Daniele Maria Pegorari, Dal basso verso l'alto

01/06/2007

01/06/2007 - PortaNuova
Un rapporto privilegiato col lettore, di Achille Chillà

Per l’editore Manni lo studioso Daniele Maria Pegorari ha curato un volume critico intitolato Dal basso verso l’alto, Studi sull’opera di Lino Angiuli.
In copertina un pregevole ritratto del poeta valenzenese, dovuto alla maestria e alla sensibilità di Michele De Palma, introduce con una modulata tensione cromatica nella dimensione pulsante e sfaccettata del libro. La scelta del curatore di individuare sei linee maestre di ricerca, affidandone la trattazione a qualificati docenti universitari e intellettuali, ha conferito un assetto polifonico e polimorfico all’analisi condotta sull’opera di Angiuli, difendendone gli esiti dalle insidie apologetiche insite in una impostazione di ricerca monografica. La pubblicazione corona i sessant’anni dell’operoso e combattivo autore ed un quarantennio di intenso impegno poetico. Dopo una propedeutica ed esaustiva Nota del curatore, Angiuli stesso con una Autocronologia ripercorre con umiltà e autoironia le proprie tappe esistenziali salienti, gettando opportunamente luce su incontri e avvenimenti carichi di ripercussioni sul suo pensiero e sulla sua ispirazione. La sezione dei saggi inediti si apre con un contributo di Gualtiero De Santi, ordinario di Letterature comparate nella facoltà di Lingue e letterature straniere di Urbino, imperniato sulla ricerca dei riferimenti poetici, filosofici, psicanalitici nel corpus letterario angiuliano. Le suggestioni artistiche ed i contributi di pensiero di Michel Foucault, Roland Barthes, Vittorio Bodini e molti altri influiscono nelle fibre e nella linfa del ramificato innalzarsi della poesia e della vicenda esistenziale di Angiuli. Il saggio di Gigliola De Donato, già docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea nelle Università di Bari e Roma La Sapienza appunta lo sguardo attento sul tema Lingua e ideologia, indagando con acume la univoca e viscerale scaturigine interiore di approdi ideologici ed esiti linguistici. Daniele Maria Pegorari è intervenuto sul tema Neoavanguardia, neodialettalità, plurilinguismo. L’ironia come metodo, proponendosi di tracciare “le linee globali di svolgimento e i riferimenti ch’essa [la problematica poetica di L. Angiuli] individua nella letteratura italiana contemporanea”. Un francescano en enfer: del postrurale e d’altro è il titolo del saggio di Ettore Catalano, ordinario di Letteratura italiana presso l’Università di Bari: il critico rintraccia il filo rosso di un impegno etico e civile lungo il dipanarsi delle raccolte in versi, delle riviste e dei quaderni letterari, individuando nel Manifesto dell’arte postrurale uno dei momenti più alti e maturi del percorso intellettuale del poeta. Un riepilogo critico delle fasi fondamentali dell’impegno editoriale di Angiuli è sapientemente tracciato da Pietro Sisto, professore di Letteratura italiana e di Bibliografia e biblioteconomia nella facoltà di Lettere e filosofia di Bari: Fragile, Portanuova, in oltre, incroci testimoniano l’inesausta ricerca di un orizzonte valoriale oltre che culturale. Infine, Esther Celiberti, redattrice di in oltre e incroci e insegnante di lettere nelle scuole secondarie superiori, offre un pregnante e vibrante commento alla raccolta Di ventotto ce n’è uno (1991), immergendosi in uno degli snodi dell’opera poetica più emblematici. Una meticolosa ricostruzione della ricezione dell’arte di Angiuli nella sezione Trent’anni di critica correda il lavoro con ventisei contributi critici di illustri e prestigiose firme. Un’Intervista a Lino Angiuli, estrapolata da una tesi di laurea intitolata Lino Angiuli poeta e critico di Valentina Serena di Bari, chiude il volumetto quasi e restituire la parola al poeta. In occasione della presentazione del libro a Noci, Lino Angiuli ha fatto dono alla biblioteca comunale della città di un cospicuo librario, che è confluito in una sezione dedicata alla letteratura novecentesca pugliese e italiana. La scelta di Noci anziché Monopoli trova spiegazione nella sordità della città levantina ai richiami e alle ragioni della cultura, ormai soppiantata da una vocazione marcatamente commerciale e consumistica. L’alternanza di voci critiche nel saggio lascia al termine della lettura nuovamente il posto all’ebbrezza di un rapporto privilegiato con il lettore sempre perseguito con fiducia dal poeta, nella consapevolezza del valore non conclusivo del libro.

01/01/2007 - Riscontri
Una lezione di coerenza e fedeltà, di Carlo Felice Colucci

Nel mentre si attende, prima o poi, di leggere su qualche quotidiano o rivista letteraria o, anche on line, un garbato necrologico del tipo si è spenta serenamente, come non visse, nell’ultimo mezzo secolo la poesia, nel frattempo, prima di stracciarsi le vesti, c’è Chi si fa un dovere calarsi nel profondo dell’opera in versi di Lino Angiuli, stimabile e appartato poeta pugliese, nonché saggista e animatore di decorose riviste letterarie (l’ultima delle quali è “Incroci”, curata assieme a Raffaele Nigro).
Il Nostro, nel corso di circa quarant’anni ha al proprio attivo una feconda attività letteraria, offrendoci una lezione di fedeltà e coerenza non comuni: dal suo piccolo universo poetico in cui si rischia talvolta anche di perdersi un poco… e, per evitarlo, qui ci soffermeremo soltanto sulla produzione in lingua, che più ci interessa.
Molti sono stati gli estimatori di Angiuli, da Accroca, Crovi, Custodero, De Santi a Forti, Nigro, Spagnoletti, Zagarrio etc.: siglando così con il loro convinto avallo i suoi moduli poetici, sia in lingua che in dialetto (dove il Nostro occupa un posto di rilievo accanto a dialettali di lungo corso quali Guerra, Baldini, Vivaldi, Loi, Civitareale, etc.)
Il denso libro – forse anche troppo stipato di riferimenti, accadimenti, particolari, nomi, date, etc., che talvolta disorientano il lettore – si avvale di alcuni saggi (Catalano, Celiberti, De Donato, De Santi, Pegorari, etc.), fra cui ci è parso valido in particolare e illuminante quello dell’amico Gualtiero De Santi. Nei versi di Lino – buon compagno di cordata di chi scrive qui, ormai disincantato della chimera poesia, che pure inseguì per più di una mezza vita – ci troviamo a guardare in faccia, fra l’altro, il male oscuro che si chiama solitudine e che per conto nostro è incurabile: si può solo diagnosticarlo. Anche se – ammettiamolo – una sincera ricerca della verità esige proprio e soltanto la solitudine.
L’uomo purtroppo o fortunatamente è nato per morire non per vivere, ci ricorda Philip Roth, soprattutto nel suo ultimo coinvolgente romanzo Everyman: ed in certe più distaccate sequenze Angiuli sembra volergli fare eco in versi come: “Fingendoci vivi / scodinzoliamo io tu e lui / allevando germogli controtempo / nelle cripte acquose della memoria / dove precipita il ronzio dell’io”:
Un dettato che a noi sembra l’epitome della precaria condizione umana odierna. E che inoltre ci mostra come il nostro poeta abbia sicuramente qualcosa da dirci, sapendolo fare di là da ogni vieta retorica.
Le microstorie della quotidianità in stringati componimenti vengono la Lino Angiuli restituite in una temperie sempre misurata ma sempre, o quasi, incisiva, non disdegnando a volte un piglio ieratico, un volo mistico verso un altrove indefinibile eppure esistente: come scandito spesso da un coro di sacerdoti o sacerdotesse: “…Altre ancora scendono nei pozzi / per farsi coronare Gran Regine / da timpani e clarinetti mattinieri / amano finti luccichii d’oro e d’argento / chiedono rime come foglio giglio / corro ai tuoi piè prega per me”.
Dove, l’allure, la scansione, sembrano attingere il sacrale. Nella pregnante antologia Febbre, furore e fieno, Zagarrio dice del Nostro: “La vicenda di Lino Angiuli […] è quella di un itinerario della coscienza infelice, e si aggiunge, a specificazione necessaria, coscienza meridionale”.
 

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