Italo Testa, Biometrie

01/01/2007
L’impulso primitivo al racconto di sé, di Guido Mazzoni 
 
Biometrie è un libro composito: ottanta pagine effettive divise in ben nove parti, ciascuna delle quali ha un suo tono e un suo taglio. Sembra che Italo Testa abbia voluto sperimentare modi diversi di rappresentare la vita, di darle una misura. Certe sezioni affidano la parola a un io che racconta frammenti biografici e riflessioni soggettive; certe altre si allontanano dal mondo della vita e dalla maniera comune di percepire l’esperienza personale, come accade negli haiku della quinta parte (Stradale), nell’ekphrasis segmentata che forma la sesta sezione (Penelopescannata), o nei testi sperimentali dell’ottava (Moti e richiami). A questo discrimine nell’ambito dei contenuti corrisponde un’antitesi speculare nell’ambito della forma, l’impulso primitivo al racconto di sé essendo corretto o avversato da un impulso contrario che porta invece al distacco intellettuale. Si tratta di un movimento al tempo stesso stilistico e psicologico, che si manifesta nella scelta di forme chiuse, nell’impiego di grafie straniate (la penultima poesia si intitola Ixione, cioè Iperione), nell’uso massiccio di citazioni (Biometrie si chiude con una nota esplicativa, lunga una pagina e mezzo, che illustra tutte le allusioni contenute nella raccolta, dai sonetti di Michelangelo a Ian Curtis, da Hölderlin ai Tindersticks). Quando la fusione fra le due componenti riesce, il libro produce i suoi risultati migliori, come accade nella prima, nella seconda, nella quarta, nella settima sezione e negli ultimi testi della nona. Vi si leggono poesie che narrano episodi e paesaggi di solitudine urbana, di incomunicabilità, di morte. Testa mette insieme due tipi di oggetti e di ambienti: le superfici fredde e rigide della seconda natura tecnologica (vetri, schermi, specchi, lamiere, monitor, tasti), e la materia organica e viscerale di una prima natura ctonia (melma, sangue, sperma, gorghi, maree) – immagini di un mondo in cui l’indifferenza del ciclo naturale agli esseri viventi, la morte-in-vita raccontata da un testo come Legioni, si prolunga nell’alienazione postmoderna, e in cui la percezione del malessere prende talvolta modi allucinatori, visionari. Nelle poesie di questo tipo, l’impulso al controllo si traduce soprattutto nella ricerca di forme chiuse che organizzino il disordine. Viene in mente il ritorno alla metrica praticato da alcuni autori del Gruppo 93 o da Gabriele Frasca e, fra i più giovani, da Aldo Nove e da Tommaso Lisa. Quando invece lo sperimentalismo a freddo distrugge il legame con l’esperienza personale e il mondo della vita, i risultati sono meno interessanti. E’ questa l’impressione che si ricava leggendo la quinta, la sesta, l’ottava parte del libro.
Nell’autore di Biometrie sembrano convivere un talento lirico notevole e un seguace delle avanguardie tardonovecentesche. Le poesie più belle nascono quando il primo prevale sul secondo. Oltretutto Testa non avrebbe bisogno di ricorrere al manierismo letterario per controllare l’impulso autobiografico e autoespressivo, perché il suo lirismo appare tutt’altro che ingenuo. Anche quando descrive la più semplice delle scene d’amore, la sua persona poetica colloca la vicenda nel quadro di una precisa interpretazione della realtà, come si addice a un autore che, oltre a questo libro, ha scritto saggi su Hegel e su Adorno. Benché l’elemento della riflessione non diventi quasi mai esplicito, la sua presenza percorre ogni poesia come una sorta di struttura trascendentale, dando profondità alle esperienze raccontate. Anche per questo, a prescindere dai suoi dislivelli interni, Biometrie è uno dei libri più interessanti fra quelli finora pubblicati dai poeti italiani nati negli anni Settanta. 

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