Romano-Marinazzo, Puglia in declino?

30/03/2004

Una leva per sollevare la Puglia, di Bepi Martellotta


La Puglia non è ancora riuscita ad interpretare la globalizzazione e tutto ciò che comporta: innovazione dei sistemi produttivi, internazionalizzazione del commercio, influenza delle tecnologie e altro ancora. È questo, in sintesi, l’assunto da cui parte un’interessante volume, scritto a quattro mani da Aldo Romano (docente di Economia e Gestione dell’innovazione presso le facoltà di Ingegneria di Lecce e di Roma II) e Mario Marinazzo (ingegnere, docente alla e-Business management school dell’Isufi di Lecce), dal titolo Puglia in declino? Immaginare il futuro ed investire per il cambiamento (Manni ed., pp. 149, euro 16,00).
Il saggio è interessante per due motivi: non si limita a lamentare ciò che la Puglia non ha ancora fatto per sopravvivere al declino (caso assai raro nella saggistica economica), ma indica possibili strade da percorrere; è scritto con un linguaggio fluido e accessibile a tutti, anche a coloro che non «masticano» quotidianamente termini economici. L’analisi parte dall’ambiguo atteggiamento con cui le istituzioni pubbliche e gli attori dell’economia pugliese hanno affrontato, nei primi anni ’80, il «nuovo» che avanzava, la globalizzazione appunto. Una sorta di incertezza, che si traduceva nell’esorcizzare la velocità dei cambiamenti per evitare una necessaria riorganizzazione del proprio sistema economico e sociale, ha prodotto risultati che sono oggi sotto gli occhi di tutti: da trent’anni il pugliese medio produce il 40% della ricchezza prodotta da un cittadino degli Usa, esattamente la metà di quanto produce un italiano del Nord. Il tutto si traduce in caduta di competitività e declino delle tradizionali produzioni pugliesi e dei distretti che le hanno portate alla luce (tessile, calzaturiero, salotto ecc.).
Stessa sorte è toccata ai cosiddetti «poli propulsivi dello sviluppo»), ovvero i centri di ricerca come il Pastis di Mesagne o Tecnopolis di Valenzano, che ancora oggi non hanno messo a frutto l’idea con cui negli anni ’80 furono concepiti: attrarre investimenti e imprese esogene e avviare un partenariato tecnico-finanziario tra aziende e mondo della ricerca. Infatti, oggi il sistema industriale pugliese spende un quindicesimo di quanto spende in media quello europeo per la ricerca. E ancora, non è un caso se all’incessante fugga dei cervelli si accompagna una produttività legata a settori a basso tasso di crescita, con un’esigua presenza in settori ad alta crescita. In un contesto del genere, parlare di declino non significa, insomma, essere catastrofisti, anzi.
Veniamo, allora, alle possibili ricette che i due autori, forti di un’esperienza sul «campo» (nell’impresa e nell’accademia), indicano: sfruttamento delle nano e bio-tecnologie, che presto genereranno «nuovi prodotti, nuovi processi, nuovi settori, nuovi mercati e modificheranno i nostri stili di vita»; maggiore sinergia tra servizi offerti (si pensi al ruolo della pubblica amministrazione locale) e settori produttivi; miglior utilizzo del capitale umano (sostituendo il «criterio della gerarchia e del lavoro parcellizzato» con «il criterio della responsabilità individuale e della collaborazione»); creazione di un «sistema regionale di innovazione», che nasca da una relazione efficace tra imprese e istituzioni della ricerca e che riesca a far incontrare domanda e offerta di innovazione; aumento della spesa pubblica per infrastrutture dando priorità a quelle immateriali rispetto a quelle materiali (più computer e meno strade).
Tutti questi strumenti, dicono gli autori, possono rivelarsi utili se messi in atto da una visione condivisa dello sviluppo pugliese, se cioè matura una «politica di cambiamenti dettata (…) dall’aspirazione a vantaggi futuri». Con un’indicazione anche per chi dovrà governare la Puglia: serve, scrivono, una guida istituzionale che sappia «generare e sollecitare visioni strategiche», che sappia «immaginare il futuro e porlo come condizione alle scelte di oggi», che sappia far aderire la Puglia «ai grandi cambiamenti che stanno caratterizzando i territori evoluti».



 

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