Enron e Parmalat.

29/11/2005

Due Paesi, due Misure, di Giuliano Amato


Gli scandali quando accadono, non accadono mai all’improvviso. Quello che colpisce maggiormente è proprio questo, e cioè che i tanti che in qualche modo se ne dovevano accorgere non se ne siano accorti. Qui c’è una anomalia, sulla quale si può e si deve lavorare. E a tale riguardo sono proprio gli Stati Uniti a dover essere additati come esempio positivo e noi italiani, invece, come quello negativo.
Con tutte le differenze, i due casi Enron e Parmalat si somigliano per i vizi che hanno fatto emergere e per le diagnosi che hanno provocato. Cessano di somigliarsi per la prontezza delle terapie con cui si è reagito.
Le autorità di vigilanza giocano in casi del genere la partita della loro vita, perché esse esprimono un modulo di intervento regolatorio e di vigilanza profondamente diverso sia da quello dell’amministrazione che da quello della giurisdizione: o riescono a diventare credibili nell’occupare lo spazio che loro compete oppure si torna a «scaricare» sulla giurisdizione più di quanto riesca a fare, non perché non abbia le attitudini per occuparsi con cognizione di singoli casi, ma perché si trova, appunto, sommersa. Possiamo lavorare sui tempi della giustizia e cercare di fare a tal fine tutto il possibile, ma se ogni disfunzione di un processo di mercato deve trasformarsi in giudizio, questo diventa il «giudizio universale» in senso tecnico, perché si deve occupare del mondo intero; e non è attrezzato per farlo. Il sistema funziona se la giurisdizione è l’ultima istanza, nel senso che deve essere sempre possibile rivolgersi ad essa (in uno Stato di diritto, se ci sono di mezzo i diritti e interessi legittimi, il giudice deve sempre poter avere l’ultima parola), ma non nel senso che in ogni caso e in concreto deve esserci sempre una sua pronuncia, specie se questa è, insieme, la prima e anche l’ultima.
Se è questo invece ciò che accade, ed è accaduto da noi in diverse vicende, ciò vuol dire che in tali vicende vi sono state delle disfunzioni in fasi precedenti all’intervento, divenuto necessario, del giudice. Avevo cercato a suo tempo di ricostruire e reinterpretare tutta la storia di Tangentopoli in chiave di riforma che riguardasse in primo luogo i controlli interni, giacché mi sembrava che fossero stati questi ad aver fallito, se tutta quella montagna di denunce finivano dritte sull’autorità giudiziaria, pur riguardando fatti frequentemente accaduti all’interno di pubbliche amministrazioni o di enti pubblici. È in situazioni del genere, e mi riporto alle vicende di oggi, che l’autorità giudiziaria si trova a fare il lavoro che spetterebbe all’auditing interno, al collegio dei sindaci, a quello dei revisori, alla Guardia di Finanza e alle istituzioni di vigilanza esterna. E se finisce per farlo, ci ritroviamo con giudici super esperti di bilanci, i quali, quando fecero il concorso in Magistratura, non sapevano che la loro vocazione letteraria sarebbe diventata quella di leggere appunto i bilanci. E se è vero che è più che positivo avere in Magistratura degli esperti in bilancio, non possiamo contare su di loro per la lettura dei bilanci di tutte le società (anche se ci fu chi anni addietro arrivò a leggere bilanci di società per le quali non c’erano grane, andandoli a ricercare per intervenuta deformazione professionale).
La vera domanda da porsi - e qui dobbiamo essere spietati - è dunque la seguente: quanto hanno funzionato i filtri intermedi, in ciascun caso e in ciascuna situazione? Gli americani hanno rapidamente identificato i punti deboli, anche perché da tempo la Sec aveva segnalato la necessità di intervenire su di essi ed era stato il Congresso a rimanere inerte. Le lobbies, e in primo luogo le società di revisione, avevano infatti ottenuto che nel Congresso venissero bloccate iniziative legislative, con le quali si era cercato di porre rimedio al vistoso conflitto di interessi in cui si erano avvolte tali società. Istituzionalmente finalizzate al controllo dei bilanci e all’attestazione, agli occhi del mercato, delle loro risultanze, esse avevano finito per accettare compiti di consulenza dalle stesse società sulle quali già facevano il lavoro di revisione contabile. E il lavoro di consulenza si era rivelato ben presto il più remunerativo. Sebbene ciò fosse già diventato evidente, così come evidente era diventato il rischio che la revisione fosse sempre più benevola proprio in ragione della comunanza di interessi con il management delle società revisionate, nulla era stato fatto dall’organismo di controllo delle società di revisione, che era - guarda caso - un organismo di autogoverno professionale.
Se si pensa all’enorme valore che negli Stati Uniti ha la reputazione, la cosa che colpisce di più, nella descritta vicenda statunitense, è il fatto che gli auditors la mettessero interamente in gioco, pur di ricavare il maggior numero possibile di dollari dalle società cui facevano da revisori e da consulenti. Evidentemente, lo «short termismo», che è la diffusa malattia dei mercati finanziari, aveva finito per colpire anche loro e per renderli ciechi davanti ai danni a medio termine che così si stavano preparando.
Quando lo scandalo è esploso, non è stato difficile unire, a un rafforzamento delle norme sulla formazione dei bilanci e di quelle che colpiscono il falso, la separazione di revisione e consulenza. E si è fatto di più, un di più che va segnalato a un Paese come il nostro, che ha tanta difficoltà a riformare gil ordini professionali. Si è sottratto il potere disciplinare interno all’organismo quasi pubblico che risponde alla Sec. E tutto questo si è riusciti a farlo in pochissimi mesi.
Noi non ci siamo riusciti. Eppure era evidente che tutta la filiera dei soggetti esterni - dalle società di revisione alle istituzioni finanziarie di collocamento, da Banca d’Italia alla Consob - era carica di punti interrogativi. E lo era davanti a un basilare punto interrogativo: perché una società apparentemente carica di liquidità come Parmalat stava diventando una emittente di obbligazioni a getto continuo? Che ragione aveva di indebitarsi così tanto? Nessuno aveva letto il teorema Modigliani-Miller, secondo cui il valore dell’impresa è inversamente proporzionale all’accumularsi del debito futuro? Capisco il disinteresse dell’auditing interno, che scoprimmo essere affidato allo stesso direttore finanziario della società (straordinario esempio di conflitto di interessi!). E mi rendo conto che nulla di più ci si poteva aspettare da una revisione esterna affidata a una persona che era rimasta la medesima per anni, cambiando casacca e passando dall’una all’altra delle società che si erano susseguite nell’assumere la funzione (dando luogo così a una elusione della norma che noi, ben prima degli americani, avevamo adottato per evitare il cristallizzarsi dei rapporti fra società revisionata e società revisionante). Ma chi aveva collocato quelle obbligazioni, sprovviste di rating, lo aveva segnalato ai risparmiatori attraverso un tasso di interesse che segnalasse il maggior rischio? Non fu così. E Consob? Consob restò prigioniera dell’indole puramente cartolare dei suoi controlli, scrupolosi, ma limitati alle informazioni desumibili dai documenti della società e dei suoi revisori; del che forse fu prigioniera anche Banca d’Italia, che così diaframmata non era in condizione di percepire e di segnalare alcun rischio. E la partita si chiuse sino a che non esplose, inesorabilmente e tutta insieme, davanti all’autorità giudiziaria.
Si doveva aprire a quel punto la partita dei rimedi e su di essi per la verità si cominciò a lavorare; salvo poi a fermarsi nel pantano di cui oggi si è cercato qui di capire le ragioni. Forse ha ragione Alfiero Grandi, quando sottolinea le oscillazioni della maggioranza in Parlamento davanti alla necessità di recuperare una trattazione più rigorosa del falso in bilancio, prima convenendo e poi tornando sui suoi passi. Forse è vero che, quando poi è stata messa in gioco la Banca d’Italia, ci si è trasversalmente divisi fra critici della medesima e suoi difensori a oltranza, in una contrapposizione che ha logorato tempo ed energie. Il risultato, desolante, è che siamo, di fatto, al punto di partenza.
È una lezione amara, dalla quale dovremmo uscire cercando almeno di riassestare le nostre priorità e di lavorare in funzione di esse, anziché cadere nella trappola delle contrapposizioni su altri bersagli. Certo è che, ancora una volta, ci ritroviamo nel circolo vizioso da cui dovremmo uscire. È chiaro a tutti che solo rimettendo in piedi verifiche e controlli che devono fungere da setaccio necessario ed essenziale delle disfunzioni potenzialmente affidate all’esame di ultima istanza dell’autorità giudiziaria, si può evitare di scaricare interamente su di essa la soluzione di ogni e qualsivoglia patologia. Ma è altrettanto chiaro che questo, invece, sta ancora accadendo ed è destinato ad accadere ancora. Con alcuni amici magistrati stiamo lavorando per migliorare i tempi della giustizia. E stiamo anche identificando soluzioni assennate ed efficienti. Ma rischiamo di ritrovarci con il classico pentolino in mano a togliere l’acqua che entra da una falla sempre più larga. È la falla che va chiusa. E senza regolatori efficienti, il mercato economico e finanziario può produrre da solo una falla superiore a ogni sforzo.

Questo testo è la conclusione del libro Enron e Parmalat, due sistemi a confronto, a cura di Elena Paciotti e Giovanni Salvi (Manni editori, 12 euro)

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