Sandro Dell'Orco, La dimora unica

01/12/2009
La sottile fune di un equilibrista, di Gianni Ferrara

La scelta di Sandro Dell’Orco di cimentarsi nella difficile stesura di un testo teatrale non mi ha sorpreso, perché già dal suo romanzo “Delfi” si evinceva sia un originalissimo stile surreale, che ben si adatta al teatro sperimentale, sia una minuziosa capacità descrittiva dei personaggi, tanto che questi alla fine sembravano emergere dall’astratta bidimensionalità delle pagine per apparire reali nella immaginazione del lettore. Per uno scrittore il teatro rimane sempre la sfida più coraggiosa; sul palco infatti si assottiglia il confine tra reale ed irreale e la storia, con tutti i suoi personaggi, è soggetta alle leggi dello spazio e del tempo, annullando così anche la profonda voragine che separa l’arte dal fruitore. Dell’Orco riesce nell’impresa, evitando abilmente i pericoli che si annidano in ogni rappresentazione teatrale, portando al centro della scena come unica protagonista la parola.

Parola che fugge dalla personale e silente dimora del lettore per diventare voce udita e condivisa dal pubblico, suono che interrompe “il niente” così come la sottile fune di un equilibrista segna l’incerto confine tra lui e il vuoto. L’ambientazione scenografica de “La dimora unica” è minimale, e i tre personaggi, nell’alternarsi del buio e della luce, si mostrano indossando abiti di varie gradazioni di grigio. Il nero e le molte sfumature di grigio sono i soli colori che si vedono in scena, come se quelli più vivaci appartenessero al mondo reale, o forse sarebbe più corretto dire a quello variopinto della rappresentazione del reale, perché tra il mondo della finzione e quello inconoscibile della realtà c’è l’invalicabile ed ingannevole filtro della rappresentazione. Se il bianco e il nero hanno sempre rappresentato l’inconciliabilità degli opposti da cui deriva l’armonia, il grigio, che nasce dalla fusione di questi due colori, rappresenta la disarmonia, l’incomunicabilità ed il caos. Arturo e Sergio, i personaggi principali de “La dimora unica” (solo in qualche scena ai due si unirà Elvira.), si trovano all’interno di una fortezza-prigione dalla quale non possono fuggire; all’esterno una catastrofica alluvione ha letteralmente sommerso ogni cosa, riducendo il mondo ad una vasta distesa di acqua e fango. Entrambi, come unici superstiti di questo nuovo diluvio biblico, possono solo opporre solo una strenua resistenza alla loro inevitabile fine. I due naufraghi però non hanno viveri e i loro unici miseri mezzi di sostentamento sono un pezzo di cioccolata ed un panino stantio, che finisce per essere gettato fuori dalla porta. L’unica possibilità di salvezza che i protagonisti hanno è quella di tentare di uscire dalla fortezza, ma questa operazione sembra impossibile. O è forse la volontà di riuscire che manca ai due? E poi siamo davvero sicuri che Arturo e Sergio siano due persone diverse e non la duplice proiezione di una sola? In fondo “Sergio è uguale a com’era Arturo vent’anni prima”, e le loro animate discussioni non sono altro che lo scontro tra ragione e coscienza.
Quando però, alla fine della piéce, il buio piomba sulla scena, il pubblico dovrebbe essere stimolato a porsi altre domande, ad esempio interrogarsi se metaforicamente si trovi dentro o fuori dalla fortezza, e una volta chiuso il sipario, riflettere se non siano già iniziate le terribili piogge che anticipano il diluvio universale. Diluvio che sicuramente non porterà alla fine del genere umano, ma soltanto dell’umanità intesa come il sentimento più elevato dell’uomo.

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