Francesco Macciò, L'ombra che intorno riunisce le cose

06/10/2008
Il passo delle emozioni, di Alessandro Agostinelli

È una voce tipicamente ligure quella di Francesco Macciò, si legge nella forzatura delle parole messe in un’armonia versificatrice che non ne elimina la crudità di fonemi e significati, ma nell’andamento musicale attenua in elegante magia prosodica quelle asperità.
E poi un paesaggio che irrompe sempre a decretare lo stato d’animo del lettore, descrizioni della natura vivificata (a volte antropomorfa) che formano il passo delle emozioni.
Macciò ha fatto una lunga strada prima di arrivare qui, a questo libro L’ombra che intorno riunisce le cose, dove, nel titolo così poeticamente filosofico, illumina la lingua di una ricercatezza lessicale stemperata nella semplicità di una poetica narrativa. Sono poesie che si iscrivono in una traccia novecentesca che non può non tenere conto di Caproni, quel Caproni amato e frequentato da Francesco che lo ha eletto a maestro. Scopriamo quindi un poeta che rinnova la tradizione più “classica” del novecento italiano, evitando sensazionalismi e, anzi, idealizzando un territorio, quello della Val Trebbia e di un pezzo di Liguria che da patria umana e sapienziale dell’autore diventa il tutto, il contenitore-mondo. Questo scenario si fa non solo scena ma pure protagonista di un processo di formazione cognitiva di sé dalla dettatura poetica di questo libro, manuale di conoscenza della natura, come si legge nell’esemplare poema Il monte di Bormano, pieno di onomatopee e riflessi fonici che tengono conto di letture greche e latine, o anche in Paesaggio, permutazione:

C’era il mare, la stessa idea del mare
e quella striscia bruciante di neve
scesa fino agli aranceti
contro un cielo senza colore
sul lato a nord della casa, sul nero
sottocosta dove solo un luccichio
al largo di lampare
disegnava un’ansa tra le montagne
incurvate, una città…
[…]
Questo libro è pieno di poesie che al tempo stesso invitano a una lettura musicale, quasi istintiva e poi trattengono in un più profondo allargamento di senso, come in Tre movimenti:
Sei ancora quel bambino
che si attarda su un prato iridescente
e sei l’acqua, l’orizzonte
che si incurva, sei l’aria,
la materia, quel groviglio che dura
quando scivoli sull’erba verde,
sulle pietre arrotondate…
la nuvola leggera quando è l’ora
di lasciare la radura.
[…]
E poi anche poesie di una perfezione propria di chi davvero sente con la scrittura, come nella mia preferita Verso Genova, sull’autostrada:

La vedi all’improvviso curvando
sul viadotto la città che si allinea
e non finisce e si accende
nella notte da ponente
fino al cielo. La vedi
sui cristalli appannati
oltre la patina di fumo
dei gasdotti che intride l’asfalto
e stringe da levante fino al mare…
La vedi a pezzi rallentando
sulla rampa di un autogrill, nel grigio
sottocosta un taglio, una sutura
corrosa tra Voltri e Sestri fino al centro.
Poi un liquefarsi di sguardi, un ingorgo
di mani sui marciapiedi
quando ti allontani… se ti allontani
e non sai che ci sei dentro…
Scopro davvero in questo libro (edito da Manni e promosso dalla comunità montana dell’Alta Val Trebbia) una forza di parola che sostanzia le cose, prediligendo scrutare con la parola l’attività del guardare.
Eppure Macciò non disdegna neppure poemi che si confrontano col sentimento più abituale dell’amore, filiale o coniugale o amicale che sia. Ci sono alcuni esempi come Solamente con te, Per mio padre, L’altra sponda, che lasciano intendere precisamente questo.
Macciò arriva già ampiamente maturo a questa prova di efficacia poetica e si spera che la sua voce continui a stillare piano piano pochi versi, anno dopo anno, densi come questi.

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