Franco Colizzi, L'aggiustatore di destini

14/08/2015

Una tragica e affasciante maliconia, di Giusy  Urgesi 

Leggere L’aggiustatore di destini,  e ascoltare le parole del Dott. Colizzi negli incontri di presentazione del suo libro,  equivale a comprendere  la forza e la grandezza dell’umanità dell’autore, la cui impronta professionale  risalta  e va a coniugarsi, e a intrecciarsi indissolubilmente,  con la profonda sensibilità dell’uomo, che nel romanzo  veste i panni dello stimabilissimo, coscienzioso,  tenero e garbato  Dott. Nilo. Il  protagonista vede nell’altro un simile e, senza mai ergersi su un piedistallo, indirettamente ammonisce il lettore, nel ricordare a se stesso  che ovunque c’è “gente che cerca di mordere la vita”, e che a volte la vita “può essere un osso troppo duro”.  Forte di un’anima/cultura impregnata della tragica quanto affascinante malinconia che, sia pure in modo differente,  pervade una certa  letteratura,   il Dott. Nilo nasce in maniera palpabile dalla trasfusione dell’immaginario dell’autore,  evidentemente  popolato dalle storie nelle quali il Dott. Colizzi si è imbattuto, dagli occhi che l’hanno  guardato, fissato, implorato, ringraziato, e dalle parole e dai silenzi di tutte le anime tormentate che  gli è capitato di  incrociare nella sua esperienza di psichiatra.  Un’esperienza professionale che è manifestamente  una missione,  tesa da un nobilissimo daimon ad aggiustare  i destini altrui, nella coscienza che il proprio, di  destino, si compie e matura anche nell’incontro con l’altro. Nel lavoro come nel resto della  vita quotidiana, e nell’amore. Anche quando il Dott. Nilo viaggia, resta solo, vive la sua quotidianità di uomo innamorato, spettatore empatico dell’arte, figlio grato  e nostalgico - quasi anticipatamente rispetto agli eventi -, sa di non essere lui stesso immune dalla “tempesta nel cervello”, che si scatena soprattutto quando si fa più  tangibile quel “destino indifferente  al dolore degli esseri umani”. E,  intanto,  in qualche misura,  la sua mente  continua a pullulare  di volti, e voci e silenzi, e di tante domande e di altrettanti tentativi di risposte, alcune trovate, o parzialmente individuate, e tante altre ancora sospese. Voci e volti che chiedono  comunque un approdo, che può essere la scrittura (come una qualunque forma d’arte). Ad oggi,  è stato questo romanzo, delicato, dal tono  fine e sommesso, ma capace di passaggi che lasciano nel cuore tracce profonde di  grande, intensa dolcezza, tenerezza, e passione. Rispetto all’amore,  “estremo, struggente tentativo  di affermare l’essere in un punto del tempo”,  - e chiunque è sfidato a dire se non ha mai pensato,  facendone esperienza,  di desiderare che sia   “un oceano senza rive” -, e rispetto alla vita, così come può essere disperatamente vissuta, e sofferta, e amata, fino al punto di accettare di perderla. Sarebbe bello, e certamente auspicabile se, come sostiene il Dott. Nilo/Colizzi,  tutti avessimo una sorta di formazione, di educazione all’ascolto degli altri, all’empatia - (la metamorfosi sarebbe una pretesa oggettivamente esagerata..!) -, ma così, purtroppo,  non è e, anche per questo,  in troppi casi il destino non si aggiusta bensì si compie tragicamente. Dunque ben vengano quegli avamposti  che, pur coscienti del fatto che ogni vittoria  resta  “la trafittura di un raggio di sole” e che fin troppi sono gli insulti del fallimento e della violenza,  continuano a  portare avanti la loro  delicata e importantissima missione di farsi carico di tanti drammi, di tanti interrogativi, di tanto dolore. Così tanto che diventa indispensabile liberarsene o trasformarlo, almeno in parte. E, se è vero, come è vero, che “chi scrive un po’ si cura da sé”,  il Dott. Nilo tornerà a raccontare  e a raccontarsi. E in tanti  torneremo  a leggerlo. Con l’intima speranza di un destino migliore per tutti.
  

 

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