Giovanni De Rose, Negli occhi di chi guarda

01/06/2008
Realismo magico e manuali di storia, di Wu Ming 4

Deserto di Hermanas, New Mexico, 12 luglio 1917. Una distesa riarsa, costellata di cactus, i binari della ferrovia che si perdono all'orizzonte in entrambe le direzioni, avvoltoi che roteano su in alto, in attesa di un lauto pasto, serpenti a sonagli che sibilano sotto i sassi.
Potrebbe essere la scena iniziale di un film western. Ma non è completa.
Bisogna aggiungere un migliaio di disperati che si trascinano in mezzo alla polvere e alle sterpaglie. Non hanno acqua, né cibo, sono logori e stremati. Gli uomini dello sceriffo della contea di Cochise, Arizona, li hanno prelevati all'alba nelle loro case e chiusi dentro vagoni bestiame. Li hanno deportati in mezzo al deserto e li hanno abbandonati.
È questa la scena madre del romanzo di Giovanni De Rose, Negli occhi di chi guarda. È lenta la maturazione della partenza da un mondo piccolo e arcaico, cattolico e pagano al tempo stesso, caldo come l'utero materno, da cui però presto o tardi bisogna uscire. Almeno questa è la pulsione di Iennaro, spinto dalla propria voglia di vedere altro, ma anche dall'incontro con un padre putativo capace di capirlo e incoraggiarlo. Il viaggio è impresa, avventura, sofferenza, stipati come bestie nell'imbuto di Ellis Island, l'Isola delle Lacrime, dove le speranze di molti si infrangono ancora prima dell'approdo nel Nuovo Mondo. Devi essere sano, devi essere giovane e forte, devi poter lavorare. Altrimenti non servi, quindi non passi. Tuffarsi nelle acque gelide davanti a New York, cercare di attraversare da clandestini il braccio di mare che separa dalla terraferma, è il gesto disperato di pochi che non avranno fortuna.
Il paese che Iennaro troverà oltre oceano è fatto di molti paesi, molti angoli di mondo, una terra frazionata dalle diverse genti che arrivano in America con le proprie vite, credenze, superstizioni. L'America è ancora lontana, forse solo un'idea, uno scatolone vuoto da riempire con tutti i colori della terra. Ecco perché Iennaro, diventato Jimmy, dovrà andare a verificarla di persona la vastità di quell'ipotesi, il sogno del Grande Paese, spingendosi a ovest, come i pionieri prima di lui. Il suo viaggio decennale gli farà incrociare la strada di alcuni personaggi epocali, come il gangster John Dillinger. È così, con l'istinto del cantastorie, che il vecchio Iennaro romanza la propria biografia, popolandola di leggendari banditi e cowboy; ladri gentiluomini, più generosi di qualsiasi persona dabbene; grandiose puttane discendenti di Kit CarsonÈ questa l'America che Iennaro ha voluto riportarsi a casa, il sogno rocambolesco da far sopravvivere oltre la più crudele sconfitta, concretizzatasi all'alba di un giorno di luglio, quando è stato caricato a forza su un treno insieme ai compagni di lotta.
Proprio come in una favola western, alla fine arrivano i "nostri". Il XII° Cavalleggeri dell'esercito americano giunge a salvare i minatori di Bisbee. Ma quella che viene offerta è ancora una salvezza parziale, condizionata dalla scelta tra essere espulsi o guadagnarsi il permesso di soggiorno fornendo carne da cannone per le guerra in Europa. Un'opzione valida ancora oggi per molti che aspirano alla Carta Verde, e che per Iennaro segna comunque la via del ritorno. Ritorno a un vecchio continente sconvolto da un conflitto sanguinoso, decimato dalla guerra e dalle epidemie. Un ritorno che agli occhi caparbiamente eroici, poetici, del protagonista esige di diventare lieto fine, in barba alla cronologia, forse anche alla plausibilità.
"Ero partito per cercare una risposta, e cercandola avevo anche imparato che bisognava inseguire la felicità; e io l'avevo fatto e qualche volta mi era capitato di raggiungerla, e di camminare al suo fianco." È quello che in fondo tutti speriamo e che suona come un augurio, fatto sull'ultimo miglio, a coloro che proseguiranno il viaggio.; cavalcate nel deserto; tesori nascosti; perfino un grande libero amore, capace di stagliarsi oltre ogni pregiudizio. e gli uomini della sua banda, in un'ucronia talmente plausibile da passare inosservata fino alla fine, quando sopraggiunge l'illuminazione che la vicenda narrata non è altro che un poema. La canzone di un migrante che ha voluto vedere con i propri occhi e trovare la poesia a tutti i costi, la felicità oltre la sofferenza. "E dove non c'ero riuscito speravo che rimediassero gli anni. Il tempo, infatti, può avvolgere in un velo di sentimento ogni cosa, e può renderla migliore". , ed è anche un fatto storico, uno di quegli "scivoloni" che costellano la storia americana con tale frequenza da diventarne pilastri, spesso e volentieri rimossi dalla retorica a stelle e strisce. Di sicuro è un Far West molto diverso da quello che ci hanno raccontato i grandi registi di Hollywood.
Sì, perché quei mille deportati (1186, per la precisione) non sono indomiti Apaches, né prigionieri di guerra. Sono – erano – 229 messicani, 167 statunitensi, 80 serbi, 70 finlandesi, 67 irlandesi, 40 austriaci, 32 inglesi, 8 italiani, e poi montenegrini, canadesi, croati, olandesi, russi, spagnoli, fino a raggiungere 35 diverse nazionalità. C'è un pezzo di mondo globalizzato, quel giorno torrido d'estate, nel deserto del New Mexico. Ci sono i lavoratori emigrati in America da ogni continente, disposti a essere pagati meno dei colleghi americani, a ricoprire le mansioni più umili, più rischiose, nel ventre della terra, in fondo alle miniere d'argento e di rame. Il rame che serve per la guerra, lontano, in Europa, dove gli Stati Uniti combattono al fianco dell'Intesa. Ma può capitare, ed è capitato, che i sindacalisti itineranti dei primi anni del secolo, i Wobblies, gli agit prop dell'IWW, riescano a raccontare a quei poveracci una storia diversa, a far filtrare l'idea che può esistere un eguale diritto per tutti, che l'unione di classe fa la forza ed è un'arma importante.
Ecco chi sono quei 1186 uomini che stanno morendo di sete nel deserto di Hermanas. Scioperanti. Operai delle miniere di Bisbee, Arizona, capaci di bloccare i profitti di una grande impresa mineraria e rivendicarne una piccola parte per se stessi, sotto forma di paga migliore, maggiori misure di sicurezza, turni meno massacranti. Chiedevano questo e avevano talmente ragione che c'è voluta la forza per spegnere le loro voci. Adesso possono blaterare quanto vogliono... agli scorpioni e ai serpenti.
Ma la storia comincia molto tempo prima e molto lontano da lì. Per l'esattezza in un paesino della Calabria, tra le montagne e il mare. Perché questa è la storia di Iennaro, che ebbe "due madri, tre nomi e quattro padri", a cui un giorno chiesero se credesse nella poesia e dovette andare fino in America per trovare la risposta. Una risposta già implicita nelle pagine del romanzo, di una densità poetica rara per un esordio letterario (perché di questo si tratta), ma anche spia luminosa per il lettore: questo non è solo un romanzo di fatti e cronache trasposti in narrativa, non è un romanzo storico classicamente inteso. Bisogna stare attenti a non fidarsi troppo della memoria del vecchio Iennaro che, ottantenne, ci racconta la sua storia dal punto d'arrivo, che poi è lo stesso punto di partenza. La poesia è, appunto, negli occhi di chi guarda, cioè nel legame immateriale tra chi racconta e chi ascolta. La poesia accosta cose inaccostabili, vive di paradossi e di magia. Ecco, questo è un romanzo che ha più a che fare con il realismo magico che con i manuali di storia.
Eppure illustra un'epopea di carne e sudore, concreta come la puzza di corpi ammassati, come la fatica. Perché questo è stata l'emigrazione verso l'America, e questo è ancora l'emigrazione verso quell'America che è oggi l'Europa per molti disperati nel mondo. Allora, nei primi anni del Novecento, erano i nostri bisnonni a gettare il cuore oltreatlantico, rischiando tutto. I ruoli cambiano, ma le storie sono le stesse. Impossibile non leggere questa avvicente odissea dei pezzenti senza avvertire la sua immediata attualità.

Quest'articolo è uscito in versione ridotta sull'Unità del 17 giugno 2008

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