Piero Rossi, Cape guastate

17/11/2010

Il punto di vista degli esclusi, di Giancarlo Visitilli

 
Con una chitarra e una voce lo ha cantato De Gregori (“La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”), lo ha dipinto Pasolini, in Accattone ed in ogni suo scritto, e immaginato tanta letteratura, di ogni tempo e ogni latitudine, il mondo degli esclusi. Fra questi, quello delle “Cape guastate”, il primo romanzo di Piero Rossi, edito da Manni.
Non tanto il classico racconto di un riscatto sociale o il romanzo criminale tanto televisivamente invocato e amato nel nostro paese. Il punto di vista di Rossi è lo stesso dei detenuti. Un racconto tutto in soggettiva, con riprese dal basso. Gli occhi sono, appunto, quelli di ex-detenuti e piccoli criminali, accompagnati, nella regia da don Mimmo, un parroco che ha avuto l’incarico di occuparsi di queste “teste”. Grande la scommessa: mettere su una cooperativa sociale che gestisca servizi per il Comune e non solo.
E allora don Mimmo dovrà provvedere alla selezione, avendo come criterio la “povertà vera”, il “desiderio di cambiamento” e, soprattutto, l’emancipazione. Prima umana e, quindi, sociale. Nel romanzo, l’avvocato Rossi prima di demarcare il lecito dall’illecito, utilizzando i codici linguistici stessi dei detenuti, ha la penna dalla sua parte, ch’è simile ad una macchina da presa: descrive la vita reale, la storia, convinto che “le piccole storie fanno la Storia, quella vera, quella con la esse maiuscola”. Ogni capitolo, fra inizio e fine, possiede una sorta di dissolvenza incrociata, che mette sotto lo sguardo del lettore ciò che accade, rispetto a ciò che sarebbe potuto accadere.
Piero Rossi, avvocato specialista in diritto civile e criminologo clinico, anche presidente di Confcooperative per la provincia di Bari e fondatore della cooperativa sociale per ex-detenuti “Vita Nuova”, non fa fatica a raccontarsi, mettendo a nudo quella parte sostanziale del suo operato ch’è l’attenzione alla persona. Non c’è un protagonista particolare nel romanzo, tutti sono protagonisti, in quanto persone e fino ai titoli di coda, ognuno vive la sua ascesa attraverso il reinserimento lavorativo. In tutto il racconto, che si lascia immaginare come un Chaplin in cui si ride di gusto, ma con la lacrima, “la verità travalica la fantasia”, per quanto lo scrittore possa sforzarsi, non può evitarlo. “Cape guastate” è il romanzo che si legge, senza possibilità di lasciarne facilmente le pagine, anche a causa di una scrittura che più che ricercata possiede la pedagogia della ricerca. Ogni storia gira nel proprio immaginario di lettore. Ci si scopre registi, direttori di fotografia, attori e spettatori. Finanche proiezionisti. Naturalmente, un romanzo da riscrivere su celluloide.

Leggendo, guardavo: L’aria salata di Alessandro Angelini
Leggendo, ascoltavo: La storia di Francesco De Gregori
 

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