Pietro Mita, Rosso Novecento

28/03/2009
Dai cafoni ai no-global lo spaesamento di una terra, di Pasquale Voza
La genesi di questo bel libro, lucido e appassionato insieme, di Pietro Mita, Rosso Novecento. La Puglia dai cafoni ai no-global , (Manni, pp. 208, euro 18,00) va cercata in una reazione, in una spinta critico-polemica nei confronti di una ideologia diffusa, talvolta anche a sinistra, quella che predica la necessità di una salutare fuoriuscita dal Novecento. Tale ideologia è, in qualche modo, interna ad un più generale furore revisionistico pervasivamente in atto, che tende, in modi ora indistinti ora programmatici, a sancire, a fissare una formidabile rivincita dell'esistente come base di un processo definitivo, se pure ancora laborioso, di normalizzazione del "caso" italiano. E' qui che si collocano, ad esempio, i vari tentativi di mettere mano alla Costituzione, e alla forma-Stato ad essa connessa, attraverso l'attacco diretto o indiretto al valore dell'antifascismo come storico valore fondativo; come pure è qui che si colloca l'uso della nozione di totalitarismo come mistificante, generico e qualunquistico, canone di lettura del «secolo breve», con la conseguente pratica del conteggio, da rissa al Bar dello sport, del numero dei morti di un totalitarismo rispetto ad un altro (esempio, questo, della degradazione populistico-plebiscitaria di una importante, ancorché discutibile, categoria di ordine etico-culturale e storiografico, quale quella appunto di totalitarismo). Si pensi, anche, in questa fase "estrema" della lunga transizione italiana, ai bisogni, emersi in molteplici forme, di liquidare, di mettere in caricatura, di rendere invisibile la critica "inaudita" capillarmente portata dal Sessantotto alle strutturazioni egemoniche della forma-capitale, ai "santuari" inviolabili, autonomi e separati alla cosiddetta neutralità del sapere, dei ruoli professionali, delle competenze.
Ora, sulla base di tale spinta critico-polemica, il libro di Mita intende assumere la storia del Novecento della Puglia come terreno di una suggestiva rievocazione-riflessione di ordine politico e culturale, condotta sul filo di una memoria commossa, sapiente, ma anche criticamente atteggiata, in cui ieri e oggi, passato e presente, si alternano e si intrecciano continuamente, dando vita, più che alla pietas storicistica di un bilancio in sé, ipotecato dalla sottile celebrazione di una qualche continuità (rischio che talvolta sembra appena affiorare), ad una tensione progettuale avvertita come problema "drammatico" dell'oggi.
In relazione a questo ordine di questioni, vorrei citare - sia pure per inciso - una nota del Gramsci dei Quaderni , intitolata "Passato e presente", laddove egli scrive: «Come il presente sia una critica del passato, oltre che [e perché] un suo "superamento". Ma il passato è perciò da gettar via? E' da gettar via ciò che il presente ha criticato "intrinsecamente" e quella parte di noi stessi che a ciò corrisponde. Cosa significa ciò? Che noi dobbiamo aver coscienza esatta di questa critica reale e darle un'espressione non solo teorica, ma politica».
Come è detto da Mita nella Premessa, il libro vuole essere anche un omaggio, prima ancora che ai grandi movimenti di massa (dagli operai agli studenti) conosciuti dalla Puglia, alla classe sociale dei braccianti, dei «cafoni affamati di terra ma considerati animali da soma», che per decenni hanno tenuto il campo delle lotte e del riscatto. E allora si capisce perché la figura di Di Vittorio ceda il passo ad una galleria di figure minori, quadri comunisti, dirigenti sindacali, che l'autore rievoca nella sua vigile memoria storica (da Cesare Teofilato, poeta e sindaco della prima amministrazione democratica di Francavilla Fontana, dal 1944 al 1946, a Rocco Spina, bracciante di Ceglie Messapica, oppositore del fascismo, sindaco del suo paese all'indomani della Liberazione). Un posto a parte occupa, però, la figura di Tommaso Fiore, di cui Mita traccia un profilo fervido e appassionato, forse un tantino "mitologico". Da un lato, egli delinea i contorni della visione dell'intellettuale-scrittore di Altamura, che, dinanzi alla fissità brulicante del suo mondo, dell'«inferno» pugliese, dinanzi a «tutto l'amaro» del suo paesaggio, si volge a scrutare, a indagare momenti e nuclei di produttività umana, il filo mai spezzato di una laboriosità antica, da valorizzare e da promuovere entro i nuovi confini della modernità: con una fiducia quasi utopica nel mito della «piccola borghesia» e delle «forze sane» (categoria tipica del particolare meridionalismo-radicalismo di Fiore) dei nuovi ceti medi, soprattutto urbani, da saldare, in funzione trainante, al riscatto delle masse contadine. Dall'altro, egli non mette pienamente l'accento (salvo che per qualche passaggio) sulla circostanza significativa per cui l'umanesimo civile e letterario di don Tommaso, nella stagione del secondo dopoguerra, si sente continuamente attratto ma, al tempo stesso, insoddisfatto (se non respinto) dalla realtà "moderna" e "democratica" dei partiti di massa, e da ciò è portato a creare, a stabilire un rapporto diretto e - per così dire - autonomo (di fedeltà e di promozione insieme) con la società civile, con la natura, le radici della propria terra.
Nel libro sono poi ricostruite con tocchi rapidi e sapientemente narrativi le tappe principali del tumultuoso processo di modernizzazione distorta, selvaggia e dipendente che andò investendo, anche in modi peculiari e specifici rispetto alla realtà più generale del Mezzogiorno, il territorio e la società pugliese. Si tratta di pagine molto efficaci, capaci di restituire anche, in certa misura, qualche tratto della «mutazione antropologica» che si andò producendo. Così pure, efficaci e felici sono le pagine dedicate alla rievocazione del Sessantotto in Puglia, nella fitta rete delle sue articolazioni, da Bari al Salento. Se è molto giusto l'accento posto sullo spessore, oltre che politico, anche teorico e culturale del movimento barese e leccese (nelle cui letture - secondo Mita - «Gramsci, Salvemini e Tommaso Fiore pesavano più di Marcuse»), è altrettanto giusta la individuazione, a Bari e in tutta la regione, del Circolo Lenin come il gruppo più forte, «con una organizzazione stabile, un intervento politico organico nei diversi settori» e, aggiungerei, con una significativa attitudine all'«inchiesta sociale».
Infine: nell'ultima parte il rapporto passato-presente sembra come cedere il passo ad un primo piano del presente e allo spaesamento che in esso si produce. L'autore nomina la primavera pugliese, le luci e le ombre dell'esperienza in corso del governo della Regione, i fenomeni e i problemi dell'antipolitica, legati ad una scissione sempre più grave tra il sociale e il politico. Ma egli sembra volerci dire che ha scritto questo libro, se pure come un «Giove buono e sereno» (così è stato definito lo scrittore Carlo Levi), non per introiettare morbosamente e/o opportunisticamente questo spaesamento (come fanno in tanti), bensì per fronteggiarlo e combatterlo criticamente: nella consapevolezza che il territorio pugliese, come altri territori, pur segnato da un "rosso novecento", è oggi un vero e proprio geroglifico sociale, culturale, antropologico, abitato e connotato da luoghi e forme di vita che sono in un rapporto di interazione continua con flussi di capitale, i quali tendono essi a conformare quell'intrico di relazioni sociali e di forme di vita alle compatibilità, alle scelte economiche in gran parte decise altrove.

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