Enrico Emanuelli, Memolo

26/02/2005

Enrico Emanuelli e il tarlo della fantasia, di Luca Scarlini


Enrico Emanuelli torna all’attenzione dopo alcuni anni di relativo oblìo (l’ultima edizione importante era stata quella orchestrata da Carlo Bo per la De Agostini nel 1988 con la raccolta di racconti Ancora e la vita) e nel momento in cui la rivista «Cartevive» dell’Archivio Prezzolini di Lugano propone, a cura di Diana Rüesch, il Racconto del 31 dicembre, Manni manda in libreria Memolo ovvero vita, morte e miracoli di un uomo, con una «interpretazione» di Giuseppe Zaccaria (pp. 68, t 8,00). Lo scrittore di Novara è ricordato oggi soprattutto come viaggiatore e «inviato speciale», esperienza di cui parla anche in quella che è forse la sua opera maggiore, Curriculum mortis (Feltrinelli, 1968), a cui sono connessi numerosi lavori che ebbero ampia circolazione tra anni cinquanta e sessanta e che poi sono stati accantonati, tra cui Il pianeta Russia e La Cina vicina, titolo poi reso proverbiale dall’utilizzo satirico nel film omonimo di Marco Bellocchio. Questa felice narrazione è l’opera prima in volume dello scrittore e vene edita del 1928 dai tipi della Libra, rivista novarese di cui era animatore, che voleva proporre una nuova modalità letteraria che coniugasse tradizione e ricerca, indicando in quello stesso anno un punto di riferimento nell’opera di Svevo. C’è in queste pagine un andamento arioso, che allude però a una vocazione da racconto morale, puntualizzata da massime di La Bruyère e La Rochefoucauld ed esplicitata in una curiosa prefazione intitolata «divagazione non inutile a chi legge».


L’esistenza di Ascanio Terenzio Cognotti, che ha visto da tutti mutato senza una ragione precisa il suo roboante nome nel più domestico Memolo, vive di un tran tran ordinato e asfissiante con «poche aspirazioni e quelle poche che non escono gran che dal comune». Nella sua regolarissima esistenza impiegatizia giunge a inserire un tono diverso l’arrivo alla pensione che scombina per sempre l’assetto apparentemente immutabile dei suoi percorsi. A un vestiario sempre assai modesto si aggiungono infatti elementi di ricercatezza, osservati con ironia dai conoscenti, e per quanto egli cerchi di riprodurre nella quotidianità una routine da ufficio, il tarlo dell’immaginazione infine scava per erosione una propria via d’uscita dalla noia. Dopo aver cercato consolazione in «romanzacci» pulp e nei malcompresi trattati di filosofi, infatti, passa a sognare una moglie, e questo scatto di immaginazione apre uno squarcio nella sua ordinatissima giornata, al punto che ciò sembra determinare la sua morte repentina, imprevista, momento in cui paradossalmente egli recupera sulla lapide che lo celebra per un lascito quel nome che tutti avevano sempre voluto storpiare. La prosa di Emanuelli è sorvegliatissima nel tratteggiare il grigio su grigio di una vita vissuta al minimo, che improvvisamente si anima e si stravolge. Come nel coevo Salmace (1929) del suo conterraneo Mario Soldati, siamo di fronte alla cronaca di una metamorfosi che rimane confinata nella mente e che pure produce effetti, spesso imprevisti, anche nella realtà.

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