Sandro Dell'Orco, La dimora unica

20/04/2010
Dell’Orco: guardando a Beckett con malizia, di Renato Minore
 
La dimora unica di Sandro Dell’Orco, da poco edita dall’editore Manni, rientra in quei testi che non appartengono per ovvie ragioni al teatro dell’assurdo, ma che con Beckett hanno molto, moltissimo, a che fare. Già la struttura della pièce (che sarà presentata domani presso la Sala Convegni Santa Maria, piazza del Collegio Romano 5, da Giuseppe Benelli, Elio Matassi, Elio Pecora, Claudio Strinati, Riccardo Reim ne legge alcuni brani, accompagnato al violoncello da Leila Shirvani) con due personaggi che si confrontano per tutta la durata dell’opera richiama fortemente Aspettando Godot e Finale di partita di Beckett. Ed evoca ancora più fortemente quello che Beckett diceva della sua seconda opera quando segnalava l’analogia tra il contenuto del testo e il gioco degli scacchi. Non tutte le partite a scacchi si chiudono con il finale di partita.
È nella sceneggiatura, nella scrittura del dialogo che Dell’Orco impone il suggello alla pièce schierandosi palesemente per la forza del teatro di parola più che sulle trovate del teatro di regia. E la conversazione sembra ricalcare maggiormente le oscillazioni della modernità, che non il filo rosso della macchinazione beckettiana. I temi sono ora futili ora altisonanti. La lingua non ricalca i moduli dello stile colloquiale. È alta, letteraria. Grecizzante. Ricorda il romanzo dello stesso autore, Delfi, pubblicato qualche anno fa con l’editore Hacca. Si passa dal lessico filosofico a quello più scurrile e trash, in un basso continuo interrotto solo dalla fugace apparizione di un personaggio femminile. I personaggi vagheggiano una tendenza al suicidio che fa pensare ancora a Giorni felici.
Il lavoro sul linguaggio e la vitalità che ne emerge dimostrano che Dell’Orco ha voluto usare con sapiente malizia le strutture e i motivi del teatro di Beckett per scrivere un inno mesto, ma orgoglioso alla razionalità del ricercare e dello scrutare. Razionalità orgogliosa del suo lavoro e delle sue premesse nonostante rimanga orfana di risultati consolatori e di conclusioni dogmatiche.

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