Mario Socrate, Rotulus pugillaris

16/04/2005

Teologia fragile ed epigrammatica di Mario Socrate, di Tommaso Di Francesco


Come una nuova presa di parola, l’importante ritorno del poeta Mario Socrate con questo piccolo ma prezioso Rotulus pugillaris e altre poesie. Piccolo, ma con un pensiero alto, distillato, inusitato, essenziale a partire dal titolo, quello di un rotolo di tessuto bianco, e di versi scritti, da avvolgere intorno al pugno, per una consultazione d’uso anche se definitiva nel combattimento dei giorni. Una voce la sua, che dalla metà degli anni Ottanta non sentivamo, riapre il fronte della scrittura e, si capisce, per un abbandono e insieme per una riconciliazione con se stesso e con i lettori-scrittori eguali. «È difficile scrivere versi / ora che i versi ti ascoltano morire…» scrive dolorosamente ma me nella poesia che ha voluto intitolare non a caso Incipit. Stavolta quel mondo che Socrate ha sempre sentito come un’urgenza impellente, che bussa alla coscienza individuale, insomma «alle porte» - Il mondo alle porte era il titolo di un bellissimo poema su Roma scritto nel 1964 ,- ecco che si presenta senza speranza: «Il futuro se ne sta tutto solo…» e il poeta «ormai fermo sul ciglio della strada, appiedato / desistito, / come un ciclista in testa che ha bucato». L’autore, dalle volontà che lo hanno sostenuto si scopre alla fine sostenuto dall’ansia e dalla fragilità del vetro, dentro un archetipo narrativo che conosce e che ama citare la novella amata di Miguel Cervantes, quella di El Licenciado Vidriera, nella quale il protagonista saggiamente folle riconosce la propria frangibilità nel credersi appunto di vetro, e dorme solo nei pagliai e scansa di giorno ogni asperità, vivendo dunque di un umore malinconico e indifeso. Dunque la poesia, la sua necessità consiste nel cercare una misura dentro la realtà. Ha ragione Giulio Ferroni nella importante introduzione: Mario Socrate è il poeta di questa fragilità, di un sentire «debole». Certo, nello stile colloquiale che gli è sempre stato proprio. Stavolta c’è però un accento epigrammatico e satirico e questa è davvero la cifra di Rotulus pugillaris. Perché in questo piccolo volume, «grosso come un pugno», Socrate approfitta per sollevare le domande ormai più che legittime a inizio di nuovo millennio, mentre «gli dèi dunque dilagano / e fanno a chi è più dio», su che fine hanno fatto insomma le promesse di salvezza universale e individuale. L’autore non vuole alcuna conferma, vuole un riscatto in versi, una rivincita che, permettendo una discesa agli inferi tutta scritta sull’umana leggenda, desidera soltanto un «appunto» per dire infine che «il nulla non ha un prima, / è ciò che non muore, / non ha un creatore, / un dio, diciamo, neanche il dio del nulla, / appunto, un nonnulla». Con una accesa e convincente dichiarazione di poetica, fortissima, tra tutte le altre, nella poesia Tra i sassi. La rima altro non è che lo zaino in spalla, il traino che diventa utile per arrivare sulla cima e vedere «dove andrà a finire / codesta dicerìa», per trovare un punto d’osservazione, quasi fosse un avvistatore d’incendi, da dove scrutare «oltre», oltre la notte, per stare, sulla distanza deserta, «mezzo sveglio» in allerta.

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