Raffaele Crovi, Diario del Sud

11/06/2005

Un lungo viaggio nel Mezzogiorno con la guida spirituale di Vittorini, di Giuseppe Quatriglio


Raffaele Crovi, intellettuale lombardo diviso da lunghi anni tra scrittura e editoria, pubblica Diario del Sud e il pensiero corre a quell’incontro fortunato che egli ebbe nel 1953, quando aveva diciannove anni, con Elio Vittorini, un incontro che avrebbe segnato il suo percorso. Nacque un’amicizia tra lo scrittore siracusano famoso, già autore di Conversazione in Sicilia, e il giovane che già vedeva il suo futuro tra i libri. Vittorini fece di Crovi il suo assistente alla Einaudi e, in un certo modo, ne condizionò le future scelte di saggista, di scrittore, di indagatore delle realtà sociali del Paese.
Si pensa proprio all’antica intesa con il siciliano Vittorini, che portò Crovi a pubblicare nel 1998 con Marsilio Il lungo viaggio di Vittorini, affrontando la materia di questa raccolta che è il resoconto di un appassionato viaggio nelle contrade del Meridione d’Italia alla scoperta di luoghi e persone, di scrittori e poeti, di costumi e di modelli antropologici.
Diario del Sud, dunque, si presenta come un repertorio, tra saggio e scrittura narrativa, che esplora i territori del Mezzogiorno e delle Isole con una esposizione che costituisce la sintesi di un cinquantennio di viaggi e di meditazioni. Già nella prefazione Vincenzo Guarracino  individua nella prosa di Crovi la disposizione  considerare il libro “vittoriniamente testimone e interprete”. Il volume è diviso in sette parti: ci sono gli incontri nell’Abruzzo e nel Molise, in Puglia e in Basilicata, in Campania e in Calabria, in Sardegna e in Sicilia. Della Sicilia letteraria Crovi è informato attraverso le opere degli autori, anche se mette piede nell’isola, la prima volta, nel mese di aprile del 2004. Ma egli conosce Sciascia e Bufalino, Addamo e D’Arrigo, e, naturalmente, Pirandello, Pizzuto e Bonaviri. Ne ha scritto sul “Corriere della Sera” e sul “Giorno” e anche nei risvolti di copertina di volumi editi da Rusconi, Camunia e Aragno. E ha sempre informazioni di prima mano.
Diario del Sud offre una lettura gradevole, oltre a costituire autorevole documentazione di una lunga milizia nel mondo delle lettere.


16/06/2005 L'Osservatore romano


Una tenace volontà di testimonianza diretta e di racconto antropologico, di Angelo Mundula


S'intitola Diario del Sud questo nuovo libro miscellaneo dove Raffaele Crovi raccoglie recensioni, saggi, note di viaggio, interviste ma soprattutto un’infinità di nomi (di narratori, poeti, saggisti, ma anche di luoghi, religiosi e non, di cibi, di persone e quant’altro può disegnare, in un diario, l’avventura conoscitiva di un romanziere, poeta e saggista di forte impegno civile e cristiano quale Crovi si è subito autorevolmente proposto).
Il diario nasce e si scrive sotto una duplice convinzione; la prima è che gli scrittori del Meridione si possono dividere in due fondamentali categorie: scrittori meridionali, solo in quanto semplicemente nati nel Meridione, e scrittori meridionalisti che hanno fatto e continuano a fare del luogo di appartenenza un uso “programmaticamente culturale”, avendo, come ben scrive Vincenzo Guarracino nella sua intelligente prefazione “i piedi ben saldi nella loro storia e la testa e il cuore nelle loro utopie” che è poi come dire scrittori capaci di far lievitare nella pagina le ragioni di crescita umana, civile e religiosa, di riscossa morale, di impegno e di utopia, di scoperta e di curiosità intellettuale, di analisi e responsabilità storiche che hanno segnato e segnano il cammino dell’uomo nato nel Meridione d’Italia.
La seconda convinzione sottesa a questo Diario del Sud e peraltro inscindibile dalla prima è che “in fondo, il nostro Paese, e dico per fortuna, non ha una unità culturale. L’Italia è una nazione in cui si sono espresse tante culture provinciali, documentate dalla straordinaria vitalità delle lingue dialettali, che hanno generato letterature e forme di antropologia diverse”. Questo libro si propone, appunto, attraverso le opere di documentare questa straordinaria ricchezza, con il puntiglio e l’acribia di chi sappia di assolvere insieme un impegno civile e cristiano, sempre nel solco della storia e delle trasformazioni in atto e in divenire.
Il lettore troverà, perciò, in queste pagine, un’infinità di narratori, soprattutto, di poeti e saggisti, ma anche un’infinità di luoghi, paesi e città, chiese, trattorie, tutti visitati con l’occhio di chi abbia voluto leggervi la loro storia, la loro origine (spesso contadina), la loro trasformazione. E tutto in quel quadro d’insieme in cui può trovarsi la prova che “la cultura è anche un’energia di promozione sociale”.
Piace leggere in queste pagine talvolta spiccatamente autobiografiche, in questo lungo viaggio di esplorazione e di conoscenza (spesso in compagnia della moglie Luisa, volentieri citata anche per i suoi giudizi sempre molto pertinenti e, talvolta, del figlio Alessio) questa tenace volontà di testimonianza diretta e di racconto antropologico “per vedere e ascoltare” ciò che c’è di nuovo, di diverso, di insolito, di speciale nel viaggio che si va facendo, negli incontri e nei luoghi che inaugurano una nuova conoscenza, constatando che “c’è un’energia / della natura e della storia / che difende la vita” e subito indovinando lo spirito di una città o di una regione con quella capacità di conoscenza e di intuizione che viene dalla poesia (e molte città e regioni si conoscono meglio leggendo queste poesie di Crovi limpidissime ed essenziali).
Dovremmo, a questo punto, nominare almeno qualcuno degli innumerevoli nomi di scrittori meridionalisti tanto cari all’Autore, alla sua affilata intelligenza critica. Ma nell’impossibilità di darne conto ci limiteremo soltanto a dire che Crovi privilegia gli scrittori che, anche per forza di scrittura, di capacità di progetto e di invenzione linguistici, hanno saputo dare una valenza universale al loro intento “saggistico” di contestazione, di “dialettica storica”, di documentazione lucida e lungimirante delle contraddizioni, lacerazioni e trasformazioni della realtà e società meridionali, ricordando che per il Nostro “La narrativa italiana della seconda metà dell’Ottocento e del Novecento (Manzoni, Nievo, Verga, Fogazzaro, De Roberto, Capuana, Pirandello, la Deledda, Tozzi, Silone, Alvaro, Jovine, Brancati, Pavese) è, in genere, una narrativa d’estrazione regionale”. Ma soprattutto una narrativa che ha saputo fare dei problemi delle classi subalterne i problemi di tutti gli uomini, presentando ogni uomo come artefice del proprio destino. Si capisce allora perché un Verga appaia a Crovi assai più grande di Fogazzaro.
Il lettore però ci consentirà, a questo punto, d’essere “parziali” (non alla maniera di Contini, ché non ne saremmo capaci) ma assecondando la nostra memoria e il nostro affetto, che del resto vediamo condivisi dall’illustre “diarista”. Ci pare giusto, innanzitutto, assegnare un posto di particolare risalto all’indimenticabile Mario Pomilio come espressione di quella “letteratura visitata dalla teologia” di cui Pomilio ha dato la sua più alta prova ne Il Quinto Evangelio che Crovi giustamente definisce “uno dei capolavori della narrativa europea del Novecento”.
Molto ci piace ritrovare qui -come atteso e sperato incontro di viaggio- Antonio Altomonte. Ci piace ritrovarlo perché Altomonte non si è mai stancato né fermato davanti all’enigma dell’uomo, al mistero che ne circonda la vita e la storia, interrogandosi a lungo sulla sua pagina ricca di molta umanità e di molta cultura.
E c’è Miscia, che molti di noi hanno conosciuto al tempo de "La Fiera Letteraria", che egli curava alla stregua di una delle sue creature più care. Le altre erano i libri, quei suoi romanzi in cui ha dato voce a “un Abruzzo contadino e ancora patriarcale”, come scrive evidenziandone “la dimensione grottesca e tragica”. E non mancano le sorprese. Alla luce della sua letteratura antropologica si capisce, per fare un esempio eclatante, perché nella sezione dedicata alla Sardegna, accanto ai grandi saggisti come Bandinu, Brigaglia, Pigliaru e altri, a narratori come la Deledda, particolarmente e giustamente privilegiata insieme con la Pitzorno in veste di biografa, Salvatore Satta, Dessì, Rombi, Solinas, Manuzzu e Atzeni, e a poeti come Sebastiano Satta, Efisio Cadoni, Franco Fresi, Nicola Lecca, compaia una Maria Carta poetessa non meno degna di attenzione della pur celebre cantante folk.
Insomma, un Diario del Sud che disegna con mano felice una mappa imprescindibile della letteratura meridionale e meridionalista (isole comprese) fornendo le coordinate di un viaggio, geografico e letterario, ove di tappa in tappa, trovano posto non solo l’uomo che scrive ma anche l’uomo che vive nel Meridione d’Italia, con le sue miserie e le sue sconfitte, ma anche con la sua fame di giustizia, con le sue speranze, i suoi sogni, i suoi progetti e le sue utopie.


28/07/2005 L'Unità


Raffaele Crovi: "Io, che ho imparato da Vittorini ad amare il Sud", di Roberto Carnero


Ultimamente Raffaele Crovi sembrava avere l’intenzione di tracciare un bilancio della sua attività letteraria ormai cinquantennale. Sono appena usciti due volumi che raccolgono suoi scritti sparsi: Giornalista involontario, contenente una scelta degli articoli pubblicati nei vari decenni su diverse testate, e Diario del Sud, con interventi su libri, luoghi, persone del Meridione d’Italia, oltre ad alcune poesie inedite. E sono di prossima pubblicazione: Dialogo con la poesia, costituito dalle recensioni alle opere in versi di altri autori, e L’ippogrifo della lettura, dedicato a scritti sulla letteratura e sulla società. Si potrebbe essere scettici sull’opportunità di riproporre in volumi scritti nati in origine per riviste e giornali. Eppure questi testi, alla lettura, si rivelano freschi, vivaci, stimolanti, come se fossero stati scritti ieri.
Crovi, come mai questa volontà di ricapitolazione?
“Sia io che altri lettori ai quali ho sottoposto questo materiale, abbiamo avuto modo di constare la tenuta nel tempo degli scritti, a livello sia di contenuti, di analisi, sia di linguaggio. Penso che ciò sia dovuto al fatto che io, come critico, mi sono sempre preoccupato di utilizzare una lingua non specialistica, non troppo criptica o tecnica. Ho sempre cercato di scrivere come se volessi consegnare queste note alla futura memoria dei miei figli. Il fatto di ripubblicarle in volume è un tentativo di evitare un loro uso arbitrario da parte dei miei eredi o degli editori quando non ci sarò più. Non ho mai amato le vedove e i figli che si inseriscono in modo avventato nella memoria culturale degli scrittori”.
Perché “giornalista involontario”?
“L’aggettivo involontario dice diverse cose. Innanzitutto che non sono un giornalista professionista. Ad esempio non ho mai fatto cronaca. Io ho fatto, al massimo, il reporter culturale. Mi è piaciuto piuttosto osservare e valutare alcuni fatti, alcuni fenomeni. All’origine non c’è una scelta programmata. Involontario, poi, vuol dire che il mio svolgere un lavoro di carattere giornalistico è legato soprattutto al gusto di partecipare a determinati dibattiti e discussioni. Il volume è diviso in quattro sezioni: Interviste (da Italo Calvino a Toni Morrison, da Jorge Amado a Tiziano Sclavi); Reporter (cronache letterarie, premi, ecc.); Dialoghi polemici (polemiche, lettere aperte, ecc.); L’Italia nei libri (soprattutto recensioni). In quest’ultima parte ho preso a pretesto i libri degli altri, privilegiando un giornalismo comunicativo, narrativo, sociale. In generale, in generale si è trattato di un discorso non omogeneo, un po’ improvvisato nelle sue tappe,nel nostro Paese”.
Come mai ha scritto un Diario del Sud?
“Il punto di partenza è stata l’attenzione ad alcuni scrittori meridionali. Ripercorrendo la storia della letteratura italiana dell’Otto e Novecento ho fatto una scoperta: gli autori che hanno più contato sono o del Sud o del Triveneto. Gli scrittori metropolitani (quelli di Roma, Milano, Firenze o Bologna) erano i meno esemplari. Se penso a Verga, Pirandello, Tomaso di Lampdusa, Brancati, Vittoriani, Sciascia o a Nievo, Parise, Comisso, mi sembrano gli autori dotati di maggior fascino. Pur essendo legati ai loro territori, hanno manifestato una grande apertura e attenzione verso l’esterno. L’interesse che essi rivestono risiede nel fatto che hanno raccontato la società, i linguaggi, le geografie, la cultura quotidiana delle loro regioni, interessate da processi di mutamento e di evoluzione. Lo hanno fatto con una vitalità molto forte e concreta, evitando il rischio della retorica intellettuale o sentimentale”.
Questo è stato il punto di partenza, ma il suo libro è anche altro…
“Nel 1954 incontrai Elio Vittorini, del quale fui per dodici anni l’assistente. Da allora ho preso ad analizzare la realtà culturale del Sud Italia in maniera approfondita. Ho capito che la cultura meridionale era ricca e proiettata verso l’Europa. Il Meridione non è mai stato provincia, anche a livello filosofico, politico, ecc. Nel libro, poi, la mia attenzione anche alla terra, alla vegetazione, alla cucina, ai profumi, agli odori… Lo si vede bene nelle quattro poesie che ho inserito nel volume. In quella intitolata L’odore della Sicilia ho cercato di dire come l’insieme di questi odori costituisca la civiltà stessa”.
Lei insiste molto sulla dimensione etica del lavoro di scrittore. In cosa consiste?
“Se la letteratura ha un senso, è quello di favorire una sorta di dialogo. Il personaggio, oltre che indagare la propria etica, dialoga con quella della società, mettendola in discussione. L’altro elemento che dà identità alla letteratura, deve essere la messa in scena di un dialogo linguistico e morale. Gli scrittori non devono avere un punto di vista pedagogico, ma di indirizzo etico, e in questo senso svolgono anche un ruolo di formazione civile. Anche in scrittori ludici, come il primo Palazzeschi, o sperimentali, come Gadda, emerge questa dimensione etica, di forte moralità. Ciò accade sempre con gli scrittori migliori, che testimoniano la loro epoca con tutte le sue testimoni. Anche loro sono testimoni involontari, eppure grandi testimoni”.



 

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