Sandro Dell'Orco, La dimora unica

14/12/2009

Da un punto di vista strettamente beckettiano, di Federico Platania

La dimora unica di Sandro Dell'Orco, pièce teatrale in tre scene da poco edita per i tipi di Manni, rientra di diritto in quella indefinibile ma necessaria terza categoria della mia bibliografia beckettiana composta da quei testi che non sono né di Beckett né su Beckett ma che con Beckett hanno molto, moltissimo, a che fare.
Si affianca, ad esempio, ai racconti di Osvaldo Guerrieri (L'ultimo nastro di Beckett, Aliberti, 2004) e ancor di più a Wordstar(s) di Vitaliano Trevisan (Sironi, 2004). Ma se questi due testi raccontavano (il primo) e mettevano in scena (il secondo) Beckett come personaggio, La dimora unica porta sul palco due personaggi che si rivelano beckettiani fin dentro il midollo.
Arturo e Sergio, questi i nomi, uguali nel vestire, il primo più anziano del secondo, si ritrovano chiusi in una stanza spoglia. Eccettuato il fugace incontro con un personaggio femminile tutta la tensione drammatica si snoda attraverso i gangli del dialogo, nel confronto-scontro tra i due, nel basso continuo dei temi ora altisonanti ora futili che la coppia affronta nella conversazione.
Pur giocando spesso su registri in contrasto (dal lessico filosofico si passa repentinamente a espressioni volgari, e viceversa) la lingua è lontana dall'oralità, coscientemente letteraria (come sempre in Dell'Orco, del resto, di cui ricordo qui almeno il romanzo Delfi pubblicato due anni fa da Hacca). È senza dubbio un "teatro di parola" quello proposto dal testo, assai distante (sebbene non del tutto separato) dal "teatro di regia" oggi presente sulla maggior parte dei palcoscenici.
Ma non voglio insistere in un'analisi troppo approfondita del testo in senso lato (anche se ho avuto l'impressione che stavolta Dell'Orco abbia giocato più sulla forma andando a indebolire la carica allegorica dei contenuti, che risuona più forte nei suoi precedenti romanzi): da curatore di www.samuelbeckett.it preferisco commentare La dimora unica dal punto di vista strettamente beckettiano.
Ebbene, la pièce di Dell'Orco è una sorta di arabesco delle opere dell'Irlandese, una specie di matrioska godottiana dove ogni riferimento al teatro di Beckett ne nasconde un altro, e così via.
Due i grandi capolavori che Dell'Orco sembra aver tenuto sulla scrivania durante la stesura della sua pièce: Aspettando Godot e Finale di Partita (a cui aggiungerei, forse, Giorni Felici, per certe allusioni alla possibilità, vagheggiata dai personaggi, di suicidarsi - allusione che, del resto, è già un rimando interno beckettiano, visto che compare in entrambi i capolavori poc'anzi citati - e un testo che non è di Beckett ma che pure mi sembra di sentire risuonare ogni tanto tra le pagine: Porta chiusa di Sartre).
Il rapporto tra Arturo e Sergio (forse padre e figlio, come Hamm e Clov), la casa bunker in cui si svolge l'azione, la catastrofe che la circonda, l'umanità forse estinta, sono chiari omaggi a Finale di partita. Ma è la struttura dei dialoghi a incollare immediatamente le pagine de La dimora unica ad Aspettando Godot (e più ancora, direi, al romanzo Mercier e Camier che del Godot rappresenta l'acerba e leggera prova d'orchestra).
Al lettore appassionato dell'opera di Samuel Beckett consiglio di leggere La dimora unica come una caccia al tesoro alla ricerca delle numerose tracce beckettiane disseminate nel testo (non sarà una ricerca difficile). Se poi questa caccia al tesoro divertirà o annoierà, questo solo ogni singolo lettore beckettiano potrà dirlo.

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