Pasquale Voza, L'utopia concreta

26/11/2009
Perché il Sessantotto dà ancora fastidio?, di Tonino Bucci
Anche se sono passati quarant'anni (quarantuno, per la precisione) l'opinione pubblica "colta" continua a covare, nei riguardi del Sessantotto, un atteggiamento rancoroso. Come se a quel movimento si dovesse ancora oggi far pagare una colpa imperdonabile per i tempi a venire. Non quella d'aver contestato quest'aspetto o quest'altro della società. Non per avere invocato una riforma più o meno scomoda per l' establishment . E neppure per aver premuto per un'università più democratica e meno elitaria. Il Sessantotto è stato messo al bando per aver guardato al "tutto", per aver messo in pratica una critica senza precedenti al potere (capitalistico), per aver considerato la società come un "sistema" di dominio ramificato in tutte le sfere, da quella delle istituzioni alla fabbrica, alla scuola, all'università, alla famiglia fino alla cosiddetta sfera privata.
Al Sessantotto si imputa la più grave delle azioni contro il "sistema": aver portato la politica nella vita quotidiana e aver fatto saltare i confini tra ciò che fino ad allora era considerato politico e ciò che essendo reputato "impolitico", veniva invece relegato a sfera marginale o privata. Pasquale Voza nel suo nuovo libro L'utopia concreta (Manni Editore, pp. 112, euro 11) parla non a caso di una «critica pratica» esercitata nei fatti dal '68 in tutte le ramificazioni capillari dell'egemonia capitalistica - termine, quello di «critica pratica», caro al giovane Marx che nelle Tesi su Feuerbach voleva fare della filosofia un'azione consapevole e trasformatrice del mondo.
Per tutte queste ragioni sul conto del Sessantotto si è cristallizzato un furore revisionistico (altrimenti incomprensibile visto che si tratta di un movimento morto e sepolto) che alimenta due giudizi ricorrenti. L'uno è quello che recupera la contestazione di quegli anni all'interno di uno storicismo tranquillizzante, che fa del '68 un generico processo di modernizzazione dei costumi e della società italiana, amputato degli aspetti più scomodi. Una lettura anestetizzante che ha ispirato, ad esempio, un allegro volumetto di Marcello Veneziani ( Rovesciare il '68 ). Paragonato a una specie di virus con effetti duraturi nel tempo, il Sessantotto è trasfigurato nella versione di una cultura permissivista che avrebbe aiutato una borghesia spregiudicata, amorale e priva di valori a prendere il potere e a spodestare la vecchia società cristiano-familiare. L'altro giudizio diffuso, complementare, consiste invece nel mettere in rapporto diretto il Sessantotto con la lotta armata, come se si fosse trattato dell'impazzimento estremistico di tutta la società italiana lanciata verso il vuoto. «Ebbene si deve dire che non dal Sessantotto, bensì dalla sua morte, e insieme dalla formidabile strategia della tensione, si produsse quell'abnorme e violenta esasperazione dell'autonomia del politico, che caratterizzò il fenomeno della lotta armata e del brigatismo», scrive Pasquale Voza (il cui libro, per inciso, verrà presentato con l'autore oggi a Bari presso la Libreria Laterza alle 17.30 assieme ad Anita Sonego, presidente della Libera Università delle donne di Milano, Pasquale Martino e Francesco Fistetti). Il Sessantotto fu esattamente il fenomeno opposto all'autonomia della politica dalla società (anche se nella sua deriva finì per rinchiudersi in gruppuscoli e in ortodossie d'ogni orientamento possibile nel pantheon dei marxismi). Quel movimento, semmai, aveva capito che c'era in atto una modernizzazione capitalistica e che andava sollevato «il problema integrale dell'egemonia», ossia «il problema della irruzione della lotta politica nella vita quotidiana». Tutt'altra storia dal '77 con il quale Voza non vede continuità. Tanto il '68«aveva tentato e scoperto la politicizzazione della vita quotidiana, cioè, in altre parole, la critica molecolare dell'egemonia», quanto il '77 fu il tentativo di liberarsi della politica, una «valorizzazione immediata» della vita attraverso l'ironia, l'azione teatrale, il culto della beffa, l'iconoclastia verbale. Insomma, il '68 fu "gramsciano" - che sarebbe la tesi di fondo di Voza - nonostante, per paradosso, il gramscismo italiano fosse oggetto, in quegli anni, di anatemi e condanne. Eppure come negare il carattere gramsciano di un movimento che si pose il problema del «soggetto antagonista» e della sua «costituzione politica»? E fu, in fondo, proprio l'anima segretamente gramsciana a imprimere al '68 una durata molto più lunga della sua esistenza fisica. Dalla sua spinta a ripoliticizzare tutta la vita quotidiana, comprese sfere che erano rimaste fuori della politica, è derivata ad esempio la messa in discussione dei tempi di lavoro, della non-neutralità della scienza rispetto al potere, dei ruoli e della figura intellettuale. Soprattutto è derivata da quella spinta la critica alla divisione sessuata dei ruoli. La rottura politica del femmminismo - altra tesi di Voza - si annuncia nel Sessantotto, nell'attenzione inedita al tema del soggetto. Nasce da qui l'irriducibilità della differenza sessuale. Come pure, lo scavo nel soggetto portò il Sessantotto a criticare la presunta autonomia dell'intellettuale, a rigettare la figura del filosofo in solitudine. Il che, in parte, spiega il rapporto a dir poco tormentato di molti intellettuali - come Pasolini e Moravia - o delle stesse avanguardie con la contestazione studentesca.
Di biennio 68-69 si parla anche nel supplemento del manifesto andato in edicola l'altro ieri in occasione dei quarant'anni dalla radiazione di Aldo Natoli, Luigi Pintor e Rossana Rossanda dal Pci. Da leggere non tanto perché all'interno sia dato ampio spazio alla storia del gruppo che prima fondò l'monima rivista, poi, dopo la radiazione, diede vita alla formazione politica del Pdup (con alterne vicende) per acquietarsi infine nella forma-giornale che ancora oggi conosciamo. Fin qui, infatti, è ripetizione d'una storia ascoltata già tante altre volte, di quella che, con un tocco di ironia, si potrebbe definire la "martirologia" di un gruppo che ha sempre modellato la propria autonarrazione sul ruolo di «eretici comunisti». Semmai il valore universale della vicenda del manifesto sta nel fatto che la sua storia s'intreccia col '68, anzi col biennio 68-69. Nell'aver proposto una miscela inedita tra la tradizione del movimento operaio e del togliattismo, da un lato, e nuovi movimenti, dall'altro. Le celebri Tesi sul comunismo del 1970 cos'altro erano se non un tentativo di mettere assieme lo sguardo sulla società italiana, la dimensione internazionale, la crisi del socialismo reale, il carattere di massa e anticapitalistico dei movimenti? Sarebbe ingeneroso definire "marginale" il ruolo del manifesto, anche se - come scrive Luciana Castellina - «fummo impopolari nel movimento che ci considerava troppo sofisticati». E difficili.

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