Maria Corti, La leggenda di domani

03/05/2007

La prima prova narrativa della Corti, di Giuseppe Quatriglio

Di Maria Corti, studiosa di primo piano nel panorama letterario del secondo Novecento scomparsa nel 2002, la casa editrice Manni ripropone, con una premessa di Cesare Segre, La leggenda di domani. Si tratta della prima prova di narrativa, e risale agli anni intorno al 1945, di una scrittrice che è stata autrice di romanzi e anche di testi critici e di analisi semiologica.
Una presenza significativa quella della milanese Maria Corti che ebbe il merito di creare, presso l’università di Pavia nella quale insegnava Storia della lingua italiana, un Fondo di manoscritti di autori contemporanei, molto apprezzato anche all’estero perché ha impedito la dispersione di un prezioso patrimonio.
La leggenda di domani non ebbe fortuna letteraria, e dopo essere stato presentato a diversi editori e all’attenzione di premi letterari senza ottenere risultati concreti, il racconto venne rinchiuso in un cassetto e praticamente dimenticato. Eppure, come annota Cesare Segre, il testo è nitido e la prosa è fluente ricca di preziosità che non disturbano il lettore. Certamente costituisce il preludio alle successive prove di narrativa che ebbero successo chiaro, quali L’ora di tutti, Il ballo dei sapienti, Il canto delle sirene. Perché allora il lungo racconto di Maria Corti non venne accettato dagli editori? Forse perché era il testo di narrativa di una allora sconosciuta esordiente?
Anna Longoni, che è stata la collaboratrice a lei più vicina, nella postfazione, afferma che l’attività dell’autrice fu assorbita dalla produzione saggistica tipica del critico militante e del teorico della letteratura. Ma questo non può spiegare del tutto la disattenzione degli editori ai quali il testo venne offerto per la pubblicazione; un testo di grande suggestione ambientato nel Salento, una terra che Maria Corti conosceva, per averla frequentata, e che aveva imparato ad amare.
È la storia della sedicenne Paola che abbandona il convento e chiede ospitalità al pescatore mastro Oronzo. Nella sua famiglia, la giovane viene cresciuta come una figlia. La vicenda è narrata con partecipazione e accenti di verità. E l’ambiente è tracciato mirabilmente. Le rocce bianche, le macchie di ulivi dei campi sterminati, il mare ora mosso ora sereno, hanno una solennità antica come se l’autrice avesse voluto attingere ai miti di una terra millenaria. Anche le immagini letterarie sono di grande suggestione, anche se a volte sembrano volutamente ricercate: le risa silenziose dei pesci, i muri di cinta che dormono in piedi sotto la luna, i serpi che scivolano a bere il fresco della notte.
Maria Corti assorbe la lezione del neorealismo degli anni Quaranta del Novecento, ma mette sulla carta sensazioni ed emozioni di una letterata raffinata sin da quando muoveva i primi passi nel campo minato della letteratura.

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