Guido Davico Bonino, Figlia d'arte

20/07/2009
 Un vecchio regista, una misteriosa fanciulla. Divertissement giallo del critico teatrale.
 Nel protagonista i ricordi di Visconti, Strehler e Ronconi
 
Superata la soglia dei settant’anni, Guido Davico Bonino si concede quelle piccole libertà che da professore universitario, critico letterario e teatrale si era sempre vietate. Prima, la scorsa primavera, la piéce Visita a Marinetti; adesso un breve giallo, Figlia d’arte, che uscirà a fine mese dall’editore Manni. La vicenda ruota intorno a un anziano regista, Guido Ratti, in cui confluiscono tratti di Visconti, Strehler e Ronconi, nonché un certo egotismo che rimanda a Giulio Einaudi (con cui l’autore ha lavorato a lungo in casa editrice). Irene, la sua ultima assistente alla regia, che da quando si è ritirato dalle scene ha rinunciato a tutto per occuparsi di lui, lo ha convinto a trascorrere qualche giorno dell’estate in campagna nel castello di famiglia. E qui avviene l’incontro con una misteriosa fanciulla, Nora, in vacanza con la madre, che il giorno prima di partire gli fa un regalo: una gemma di quarzo dalla cuspide aguzza, appesa a una catenella. Nel prenderla Guido si graffia, e da quel momento comincia a avvertire strani malori. Anni prima il regista era stato la causa involontaria del suicidio di un attore, cacciato durante le prove di uno spettacolo. E il ricordo di quel lontano episodio riaffiora mentre giace a letto, tra il sonno e la veglia. Che cosa sta succedendo a Guido? E chi è davvero Nora?

 

La gemma della vendetta. Anteprima

«Che succede?» mi chiede Irene appena rientrata, accogliendomi nell’atrio. È premurosa come sempre, ma non si scompone, perché non vuole spaventarmi.
«Mi ha ripreso il tremito che tu ben conosci. E, prima che le cose si complicassero, ho preferito
rincasare…»
«Coraggio, Maestro, lo scalone ci attende.»
Mi basta affrontare i primi gradini per comprendere che oggi è tutto diverso: il peso del corpo mi spossa, dovrò battermi contro il suo gravame molesto per giungere fin lassù. Irene mi canzona per incoraggiarmi: «Ti eri montato la testa, di’ la verità: ma non si può battere un record tutti i giorni…»
Non appena riesco, a prezzo di lunghe soste e brevi riprese, a varcare la soglia della biblioteca, è come se un pulviscolo mi baluginasse dinnanzi agli occhi. «Mettiti a letto subito» mi consiglia Irene. E visto che non oppongo resistenza, mi adagia non senza fatica nel mio letto a baldacchino.
«Fame, sete, cosa desidera il mio Maestro?»
«Forse un batuffolo di cotone e dell’acqua ossigenata.» Poi mi affretto a spiegarle quella stupida richiesta: «Ho ricevuto da quella fanciulla il dono che puoi vedere e mi ci sono anche punto…» E, mentre mi disinfetta, le mostro la gemma col suo ciondolo e il piccolo graffio sul palmo, su cui s’è coagulato altro sangue.
«Ora dormi, che ti farà bene. Io resto qui, farò un poco di lettura, c’è una bellissima luce a quest’ora
vicino alla finestra: e, tu non ci crederai, ma sale dal giardino un intenso profumo di mammolo, anche se non c’è neppure una viola là sotto…»
Chiudo gli occhi, costringo le palpebre a rimaner serrate, ma so già che non troverò riposo così presto. Lo strano racconto di Nora è come se avesse sollevato nella mia mente stanca un turbinio di ricordi, che si accavallano impetuosi l’uno sull’altro e non riesco a trovare il bandolo, che dipani quel groviglio. È solo verso il tramonto (almeno così suppongo, dal momento che non saprei dire con certezza se sogno o son desto) che un’immagine prende in me corpo con maggior nettezza.
Siamo all’interno di una vecchia palestra, che abbiamo preso in affitto, e vi stiamo provando uno dei rari capolavori del teatro italiano, Mirra di Vittorio Alfieri. Erano anni che volevo mettere in scena questa tragedia bellissima e difficile, ma tutti gli impresari me l’avevano sconsigliata. Ne ho finalmente trovato uno, più spericolato o più incosciente degli altri. A lui, ai miei collaboratori, agli attori ho annunciato sin dal primo incontro che intendo ambientare la vicenda non nella Grecia del mito, ma in una capitale europea della fine del Settecento. Al mio scenografo ho chiesto di disegnare il profilo di un palazzo aristocratico, appena insidiato da un incipiente degrado. Anche l’abbigliamento dei personaggi, ho spiegato alla costumista, dovrà essere pretenzioso, come si conviene ai nobili d’alto lignaggio, ma qua e là segnato dalla corrosione. Sin dalla prima lettura ho chiarito che stiamo affrontando una storia di Grandi Famiglie, in cui un matrimonio d’alleanze dinastiche rischia di naufragare per l’insorgere di un misterioso ostacolo, che nessuno riesce a individuare. Solo nelle ultime scene si comprenderà che quest’ostacolo è l’amore inconfessato e colpevole della promessa sposa, Mirra, per il proprio padre.
Ora mi sembra di rivedere (ma forse è soltanto la febbre, che l’assillo bruciante di quella ferita alla mano mi procura) i miei attori panneggiati nei loro spessi costumi d’altri tempi. E di scorgere sullo sfondo, sui praticabili montati dai miei tecnici, una fuga in prospettiva di pareti affrescate a grottesche, di pesanti specchiere rococò, di panciute consolles. Siamo in una pausa delle prove: in un angolo della palestra Irene, col copione in mano, sta facendo rileggere la parte a Pereo, il principe dell’isola alleata a cui è stata promessa Mirra. Celio Donati, l’attore a cui ho affidato il ruolo, è un bel giovane, dal portamento eretto, il profilo nobile, due profondi occhi neri. Ha sostenuto con me, un paio di mesi prima, un ottimo provino. Ma stenta a entrare in parte, sembra non comprenda quanto sia attuale quel giovanotto ambizioso, spodestato, prima che negli affetti, nel potere che gli sarebbe stato garantito dalle nozze prestigiose. Riprendiamo le prove proprio dal suo ingresso in scena.
Donati attacca la sua quarantina di versi: li sa a memoria, ma li scandisce con un’eleganza fredda, tutta esteriore. Sono giorni che mi domando se non l’ho ingaggiato incautamente. Certo la sua resa è molto al di sotto delle mie attese ed è decisamente inferiore a quella dei compagni. Sono spossato e furioso con me stesso. Guardo Irene, che sembra implorarmi di non trascendere. Ma sono troppo deluso per contenermi. D’impeto sovrasto la sua voce: «Donati no, così proprio non va. Quante volte abbiamo rifatto questa scena? Le sembra d’esser migliorato? Non solo non abbiamo fatto nessun passo avanti, ma ora sappiamo, una volta per tutte, che è inutile insistere. Mi dispiace, ma lei è protestato. Si rivolga oggi stesso all’amministrazione…» Sento levarsi un brusio dai compagni, non so se di sdegno verso di me o di compassione per quell’altro, che ora barcolla, il volto livido, le mani artigliate sulla nuca…
Cerco in quella confusione Irene, che sembra sparita d’incanto… Sono ancora nel sogno o sono sveglio? Perché ora la vedo leggere quietamente nel vano della finestra. Il viso è d’una chiarità che sfuma nell’azzurro: la porcellana senz’ombra della pelle, gli occhi sereni sotto le lunghe ciglia mi dicono ancora una volta quanto sia bella. La supplico: «Irene, ti prego, vieni qui, ho ancora una volta bisogno di te, tu sola puoi aiutarmi!» Perché non mi presta ascolto, perché non mi guarda, perché non mi soccorre? Un dubbio atroce m’attanaglia: che Nora sia…? Che quella pietra tagliente…?

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