Marco Pivato, A poca voce

14/01/2009
Un felice incontro tra scienza e poesia
 
Quando scrive ‘Ora so cos’è il tuo corpo / prima pensavo fosse marzapane’, c’è da pensare che Marco Pivato non stia usando una delicata perifrasi, bensì un referto clinico per esprimere la sua passione erotica. Esageriamo, ovviamente, per evidenziare che “A poca voce” è un’opera in cui si uniscono, felicemente, forma poetica e contenuti di carattere scientifico. Un’inconsueta simbiosi che si tramuta in versi come: ‘A un tratto i geni stampano molecoline / che convertono le tue parole in segnali elettrici’, ‘Il tuo abbraccio è nobile: / come un gas, non riesco a stringerti’, ‘Sei gelida, amore mio, di metallo, / Ed io pensavo di essere per te ossigeno / volevo scambiare con te / piccole particelle dell’interno’.
A questo incrocio letterario, l’autore arriva non soltanto sulla scorta della sua formazione culturale e professionale – studioso di chimica, valido collaboratore di importanti quotidiani come giornalista scientifico – ma per una precisa convinzione, quella che ‘la poesia ha alcuni caratteri della scienza, perché cerca, s’interroga. Entrambe, secondo Pivato, ‘nelle loro ricerche pure hanno in comune l’uso delle immagini: la poesia produce metafore e la scienza teorie’. Del resto, la tesi è assai meno eretica di quanto si possa pensare: bastino, come giustamente rammenta Sergio Zavoli nell’introduzione al ‘poemetto’, la cura con cui Montale certificava le sue citazioni botaniche (memorabili, si ricorderanno, quelle de “I limoni”), oppure a Leonardo Sinisgalli, che è stato anche direttore della rivista “La civiltà delle macchine”.
Resta da indagare se, nell’indurre quest’attenzione all’elemento ‘naturale’ nell’espressione poetica, incida in Pivato anche la provenienza dal Montefeltro, straordinaria cornice ambientale e fucina di grandi letterati, omaggiato proprio in apertura di “A poca voce” da una citazione che richiama alcuni versi di Umberto Piersanti.
 

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