Franca Mancinelli, Mala kruna

01/03/2008
Un romanzo familiare, di Matteo Fantuzzi
 
Mala kruna, ovvero “piccola corona di spine”, opera prima della marchigiana Franca Mancinelli, si sviluppa come una sorta di romanzo familiare dove la poesia percorre e scandisce i tempi e la vita della protagonista, un’esistenza fatta di molte figure che nel tempo scorrono e si avvicendano con le poche certezze che i rapporti umani possono definire. In questa vita così precaria, continuamente modificata, il paesaggio poetico è preso nella propria interezza dalla figura narrante che, nonostante l’esile struttura, sembra in grado di reggere tutto il peso del vivere, tutti i cambiamenti, tutti gli addii. 
Cambia in un certo senso la figura femminile rispetto ai “corpi forti”, cui le ultimissime poetesse italiane ci hanno abituato: non più insomma il segno con la pietra dura tracciato ad esempio da Elisa Biagini, Tiziana Cera Rosco, Laura Pugno o Sara Ventroni, quel segno che con il suo essere forte si porta dietro anche una disperata fragilità, quanto piuttosto una condizione in qualche modo almeno ultimamente “nuova” che oggi vede autrici come Franca Mancinelli o Isabella Leardini salire alla ribalta con un’idea di corpo come “albero sottile” in grado comunque, nonostante manchi completamente una muscolatura possente di sorreggere il mondo («hai baciato il mio osso sporgente / l’anca ramo ricurvo: / svanisce il filo di sassi sulla schiena / e ti siedo di fronte / a radici aperte», p. 25), dove l’amore stesso sembra così grande da potere attraversare tutto (sia quando è presente, sia quando è assente) come fa il chiodo attaccato alla parete: «se oggi avessimo la febbre insieme / staremmo come due cucchiai riposti / asciutti nel cassetto, / c’inventeremmo i piedi / avanti e indietro come stracci / per le carezze ai pavimenti, / o resteremmo nudi come chiodi / dimenticati in mezzo alla parete» (p. 41). 
   È piccola la corona di spine proprio come dice il titolo e sanguina in maniera naturale, comenon potesse fare altro: e così diviene una svolta ad esempio (e non invece per le sorelle anagraficamente maggiori) anche il parto, che perde buona parte del suo stato cruento per ritornare in un percorso di generazione naturale («e la ragazza arco / appoggia un piede in aria e congiunge / costellazioni di non generati / al grido che ha rotto ora le acque, / appesa la pelle a un ramo cattura / il vento, è una busta spesa / di desideri altrui / svaniti in uno sguardo», p. 30), come ad indicare in questo modo che abbassati i toni e gli obiettivi umani anche il continuo delle generazioni può essere perpetrato. L’epopea familiare, che a suo modo la Mancinelli racconta, propone anche un sorprendente attaccamento alla vita, anche quando questa è minima e le sofferenze non sono “sovraumane”, ma “quotidiane”, “popolari”: anche in questo senso la svolta generazionale è importante, tornano insomma temi e modi che negli ultimi anni le nuove autrici sembravano non volere più affrontare, troppo concentrate a ripercorrere le strade care alle poetesse degli anni Settanta e delle Avanguardie, troppo coinvolte e troppo innamorate, per esempio, da una poesia come quella di Amelia Rosselli. 
Nei corsi e ricorsi storici invece la poesia di Franca Mancinelli si riconduce a un discorso intimo, più vicino se vogliamo al lavoro di Patrizia Cavalli di cui nelle molte differenze  ripercorre “il respiro” («leggo stesa, il libro sul torace / è il mio terzo polmone / che s’apre e si richiude», p. 50) e così il verso, anch’esso mai barocco, quanto piuttosto essenziale, efficace, diretto, asciutto.
Un’opera prima significativa che svetta non tanto per i temi spesso anche nel recente passato affrontati da altri autori, ma per la capacità di afferrare con coscienza le questioni poetiche e il complicato equilibrio del verso, segni questi di possibili fortunati nuovi lavori e di un potenziale sicuramente interessante: «mentre mi scucio e frano / lui bagna il dito sulla lingua e punta l’ago / nell’aria che mi salda. / Ha fatto uno zaino di me in un giorno / l’amore in petali sul pavimento. / Quand’era fondo il silenzio cantava / goccia caduta dentro le costole // si può respirare dalla sua bocca / come l’annegato e camminare / pestandogli i piedi, / ma le gambe vorrebbero fluttuare / come alghe al suono della sua voce // e lui continua a spingere la culla / il suo corpo come un pollice. // Fors’è annodato alle sue questo / gomitolo che srotola e svanisce» (p. 38).

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