Sandro Dell'Orco, La dimora unica

03/12/2009

Arcipelago libri, di Alberto Toni

Con “La dimora unica” (Manni, 114 pagine, 14 euro), Sandro Dell’Orco, autore di due originali romanzi, “I Benefattori” del 1996 e “Delfi” del 2007, sperimenta il genere del teatro. In una stanza chiusa due personaggi, Arturo e Sergio, con in più una terza figura, misterioso archetipo femminile, Elvira, agiscono, potremmo dire, senza una finalità. Ma il teatro, si sa, è azione, e allora tanto basta a creare una mitologia quotidiana, fatta di paradossi, dentro una realtà metaforizzata all’eccesso, apocalittica e apparentemente senza via d’uscita. Un teatro nel teatro, claustrofobia e tensione verso l’esterno, dentro e fuori, la dicotomia dell’essere negli impulsi primordiali, che però anche qui sembrano incorniciati nella finzione: fame, sete, aggressività e riconciliazione, tutto è ricondotto a un tempo senza tempo, a un luogo senza definizione. La realtà e la sua negazione: il diluvio e la distruzione, e poi il contrario di tutto ciò, come in una sospensione, un limbo inquieto e drammatico. Non poteva esserci strategia migliore per raccontare il nuovo secolo: la spirale novecentesca, e in particolare Beckett e Ionesco, ma nel contempo già fuori, in una via di fuga, selva intricata di simboli e nodi ancora da sciogliere. Per Dell’Orco la parola futuro è una vuota parabola, l’uscita di scena di uno dei personaggi coinvolge nella fine tutta la drammaturgia dell’azione. Siamo relegati in una condizione di prigionia collettiva, l’io è anche un altro di cui non possiamo sbarazzarci. Un testo a scatole cinesi, in cui le azioni sono il perno di una riflessione sull’uomo e sul teatro, sul concetto di libertà e di difesa.

           

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