Giancarlo Sissa, Il bambino perfetto

01/02/2009
Letture consigliate, di Linda Altomonte

Non si legge d’un fiato Il bambino perfetto: piuttosto si rilegge, si frequenta, si fa sedimentare e si torna a interpellare. Gli si chiede, con la stessa domanda senza parole da cui le sue pagine sono scaturite. La forma della prosa lirica certamente impone occhi speciali, che piuttosto si fanno orecchie per assaporare davvero la musicalità del periodo, ma anche per ‘vedere’ – senza intrappolarle in immagini troppo sgranate – le sfumature del sentire suggerite dalla scrittura di Giancarlo Sissa. Non si pensi però a una prosa debole: nell’incanto di ricordi la cui narrazione è soltanto intuita si avverte una forza che risucchia il lettore nella propria vertigine, in un crescendo che non ha nulla di blando.

La pubblicazione di Laureola è del 1997, del ’98 Prima della tac e altre poesie; a seguire, rispettivamente del 2002 e del 2004, Il mestiere dell’educatore e Manuale d’insonnia: dopo quattro volumi di poesie, Sissa pubblica nel 2008 questo testo coraggioso, che esplora il dire attraverso una forma con cui pochi autori si sono misurati (conosciamo soprattutto le prose liriche di Baudelaire e Rimbaud e i frammenti di D’Annunzio, di alcuni autori della Voce e della Ronda, di Gadda, recentemente di Mariangela Gualtieri…); essa, del resto, non è certamente tra le forme letterarie più frequentate dalla maggior parte dei lettori contemporanei. Più numerosi e con esiti diversi sono invece stati, nella storia della letteratura occidentale, generici tentativi di coniugare i versi con la prosa (da Dante a Walt Whitman): la prosa lirica si distingue da tali esperimenti creativi costituendo un genere a sé, il quale narra un “pensiero [che] nasce dalla musica della parola”; ne Il bambino perfetto tale pensiero dice di un passato più o meno remoto, ma che denota la stessa, pesante fisicità che grava sul presente, ed un uguale, inquietante carico di indecifrabilità.

Come dalla memoria stilli la poesia (come da Mnemòsine nascano le Muse, diremmo) è l’autore stesso a svelarlo: “…Ma non era mai il ricordo a staccarsi, bensì le parole del ricordo che come passeri amputati d’un’ala andavano a sgomentare nell’angolo della poesia, fra gusci rinsecchiti d’insetti nell’attesa indifferente del passo distratto che ne facesse polvere e dalla polvere si alzava minuscolo e diffuso il minimo ronzio del nulla, il vero suono del mondo.”; e ancora: “Il linguaggio è un dio che ci attraversa.”… Nelle sei sezioni che compongono il testo, “il vero suono del mondo” ha tonalità gravi, dissonanti, che improvvisamente spiccano il volo verso aperture inattese, il cui significato profondo resta tuttavia inconoscibile alla razionalità, almeno quanto quello del rimestare inquieto di ogni altra pagina. Scene di vita quotidiana di un’infanzia silenziosa e quasi inconsapevole di se stessa, scene che imprigionano il tempo in un momento congelato ma non freddo: come la neve che, nera di un dolore indigesto, spesso ritorna in queste righe, se non a consolare quasi a stendere un velo di commozione appena accennata, mai esibita; ed un movimento a spirale, un rimestio, appunto, delle viscere che parla alle viscere, e che a volte assume una concretezza sanguigna e angosciante che fa pensare a certi testi di Dürrenmatt.

Il bambino perfetto è, certamente, anche il racconto vissuto in prima persona di una generazione che ha oltrepassato molti limiti, pagando un dazio doloroso, ed è pure riflessione sul (non)ruolo di un’educazione che prescinde dal rispetto per il mondo interiore dell’infanzia; ma questo libro è soprattutto il tentativo di ripercorrere non tanto gli eventi, quanto le tracce con cui questi hanno inciso la coscienza: la rilettura di un’intensità che sembra non poter trovare altro senso che nel proprio ripensarsi, nel proprio muto, ardente interrogarsi. La memoria estorce la perplessità più profonda davanti a “l’ogni giorno rinnovato incendio del sapersi – e poco oltre la tazza di pensieri che sbolle fra le mani dell’assiderato”: rivisitare il sentire immergendovisi significa ‘vivere col corpo’ – come vivono i bambini – anche la scrittura, e darle quindi una fisicità della quale il verso non sarebbe che un fragile abito. Il bambino perfetto è dunque l’artista quando prende per mano quella parte di sé che non conosce la propria storia, ma la esperisce di istante in istante, e che non teme di scandagliare le lande inospitali del dolore e dell’attesa, là dove il razionale non può essere un riparo: “quando, non solo metaforicamente, siamo senza casa, inospitati, non contenuti, non governati e rigovernati, non implosi, esuli da qualsiasi sistema di dominio, e dunque duramente liberi…”.

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