Ermanno Rea, La parola del padre

17/03/2017

La parola del padre di Ermanno Rea è un dialogo tra l'Inquisitore e Caravaggio, di Vincenzo Aiello

È ancora fresca la memoria della morte di Ermanno Rea – settembre 2016 - lo scrittore napoletano autore di quel meraviglioso viaggio nella storia del Pci napoletano che risponde al nome di “Mistero napoletano (1995)” che fece da stura agli altri testi che da “La dismissione” a “Napoli ferrovia" costituiscono il suo lascito alla città di Napoli. Ora la casa editrice salentina Manni nelle cure della collana “Pretesti" di Anna Grazia D'Oria, manda in libreria questo suo legato in asse letterario, “La parola del padre (pp. 96, euro 25)” , che ha il sottotitolo di '#Caravaggio e l'inquisitore'. Questo testo molto breve nasce da un'esigenza scenica, ma che un impedimento casuale ha poi trasformato in una prosa narrativa arricchita da uno storyboard quasi fumettistico di Lino Fiorito che ne contestualizza anche la genesi in una nota a margine.

Al centro della scena c'è un Inquisitore del Santo Uffizio che processa bonariamente, ma non troppo, Michelangelo Merisi detto il Caravaggio. Uno stanco giudice sferza alternando momenti di sincera e infida stima nei confronti dell’artista la dottrina che promanava dai dipinti di argomento sacro del pittore. La visione verticistica e gerarchica della Santa Madre Chiesa, maschilista e paternalistica, si scontrava con quella centralità divina che vedeva nelle tele dell’artista il suo nucleo sulla pelle dei più sofferenti. L'Inquisitore temeva che Merisi fosse un epigono della scienza eretica dell'apostata di Nola: Giordano Bruno.

Curioso in questo processo-non-processo che Caravaggio sia ridotto nella narrazione a figura presente e vibrante, ma non parlante. Una Madonna pregna, ne “La morte della Vergine", un San Giovanni Battista giovinetto che abbraccia un ariete, erano un po' troppo anche per un artista stimato e protetto come il Nostro. Il vero obiettivo dell’inquisitore era, però, quello di mettere sull'avviso l'imputato che a tutto si poteva derogare ma non al concetto di Padre che faceva discendere l'Ipse dixit. Ed è l’obbedienza il centro del richiamo mellifluo del prelato a Caravaggio. Quella 'fabbrica dell'obbedienza' che Rea aveva indagato anche in ambito laico.

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