Giancarlo Sissa, Il bambino perfetto

01/05/2009

01/05/2009 - La Mosca di Milano
Un poema delicato e feroce, di Rossella Renzi

La nuova opera di Giancarlo Sissa, nella veste inedita del poème en prose, supera la frattura del verso per quella forma più naturale di espressione umana: una prosa poetica che conserva ritmo, misura e suono dettati istintivamente dal corpo, come impulsi. Il bambino perfetto raccoglie una pluralità di voci scandite su generazioni, luoghi e tempi diversi: c’è il tempo delle corrispondenze, del dialogo col tu che appartiene al quotidiano o che vive come ferita nella memoria – “Potrei dirti che mi manchi molto. E invece mi manchi per sempre”; c’è il tempo della riflessione accanto al puro trasporto immaginifico. Poi c’è il tempo della parola che nomina l’essenza, si fa gesto, corpo e in essi si rigenera: attraverso la parola il poeta si mette in rapporto con il mondo, al punto che la parola stessa rappresenta il suo “modo di stare nella vita”. In questo poema, delicato e feroce insieme, si collocano le tracce di un’esistenza dense di dolore e di morte, che ritrovano nella scrittura una luminosità in grado di abbagliare il lettore, che diviene partecipe di quei momenti. Così la morte non oscura i volti, i gesti, le storie: “ma per me non lo fa buio la terra, resta luce il suo alzare la testa in campo, dribblare l’avversario, il lancio preciso verso l’area di rigore”. E luminosa è pure la neve, che accende molte pagine del libro dove il ricordo prende vita, si fa concreto, mentre la luce esplode dagli angoli bui, illumina l’occhio, il petto, la mano. Nel testo sono riconoscibili elementi autobiografici con l’identificazioni di periodi, situazioni e soprattutto luoghi: angoli della città, strade deserte o infernali che segnano un dislivello doloroso tra passato e presente, sul quale si posa uno sguardo indignato: “Le bici scrostate contro la rete di metallo a strappare da occhi e petto pezzi di carne e di malinconia […] È sporco il cielo in quest’angolo ottuso di tempo”. La città è un luogo cimiteriale, senza infanzia, chiuso a ogni prospettiva futura che provoca un’ira selvaggia nell’anima a cui viene impedito il passo. È la voce segata di una creatura che si scontra con la durezza del reale, conserva tra le mani i capelli dei morti, avverte “l’ombra degli occhi nel vuoto del tempo, la parola che morde”. Lo spiraglio e insieme il mistero della vita e della poesia sono i bambini che “sfuggono al ritmo, alla sequenza del vento […] slogano l’anima del mondo”: “sono la vita che non sappiamo”. Nella sezione conclusiva, che dà il titolo all’opera, si sciolgono alcuni nodi dei passaggi precedenti: il passato si fonde col presente, il desiderio con il ricordo, l’immaginario col concreto; il bambino e l’uomo si prendono per mano e chiudono il cerchio, perché assieme, loro, sono Il bambino perfetto.

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