Giancarlo Tramutoli, Versi pure, grazie

01/11/2006

Corriere del Mezzogiorno
Mi saluto a salve, mi sputo addosso, di Elio Paoloni

 
 Occorrerebbe un’indagine: com’è che a Potenza, capoluogo in altitudine di una depressa regione meridionale, si affollano scrittori spiritosi, ironici, leggeri? L’altitudine non incoraggia il sorriso, di solito: Franco Arminio, quando non è troppo depresso, ci ricorda i tassi record di suicidio della sua Irpinia. A Potenza, invece: Gaetano Cappelli, Camillo Langone (domiciliato altrove, ma insomma), Giancarlo Tramutoli. Ecco, Tramutoli. Che intervenga sornione in un blog, che irrida pompati scrittori nella sua rubrica fernandelliana Libri da evitare, che scriva inopinati romanzi come La vasca da bagno, Tramutoli fa sempre la stesso mestiere: lo smontatore. Smonta poeti, drammi e convegni, smonta il mondo, se stesso e tutti noi. Poi mette in fila i pezzi del meccano e dice: guardatevi. E l’anticlimax fatto persona: “Mi saluto a salve, mi sputo addosso”. Questo non vuol dire che sia un nichilista. Si è seri solo quando si smette di prendersi sul serio e la serietà, quella vera, ci permette di apprezzare le minime cose, la più comune delle vite.
 I recensori, a cominciare da Sebastiano Vassalli, lo definiscono poeta giocoso. E tutti rischiano di fermarsi alla scherzosità: in questo libro per esempio saltano subito agli occhi gli sberleffi ai colleghi poeti, alle loro “solite pallosissime litanie”. Ma Tramutoli è più spesso malinconico, la maggior parte delle composizioni sono amare, solo il procedimento resta scherzoso, a volte neanche quello. Tramutoli è narratore, in fondo, di “fluviali solitudini”, della sete “separata” di chi sta solo con una birra al malto. “Perché la poesia dev’essere così:/implacabilmente seriosa e patetica”. Ci si impaniava anche il grande Totò, rammenta Tramutoli. E anche lui, in fondo, vorrebbe “Scrivere di nuovo/una lunga poesia/dai lunghi versi/alla maniera di Allen Ginsberg/o ricca di trovate formali/come se fosse una cosa/di E.E. Cummings./Scrivere qualcosa che tocchi le corde/almeno della racchetta da tennis./Scrivere qualcosa di definitivo/magari su un sentimento primitivo/far capire al mondo che tu ci sei/mentre mica sei così sicuro che lui c’è/lui, il mondo”. Per ora quest’“apatico patetico” resta sul breve e sull’informale, accontentandosi di disegnare una vita con soli cinque leggerissimi versi (Mio padre si passava pensieroso).
   C’è un altro ottimo motivo per procurarsi questo libro scanzonato: l’altrettanto scanzonata prefazione di Attilio Lolini, anche lui insofferente verso “gente impettita e spocchiosa che già dalla prima plaquette si mette in attesa del premio Nobel”. “Defunti tre o quattro monumenti semoventi della lirica ufficiale che la mattina s’alzavano presto per conferire con il sole – osserva Lolini - oggi non c’è un poeta che sia noto fuori dal proprio condominio, né una poesia che sia in qualche modo ricordabile dalle genti. Tuttavia i vicepoeti in servizio permanente effettivo, numerosi più dei lettori, trafficano giorno e notte per ottenere recensioni, premi, coppe e croste di pittori in cassa integrazione, diplomi e quant’altro sia esponibile nel salotto delle loro abominevoli abitazioni”.

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