Paolo Volponi, Discorsi parlamentari

03/01/2014

Mafie, caste e politica, ecco gli avvoltoi del Sud, di Salvatore Settis

 
 
In uno dei Discorsi parlamentari recentemente raccolti in volume (Manni, Lecce 2013), Paolo Volponi prende di petto la «questione meridionale, drammaticamente ferma nella storia del Paese, anzi in costante arretramento». Sotto il fascismo e dopo, scrive Volponi, il Sud è stato «il terreno degli esperimenti più nefandi, più neri, più arretrati». Chi ci governa «lascia il Sud ricadere su se stesso perdendo ogni possibilità di rapporto con il resto del Paese», mentre le leggi in favore del Sud «rimbalzano da Roma a Torino, a Milano, là dove si decidono i grandi appalti, le grandi linee di sviluppo dell’economia, del lavoro, dell’industria». Il nuovo libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, Se muore il Sud (Feltrinelli) dimostra con gran piglio narrativo e spietato accumulo di dati che queste parole del 1984 sono oggi ancor più vere. Anzi, se Volponi poteva dire che «non arretra la cultura meridionale, l’onestà meridionale, la civiltà meridionale», Stella e Rizzo danno forti indizi del contrario. Così «arretra la possibilità del Paese di comprendere quelle qualità in un’intenzione più larga, quella di un’unità nazionale» (Volponi).
Mentre si allarga il baratro con il resto d’Italia, troppi politici e intellettuali del Sud si arroccano in un patriottismo di maniera, restio a correggere qualunque stortura. Deci-ne di migliaia di falsi braccianti (il 99,1 per cento di tutta Italia), pronti a ogni travestimento pur di raccattare un qualche sussidio; centinaia di milioni di euro dissipati in finti corsi di formazione; vasti lavori pubblici fatti solo per far lavorare le imprese con la scusa di creare occupazione; enormi spese in sanità con risultati miserevoli; crescente divaricazione fra alti stipendi e pauperizzazione dei più; lo scempio dei servizi pubblici; mafie e imprese che ingrassano sugli appalti. L’“arma assoluta” che Stella e Rizzo usano come un bisturi, scavando nel corpo corrotto del Paese, è l’arida eloquenza dei numeri. Due meccanismi solo in apparenza opposti sono all’opera: da un lato le mafie del Sud si sono insediate in tutto il Paese e oltre, utilizzando le enormi liquidità ricavate da attività illegali per impadronirsi di banche e imprese controllando politica e finanza. Dall’altro, la persistente desolazione economica giustifica i fondi europei che si riversano in quelle sfortunate Regioni con Sperpero immenso e risultati zero(questo il titolo di un capitolo del libro). La più gran parte delle popolazioni meridionali, è vero, merita ancora le lodi tributate da Volponi, e meriterebbe aiuti dall’Europa, non fosse che quanto arriva è in balia dei soliti noti. Intanto, le imprese del Nord che hanno in pugno «i grandi appalti, le grandi linee di sviluppo» sono colonizzate dalle mafie: O mia bella Madu ndrina, titolava
pochi anni fa un libro (Aliberti), mentre la ndrangheta va all’assalto delle terre dei Gonzaga (così un libro di Claudio Meneghetti con prefazione di Veltroni). Crescono nel Mezzogiorno disperazione e sdegno, ma la capacità di analisi degli intellettuali è drenata dalla loro frequente emigrazione e frenata dal cinismo di una politica spudoratamente clientelare, inquinata dalle mafie e dominata dall’ “amorale familismo” diagnosticato da Edward Bainfield nel 1958 (una bella eccezione, anche per la giovane età dell’autore, è Quo vadis, Italia? di Antonio Polichetti). Le mafie, le caste, la politica si alleano per spolpare la carcassa di un Sud lontanissimo da ogni riscatto; l’osceno sistema elettorale che la Consulta ha ora messo al bando ha aggravato il feroce clientelismo dei partiti, concentrandolo nelle poche mani di chi gestisce le liste bloccate dei fedelissimi.
Secondo la favola, lo scorpione propose alla rana di traversare insieme il fiume, e la rana accettò perché lo scorpione non sa nuotare, e non l’avrebbe certo punta durante la traversata. Ma a metà del fiume, lo scorpione la punse a morte, e prima che tutti e due annegassero la rana fece in tempo a domandare: «perché l’hai fatto?», e lo scorpione rispose «è nella mia natura». Due versioni si contrappongono, in questa Italia una ma non unita. Secondo la prima, dopo il 1860 l’inerme Sud è stato spremuto dagli invasori del Nord, che ne hanno ingerito le risorse. L’altra versione, su cui insiste questo libro, mette a fuoco le terribili responsabilità del Sud. La verità è che il peggio del Sud e il peggio del Nord sono alleati in un solo saccheggio. Non si sa chi sia lo scorpione e chi la rana, in questa storia. Ma la morale della favola è comunque la stessa: affogheranno insieme.
 

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