Lidia Menapace, Canta il merlo sul frumento

18/11/2015

 Ecco come canta il merlo, di Antonella Stoppini

Canta il merlo sul frumento. Il romanzo della mia vita (Manni, 2015), di Lidia Menapace, è l’autobiografia della partigiana, politica, femminista e saggista all’anagrafe Lidia Brisca, protagonista della vita civile e culturale italiana.

“Nasco a Novara il 3 di aprile del 1924, mia madre e mio padre si erano sposati da poco più di un anno, in Comune e poi in chiesa, come allora si faceva”.

La piccola Lidia era nata in una famiglia antifascista, “affettuosa ma rigida”, dalla quale aveva ricevuto “un mix di amore e rigore”. La bambina era molto precoce,

“come imparai a camminare, mi è stato narrato da mia madre. Pare che lo abbia fatto presto.”

Lo stesso dicasi nel parlare

“Avevo una forte convinzione che il parlare dovesse produrre effetti.”

Nadia collezionava buoni voti, però la scolara aveva un otto in condotta perché era un’allieva piuttosto indisciplinata. La ragazza, cattolica praticante, crescendo studiava con grande passione e amava discutere di tutto specialmente di politica e religione. Durante la censura fascista, in casa “essere figli di antifascisti significava essere un po’ anticonformisti”, si leggeva un giornale francese e il quotidiano torinese “La Stampa”. La madre, la quale si definiva emancipata, perché aveva lavorato a Milano facendo la pendolare, e si riteneva acculturata, alle figlie ricordava sempre l’importanza di essere indipendenti economicamente dal futuro marito. Lidia, fin dal ginnasio dava ripetizioni di latino e greco, riuscendo a mantenersi agli studi fino alla laurea ottenuta a soli ventuno anni nel 1945. Dopo il compimento accademico, la neo professoressa aveva iniziato a insegnare italiano e latino al liceo scientifico di Novara e frequentava anche un corso di perfezionamento in filologia moderna all’università di Milano. Da ragazza aveva partecipato alla Resistenza come staffetta e oggi la sua opinione è

“che come tutti i grandi eventi storici, anche la Resistenza ha il suo oro e il suo fango.”

Prima donna eletta nel consiglio provinciale di Bolzano e, prima donna a entrare nella giunta provinciale come assessore alla Sanità, Lidia Menapace ha anche lavorato come giornalista, periodo davvero felice, presso il quotidiano “Il Manifesto”.
La saggista rappresenta una voce importante del nostro femminismo, “quando una donna è brava, è più brava di un uomo”. Fermamente pacifista, Menapace è sempre stata convinta che costruire la pace sia la maniera migliore di ripudiare la guerra, perché la storia umana può continuare senza guerra. Nel libro, il cui curioso titolo si riferisce al fatto che, durante la messa dei vespri la gente del popolo cantava, “canta il merlo sul frumento” al posto di “tantum ergo sacramentum”, l’autrice, con schiettezza e lucidità, attraverso la narrazione della sua vita vissuta sempre in prima linea, ripercorre sessant’anni della storia del nostro Paese. La Menapace, protagonista molto impegnata nella vita culturale e civile italiana, ha riversato in tutte le attività da lei svolte i suoi valori.

“Sono ex prof, ex tante altre cose, ma non ex partigiana, perché essere partigiani è una scelta di vita”.

Con queste parole si è espressa la scrittrice in una recente intervista.

“Bisogna avere consapevolezza, altrimenti ci si lascia vivere, non si vive. Vivere significa prendere coscienza e si tratta di un lungo processo di maturazione.”


La ex senatrice nel precedente volume “Io, partigiana. La mia Resistenza” (Manni, 2014), aveva raccontato la sua esperienza nella Resistenza della quale è sua intenzione trasmetterne una memoria “non prevalentemente militare maschile, con l’aggiunta di un capitolo sul ruolo delle donne”. “Quanto sono stata fortunata a nascere quando e dove nacqui, sì da poter partecipare nel corso di una sola vita alla Resistenza, al Sessantotto, alla crisi del capitalismo”.

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