008 – Coolclub
Un sud estremo, di Mino Degli Atti
 
Dopo quattro anni dall’uscita di Cuore di cuoio, Cosimo Argentina torna a raccontarci un sud estremo sotto molti punti di vista. Maschio Adulto Solitario, edito dalla casa editrice Manni all’interno della collana Punto G, racconta la formazione alla vita di Dànilo Colombia, giovane che si muove nella Taranto degli anni ottanta, città sprofondata nella dannazione e nella violenza. Maschio adulto solitario è un romanzo duro, a tratti durissimo. Per penetrarlo abbiamo rivolto all’autore alcune domande.
 
L’affresco del sud, e in particolare di Taranto, che emerge dal tuo ultimo romanzo sembra più nero e più tragico del sud, a tratti mitico, di Cuore di cuoio. Sembra che tu abbia deciso di penetrare in profondità, senza fare sconti, tutta la melma nella quale si muove l’umanità varia che abita il tuo romanzo. Qual è il processo che ti ha portato dai miti dell’adolescenza a tutto lo schifo che porta all’età adulta?
Guardati intorno e la risposta ti verrà automatica. Il Sud, come il Nord – e mettiamoci dentro l’Occidente e l’Oriente rappresenta un mondo governato dallo sterco e dall’ingiustizia. Una persona perbene o una persona debole, insicura, viene stritolata da quelli che “hanno le palle”, dai bravi, da quelli che hanno le conoscenze giuste. Poi c’è la categoria che meno sopporto: quegli individui che criticano il sistema da cui vengono foraggiati. I contestatori arricchiti. I ribelli con gli euro contratti in tasca.
Qual è il processo che mi ha portato da Cuore di cuoio a Mas? Un processo di consapevolezza e di necessità narrativa. Se parli di un ragazzo e “come” un ragazzo fallo fino in fondo, senza giochini. Dagli i sogni e le illusioni. Se metti in scena un uomo disilluso be’, allora sono cazzi di chi legge. Fino in fondo.  
 
Nonostante tutto, nonostante il sangue e una narrazione in cui Dànilo sembra senza via di scampo, portato a infrangere il proprio destino contro quello di personaggi la cui morale è imbevuta nell’abiezione e nella violenza, lasci sempre che tracce comiche attraversino la scena in una modalità che, forse, sortisce l’effetto di amplificare lo stesso spessore tragico degli eventi. Sei d’accordo sul fatto che il grottesco può essere più triste della tragedia?
Sì, d’accordissimo. La vita è così. Uno cade dalle scale e si rompe l’osso del collo e scatta la ghignata del pubblico pagante. Io a volte sono spiritoso quando sto male. Se sto forte forte di solito resto sereno. Se sto male faccio il buffone. Alighiero Noschese si suicidò e tutti dissero ma come? Faceva ridere!
 
C’è un personaggio nel tuo libro che gioca un ruolo cruciale. È Anselmo di cui dici: “ Era vissuto troppo e male. Era un segnalato di Dio, uno che per statuto sarebbe dovuto essere cattivo ma io ero l’esempio vivente che le cose non erano andate propriamente così. Anselmo era stato quello che gli altri manco avevano provato ad essere: uno dalla mia parte. Punto”
Anselmo è un angelo, una figura protettrice. Potresti dirci due parole su questo personaggio?
Ne so quanto voi, su Anselmo. Però posso dire che a volte la pugnalata arriva da chi non ti aspetti e parimenti l’aiuto giunge da persone che non avresti neanche preso in considerazione. Anselmo è cieco. Chi è abituato a soffrire o diventa un bastardo più bastardo di chiunque altro oppure diventa buono, comprensivo e sensibile. Io sono attratto alle persone che hanno sofferto molto nella loro vita. E di contro mi stanno sulle scatole quelli che sono precisi e sicuri.
 
Caserma, ospedale militare, fabbrica, università, studio legale. Dalle tue pagine viene fuori una forte sensazione di cattività. Kuma, maschio adulto solitario, costretto ad abbandonare i ghiacci dell’antartide per adattarsi alle gabbie della vita moderna. Secondo te la scrittura è una maniera di seguire la propria selvaggia natura di lupo?
Siamo tutti in trappola. Tutti in gabbia ma il 99% di noi non lo sa o fa finta di non saperlo e allora colleziona francobolli, scopa un sacco di donne o scrive. La scrittura è il MIO modo di tornare al senso puro delle cose. Ognuno ha il suo. Un’illusione, forse. Un falso scopo. Mettila come meglio credi ma se ci dovessimo fermare un solo istante capiremmo che non siamo niente. Siamo una parentesi di carne nell’infinito. Certo, c’è la speranza di Dio. Ma tolto quello siamo fottuti.
 
Kafka, Edgar Allan Poe, Arthur Rimbaud, Bukowski, Dostoevskij, la Divina Commedia.
La libreria di Dànilo è anche la tua?
Vediamo un po’ di Kafka devo aver letto quasi tutto ma non riesco a rileggere i suoi romanzi. Edgar Allan Poe è uno dei padri fondatori della ditta Argentina C. perché leggendo le sue cose, tutte le sue cose, ho capito, a vent’anni, che volevo essere come lui, un inventore di storie. Di Rimbaud ho letto tutto e lui rappresenta il genio. Un genio muore in fretta. Non conviene esserlo fino al punto dell’uomo delle Ardenne. Bukowski sì, è uno dei miei prediletti per la semplicità e forza descrittiva. Dostoevskij è un dio della letteratura ma bisogna prendere le distanze da lui. E… vabbè, Dante. Non da leggere o da ascoltare Benignamente quanto da tenere lì e sfogliare e poi scegliere un brano e respirarlo.
Ovviamente ce ne sono altri. Ma questi della biblioteca Colombia non li rinnego.
 
“Mi sentivo uno che doveva risalire tutti i fiumi Mekong della terra ma una era la foce in cui arrivare: Taranto”. Perché, nonostante tutto, si torna ostinatamente a sud?
A dire il vero io non sono tornato. Vivo a Meda con Clara e due figli: Francesco, un cabarettista di 5 anni e Milena, una donnina di 5 mesi. Ma la mia penna torna. Torna ossessivamente. Torna ogni santo giorno. Io scrivo del mio passato mescolandolo al mio presente. Taranto, il Sud, i volti, i sapori, gli odori tornano con la prepotenza di quegli amori rifiutati ma necessari. Sono a Taranto ogni volta che mi siedo davanti al computer. I tarantini a volte mi accusano di violare il santuario del buonumore ma non ci posso fare niente. Del resto io torno alla mia Taranto. A quello degli anni settanta, ottanta e primi anni novanta. Di quella di oggi ne so ben poco se non che dovrà vedersi partite di calcio di C1 – lega pro – anche l’anno prossimo.

01/07/2008 – L’Alambicco
La discesa agli inferi, di Roberto Imperiale

Questo libro dice o meglio, canta la maschilità. Al grado zero di culturalizzazione; quando ogni sovrastruttura etica, ragionativi, emotiva, cede e rimane solo il maschio adulto e solitario con le spalle al muro. Solo paura, angoscia e voglia di uccidere. Questo è Colombia monade morale (e moralista) che sull’eterno pendolo sud-nord-sud approda a una Taranto definitiva e mortale e lì trova l’epilogo: morte e distruzione. Ingenuamente cerca promozione umana e sociale nello studio del diritto e nella legge. Ma è una partita segnata: la legge è solo una chimera che svanisce nei retrobottega di studi di avvocati azzeccagarbuglieschi e nei meandri kafkiani di tribunali dove alita il ventre marcio della violenza e della miseria.
Cita Dante l’autore: Inferno, i canti “comici” dei barattieri e dei diavolacci cornuti e flatulenti. Lì: “l’arzanà dei viniziani”, qui l’Italsider che tutto ammorba e ammala.
Manca ogni prospettiva salvifica di redenzione. Beatrice diventa Sara trojetta ninfomane e vocata all’autoannientamento. Il cielo è irraggiungibile, offuscato dai gas mefitici del siderurgico. Nessuna “rosa mistica” nessuna “Vergine, figlia del tuo figlio…”.
Qui non c’è spazio alla preghiera. Qui le madonne sono quelle blasfeme dei tatuaggi sui bicipiti di malavitosi palestrati. Marchi del dazio su carne da macello. Anche Elliot, Montale avevano adocchiato Dante e la sua Beatrice. Ma la loro poetica oggettuale, la riscoperta dell’allegoria così cara all’età della Scolastica, perveniva a un inferno (quello della guerra, del nazismo, dell’olocausto) più intellettualizzato; un inferno elitario, un po’ radical chic. Qui solo merda. Con sprazzi che solo noi meridionali conosciamo in un’esegesi non detta ma filtrata nel sangue vivo della quotidianità: disoccupazione e malaffare, corruzione e im

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