Piero Rossi, Cape guastate

27/07/2010

Il riscatto sociale delle cape guastate, di Luciano Pagano

“Cape guastate”, scritto da Piero Rossi e edito di recente da Manni, è il racconto di un riscatto sociale picaresco e tragico allo stesso tempo. Una sorta di romanzo criminale giocato all’inverso, dove un gruppo di ex-detenuti e piccoli criminali, cerca di individuare una via di rinascita dal basso, con un po’ di forzatura sul naturale andamento delle cose. Don Mimmo, parroco paziente, si trova a essere eletto, suo malgrado, come portavoce di questo gruppo.
L’obiettivo, anzi, l’escamotage tecnico, è quello di creare dal nulla una commessa multiservizi per la cui gestione il Comune necessita di una cooperativa. La neonata “Cambiamento” sarà questo coacervo sociale pronto ad accogliere tutti i reietti della zona, o meglio, quelli che avranno passato le maglie larghe della selezione operata da don Mimmo. Un recruitment che non va tanto per il sottile e che non fa certo riferimento agli indici ISEE, a volte poco veritieri: “Non ci fu che un criterio: don Mimmo certificava che l’aspirante in analisi era un poveraccio vero, che non sapeva più di che vivere e davvero aveva voglia di cambiare, per lo più perché non ce la faceva più”. La bibliografia prodotta negli ultimi anni da autori che hanno direttamente a che fare con il mondo della giustizia è sterminata. Avvocati, magistrati, giudici, si collocano professionalmente su quella linea sottile sulla quale il lecito e l’illecito vanno ponderati con attenzione, dove una parola può essere di troppo, un po’ come accade a chi fa il mestiere dello scrittore.
Una meticolosità che porta spesso a confrontarsi con tutti i codici del linguaggio, non solo quelli attinenti alla scrittura. Oltre a ciò la giustizia offre un punto di osservazione privilegiato sulla vita reale, somma di miriadi di storie che si intrecciano e intersecano. Interessante è l’alternanza, tra inizio e svolgimento di ogni capitolo, di ciò che dovrebbe essere e di ciò che accade. Viene riportato in perfetto burocratese l’iter e il regolamento che una cooperativa dovrebbe seguire per espletare le sue funzioni. Dopodiché la teoria viene fatta scontrare con la materia pulsante della vita per ottenere effetti a volte esilaranti. “Cape guastate” è un romanzo che piace proprio per questa altalena di amaro e salato, di gusto deciso e allo stesso tempo cinico.
Piero Rossi, avvocato specialista in diritto civile e criminologo clinico, è presidente di Confcooperative per la provincia di Bari, e il fatto di avere fondato una cooperativa sociale per ex-detenuti, rende il suo racconto un romanzo godibilissimo e un documento in presa diretta da un mondo possibile e altrettanto fragile, quello della riabilitazione sociale, senza scivolare nel moralismo pedagogico.
La sua è una mitografia che raccoglie l’epicità criminale, con i suoi modi e con i suoi linguaggi. Qui la lingua gioca un ruolo importante, chi non conosce il dialetto barese non deve però preoccuparsi, nulla viene sacrificato alla scorrevolezza della lettura, i dialoghi più irti sono accompagnati a note. Concludo affermando che secondo me la vita esce fuori da ogni riga di “Cape guastate”, senza manierismi, con crudezza: “Non c’è nemmeno più una questione di forza, di soccombenza del più debole di fronte alla ineluttabile supremazia del più forte, come direbbe Nietzsche. Qui vince il più stronzo, il più cattivo, il più crudele e basta”. Un romanzo dove i capitoli si alternano come quadri, scene differenti di un film, con tanto di culmine in titoli di coda. Viene quasi da pensare che “Cape guastate” potrebbe diventare una pellicola efficacissima, basterebbe trapiantare il cast di film come “Mio cognato” di Alessandro Piva, per ottenere un effetto visionario e altrettanto realistico.

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