Franco Colizzi, L'aggiustatore di destini

15/06/2015

Un medico letterato, di Enrico Castrovilli

Ci sono molte figure di medici narratori, Colizzi è uno di quei medici letterati che scrive le storie dei suoi pazienti in modo più o meno romanzate. La scrittura, infatti, favorisce il ripiegamento introspettivo, si accompagna a pause di riflessione e ciò permette di cogliere l’interezza dell’essere uomo, il suo essere, della sua sofferenza, che non va considerato dal un sol punto di vista (dal clinico), ma bisogna sviluppare una visione antropologica che abbracci tutte le dimensioni dell’esistenza umana.
Dopo la pubblicazione di alcuni libri creativi e di saggistica Francesco Colizzi, psichiatra e psicoterapeuta, nel 2015 dà alle stampe il suo primo romanzo dal titolo alquanto suggestivo, L’aggiustatore di destini, Manni, inaugurando la sua nuova stagione creativa; un articolato e composito discorso che indaga, con una strategia narrativa simile a quella del commissario Maigret, le vie contorte e più profonde della mente umana con il rischio “di trovarsi fortemente coinvolto in una vicenda per la quale non si sentiva, e non era, affatto pronto“.
A ben leggere, l’indagine psicologica di Colizzi si svolge – con qualche variante, dato il vario percorso produttivo – nell’ambito dell’ambiente umano e geografico aderente alla sua esperienza, un sito quindi individuato e delimitato da confini mnesici, psicologici e culturali di uno specifico territorio della Provincia brindisina, Ostuni, appunto: un suolo patrio dove “nonna Candida aveva deciso di non muoversi più dal rione antico, dalla piccola casa di via Clemente Brancasi, lasciando in eredità all’amato nipote, studente di medicina, il nuovo immobile affinché ne facesse un ambulatorio medico“.
Questo libro, in bella veste tipografica e articolato in tre capitoli: PROLOGO, FEMMINILE PLURALE, EPILOGO, analizza con oculata sensibilità e mette in luce ad uno ad uno i temi principali dei singoli capitoli, non mancando di proporre un esergo ad ognuno di essi, quale senso di gratitudine da esprimere verso autori che si ritrovano nel percorso di scrittura del romanzo.
Con il prologo, inizia il cammino professionale del giovane specializzando in psichiatria, il dottor Nilo, un viaggio esistenziale sulle note della Quinta sinfonia di Beethoven. Da ogni tema della sinfonia emerge una scena “di quella brevissima quanto densa vicenda“. Dopo i primi tre temi, anche nella quarta sinfonia viene fuori con chiarezza anche “quello umanistico della speranza“. Tema per entrambi, medico e paziente, importante per l’evoluzione del rapporto interpersonale, a tal punto che alla domanda della paziente, “Posso abbracciarla?“, “Può farlo, Adele. In fondo, in questo momento non siamo che due esseri umani“ rispose il dottor Nilo, pensando di aver dato “un piccolo scacco“ alla “forza del destino“.
Nel secondo capitolo, il più corposo – comprende trenta racconti brevi -, tante sono le storie e diversi i personaggi che emergono da un mondo adulto fatto di violenza, di paura, di dolore psichico, ma anche di cultura e di amore. Tra questi spiccano le figure femminili di Lucia e di Emma oltre ad alcune di eminenti scrittori.
Analizzando brevemente il caso Lucia, rileviamo che il dottor Nilo un giorno “si era ritrovato davanti una strana bambina che chiedeva accudimento con fare lamentoso e accondiscendente al tempo stesso“. Il giovane psichiatra per un attimo rimase incredulo: quel timbro di voce era una regressione o nascondeva cos’altro? Con pazienza certosina e disponibilità all’ascolto, dopo aver ricomposto pezzo dopo pezzo i fotogrammi della sua ricostruzione, comprese ciò che angosciava la giovane paziente: Lucia non era una donna perversa, come credeva di essere, ma "Una vittima alla quale il carnefice, il fratello di sua madre, è riuscito anche ad installare vergogna e senso di colpa". In questo spazio narrativo è presente come un bisogno naturale un sentimento amoroso quasi sussurrato, un amore intessuto di autentica gioia il cui ritmo è modulato dalle emozioni occasionali, da "una carezza olfattiva", da "un debordante desiderio sessuale". Sì, Emma è innamorata e a Nilo che le sta vicino e lo bacia con trasporto, trova le parole giuste per dire: "Lo so, tesoro, e anche per questo ti amo".
Non manca qualche "storiella divertente" come quella dell’incontro in un ospedale psichiatrico tra il dottor Nilo, da pochi giorni in servizio nel nosocomio e lo Zio Mingo, un ricoverato. Ipotizzando che anche Nilo fosse ricoverato esclamò: "Giovà! Pure tu stai qua?".
L’epilogo conclude il romanzo. Con una lettera scritta a mano, che accompagna un pacco, Lucia comunica al dottor Nilo che grazie alla sua preziosa e affettuosa presenza è giunta a una conclusione che "Ho diritto di andare avanti, per una strada che sia solo mia …che devo lasciar andare i miei sensi di colpa e di vergogna…devo imparare ad amarmi e ad amare".

 

 

 

Il dottor Nilo chiuse la lettera, rimosse l’imballaggio ed estrasse la bambola "Gli parve del tutto innocua, per niente inquietante". La collocò alla spalle del "pupazzo di Freud".
All’uscita dallo studio il dottor Nilo si fermò sull’ingresso. "Sorrise a Dènise e chiuse la porta".
In questa prima prova narrativa intessuta di elementi umani e psicologici, Francesco Colizzi ha abilmente esplorato, raccolto e descritto con professionalità analitica essenziale e preziosa i drammi oscuri della psiche e i complicati rapporti interpersonali, cogliendone le tensioni interne e la fragilità della condizione umana.

 
 

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