Lodovico Acerbis, Butterfly

01/07/2008
La letteratura della grandi passioni, di Mario Gerosa
 
Un giorno di due mesi fa Lodovico Acerbis era a Torino. La mattina era alla mostra sul Compasso d’Oro, dove era esposto un suo pezzo premiato (la famosa credenza Sheraton, Compasso d’oro 1979, tuttora in produzione). Poi, nel pomeriggio,  lasciata momentaneamente l’identità di imprenditore e designer di successo, era alla Fiera del Libro, questa volta in veste di scrittore, per presentare il suo romanzo, Butterfly. Acerbis è un classico esempio di talento eclettico, espressione di un’epoca che incentiva e premia la versatilità e che tende a rivalutare un ideale di uomo rinascimentale, versato in varie arti e discipline. 
Celebrato nel campo del design, dove è un riferimento sicuro per l’Italian Style di alto livello, da sette anni Lodovico Acerbis si dedica anche alla scrittura: non si tratta assolutamente di un hobby ma piuttosto di una seconda attività professionale, che corre parallela alla prima. Le due cose non interferiscono, al contrario le due attività traggono reciprocamente beneficio l’una dall’altra. Come spiega lo stesso Acerbis, “in questo periodo ho disegnato due dei pezzi più belli della mia carriera. (Si tratta della credenza Ludwig e della libreria Blitz.)”. Quindi la scrittura non toglie spazio alle decisioni e alla creatività dell’imprenditore-designer. “Spesso mi chiedono se mi considero un designer prestato alla letteratura o se sia piuttosto uno scrittore prestato temporaneamente al design. Ebbene, non mi riconosco in nessuna di queste definizioni e mi piace ripetere che ciascuna delle due attività promuove l’altra e le è di stimolo”. 
Acerbis è un personaggio in linea con il nostro tempo, l’epoca di Second Life, in cui una sola vita non basta. Capace di far convivere le sue due passioni, riesce ad aver successo con entrambe: Butterfly (Manni, 16 euro) è già alla seconda edizione, entro l’anno pubblicherà il nuovo romanzo e altri quattro sono nel cassetto. 
Ma qual è la formula vincente di Butterfly, perché piacciono i romanzi del designer-scrittore? Probabilmente perché riportano in auge un tipo di letteratura massimalista, che in Italia ultimamente è stata un po’ dimenticata. Acerbis non parla di relazioni amorose che si consumano all’ombra di una borgata di periferia ma sceglie il mondo intero per la sua tavolozza di scrittore, e quando esplora i sentimenti, lo fa a 360 gradi, come avrebbero fatto un Flaubert o un Balzac.  A Lodovico Acerbis (lo sa chi conosce il suo lavoro di designer) piace pensare in grande. E’ un uomo generoso, nelle parole e nei sentimenti, e i suoi orizzonti non sono mai limitati: vi basti sapere che Butterfly, una storia d’amore ambientata in Giappone e nell’Italia degli anni ‘50, pensata come occasione per descrivere gli incontri e gli scontri di culture e narrata con la travolgente passionalità di chi ha letto e metabolizzato Victor Hugo, vanta ben tre atti, con tre prologhi e tre finali. Un impegno notevole, che richiede un grande talento immaginifico, da regista di storie e di avventure. “Amo il cinema di Kurosawa”, aggiunge Acerbis. “Mi affascinano i finali possibili e le variazioni sul tema, alla Rashomon. Mi prendono a tal punto che rimango stregato io stesso dagli intrighi dei miei romanzi, tanto che a volte devo smettere quello che faccio per prendere appunti, sia che stia progettando una libreria sia che stia facendo uno slalom su una pista da sci”.  
 
 
Leggendo Butterfly ci si rende conto che Lodovico Acerbis ama vivere intensamente. Nel suo romanzo, che si apre con una passione sbocciata in un ryokan, una tipica locanda giapponese davanti al mare, si sente intenso il gusto per l’esotismo. Pagina dopo pagina prendono forma luoghi familiari allo scrittore, che è stato una ventina di volte in Giappone e che nel prossimo libro trasferirà le emozioni vissute nei suoi otto viaggi in Himalaya. Ma Acerbis non ha trascurato il suo paese natale, Albino, nella Bergamasca, dove sono ambientate alcune delle scene più intense del romanzo. “Sono spesso in giro per il mondo”, aggiunge Acerbis, “ma trascino con me la vivida memoria - e l’orgoglio - delle mie origini semplici, delle persone, delle tradizioni e di un’epoca che mi hanno dato tanto, e verso le quali nutro un’immensa gratitudine.”

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