Ermanno Rea, La parola del padre

22/02/2017

Una sorta di cinema della mente, di Silvio Perrella

Capita che da un libro di saggistica nasca per gemmazione testuale un monologo teatrale. È capitato a Ermanno Rea. Era il 2011 e dava alle stampe La fabbrica dell’obbedienza (Feltrinelli), un lavoro sul “lato oscuro e complice degli italiani”. Il libro si apriva sulla figura dell’eretico per eccellenza, Giordano Bruno; e si chiudeva su Caravaggio. C’era stato un rapporto tra i due? – si chiedeva Rea; e il pittore aveva assistito al rogo del filosofo in Campo dei fiori in quel terribile inizio del 1600?
Le domande poste attraverso il ragionamento, nell’attraversamento di un tema che aveva al centro gli effetti nefasti della Controriforma nel nostro Paese, nel capitolo finale del libro diventano incandescenti. L’immaginazione s’infiamma e produce la figura di un vecchio Inquisitore che ammonisce il pittore, chiedendogli di abdicare a se stesso, di umilarsi dinanzi a Santa romana Chiesa.
Ecco il primo passo verso La parola del padre, il testo di Rea che Manni manda in libreria domani. Dal saggio al testo teatrale, anzi al “falso storico in forma di monologo”, come viene definito nel frontespizio, il passaggio è quasi naturale. La voce dell’Inquisitore prende tutta la scena. E Caravaggio non può far altro che ascoltarlo.
Ma si tratta di una voce vera e propria o di un’allucinazione verbale? Rea immagina il pittore nella sua bottega romana mentre “osserva, con aria affranta, una grande tela bianca; in parte, in un’aula di un tribunale dell’Inquisizione. È un momento drammatico per il grande artista. In un accesso d’ira ha ucciso un uomo. Deve di necessità fuggire da Roma, abbandonare la casa in cui abita, gli amici più devoti, mecenati e protettori, e tutto questo lo induce a passare in rassegna, dolorosamente, la sua vita sino a quel giorno”.
L’Inquisitore è un vecchio signore pieno d’acciacchi; a volte ha dei mancamenti, che inducono il Vicario a sorreggerlo, ma subito si riprende e continua il suo eloquio. Ci tiene a sottolineare il suo non è un vero processo. E’ solo un’ammonizione. D’altronde lui riconosce la grandezza pittorica di Caravaggio. Già solo a descrivere un quadro come La morte della Vergine si capisce che il primo ad esserne turbato è lui stesso: “Il corpo della Madonna – volto tumido, mano pendula, ventre prominente – ha la disarticolazione della morte violenta, del trapasso privo di conforto e assistenza. Dal panneggio della veste emergono i suoi piedi nudi. In primo piano, alla destra di chi osserva il quadro, una donna piange a testa in giù: sembra quasi di udire i suoi singhiozzi. È Maria Maddalena. Intorno alla Vergine si affollano gli apostoli, a loro volta in lacrime: sono anche loro scalzi, e sono anche loro segnati dalla spiritualità disarmata degli oppressi. È un quadro che sconvolge, non ci sono dubbi. A furia di scrutarlo, finisci pure tu per trovarti in mezzo a quella gente, a piangere con loro, a immaginarti come loro coperto da un logoro mantello e di stare a piedi nudi respirando il rosso pulviscolo di un ambiente dipinto ricorrendo a tutte le sfumature del carminio, il colore della disperazione”.
Per l’Inquisitore non ci sono dubbi: Caravaggio è stato influenzato dalla filosofia di Giordano Bruno: “Non affermò forse il Nolano che la Natura, compresa la più degradata, non è altro che Dio nelle cose?”. Il pittore si agita sullo scanno, ma non sentiremo mai la sua voce.
Ricordo che Ermanno mi parlò di questo suo testo teatrale. Era stupito di esserselo trovato tra le mani come un qualcosa di naturale. Cosa farne? Pensi che possa essere recitato? - mi chiese. Perché no, gli risposi.
Seppi in seguito che il testo era arrivato negli uffici di Teatri Uniti e che Lino Fiorito se n’era appassionato. Al punto tale da farne un qualcosa di suo. Ermanno e Lino, come lui stesso racconta nel libro di Manni, cominciarono a incontrarsi.
Non era certo un momento felice per la salute dello scrittore, però non si sottrasse a una collaborazione attiva. A Lino era venuta l’idea che la voce dell’Inquisitore dovesse essere proprio quella di Ermanno. Fecero delle registrazioni.
“Oggi è venuto Lino Fiorito”, mi diceva Ermanno al telefono. Guardava al lavoro di Lino – che nel frattempo aveva preso a disegnare scene e situazioni - con lo stesso stupore con il quale aveva guardato alla nascita del suo testo. Lo stoyboard di Fiorito oggi lo troviamo a dare segno visivo alla Parola del padre. Parola e segno si chiamano e danno al libro un suo peculiare movimento, una sorta di cinema della mente.
E in queste pellicola si gira il film del “cittadino responsabile”, cioè di quella figura creata tra Umanesimo e Rinascimento proprio da noi, sul suolo italico. Rea pensa a “Pico della Mirandola con la sua Oratio de hominis dignitate; penso agli architetti dei grandi spazi pubblici (arenghi, palazzi comunali, piazze); penso agli accaniti cultori del Diritto romano. Quanto durò l’euforia rinascimentale? Non molto. La reazione di Santa romana Chiesa fu brutale e implacabile. Al punto che, per sfuggire ai roghi, il cittadino responsabile fu costretto a riparare all’estero, facendo posto, in Italia, al suddito de-responsabilizzato”.
È questo il punto nodale sia del saggio originario sia di questo monologo; ma è anche il punto nodale che rende Ermanno Rea un raro scrittore “luterano” di cui è difficile non avvertire la mancanza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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