Sangu

06/03/2011

Il lato oscuro della Puglia, di Antonio Di Giacomo

Donpasta e Livio Romano, Carlo D’Amicis e Omar Di Monopoli: sono solo alcuni dei dieci scrittori che hanno partecipato, con un loro racconto, all’antologia noir Sangu, da domani nelle librerie con Manni editore. A ispirare un racconto anche l’odissea tragica di Sarah Scazzi ad Avetrana, la raccolta, racconta Agnese Manni, «è nata dalla volontà d’indagare la faccia oscura della Puglia. Perché questa terra non è un’isola felice».
In dialetto salentino “Sangu” vuol dire sangue. Come quello versato da Sarah Scazzi ad Avetrana. È per questo che Manni editori ha deciso d’intitolare Sangu l’antologia di Racconti noir di Puglia da domani in libreria. Un volume che ha tutta l’aria di essere un esperimento visto che vi partecipano ben dieci narratori che, ad eccezione di Omar Di Monopoli, si sono ritrovati nella loro prima incursione nel noir: Cosimo Argentina, Rossano Atsremo, Piero Calò, Carlo D’Amicis, donpasta, Elisabetta Liguori, Piero Manni, Livio Romano, Enzo Verrengia. «L’idea di Sangu è nata – riconosce l’editore Agnese Manni – anche dalle riflessioni scaturite dinanzi all’attenzione mediatica su Avetrana, che ha restituito un’immagine stridente rispetto al Salento da cartolina. Non ci sono, infatti, solo la Taranta e la Puglia della rinascita: ci è sembrato opportuno allora interrogare la faccia oscura della nostra terra. Perché venisse a galla la Puglia vera, anche oltre la stessa Avetrana dei veleni: un luogo dove resistono il caporalato, la corruzione, i legami oscuri fra le istituzioni e le mafie che, dal Gargano al Salento, sono vive e vegete. Perché la nostra non è un’isola felice».
Ne sa qualcosa uno scrittore noir come Omar Di Monopoli, autore per Sangu del racconto Maledetta maciàra. «Vivo a Manduria, ad appena 6 chilometri da Avetrana e – confida – ho vissuto sulla mia pelle l’eco di tanto dolore e lo stesso asserragliamento mediatico. Da qui, nell’ambito della mia ricerca letteraria sul southern gothic in salsa pugliese, il tentativo di esorcizzare in chiave letteraria l’aura di cupezza che ha avvolto la Puglia in quest’ultimo anno a cominciare dal caso Scazzi». La storia, dunque. «È il racconto in prima persona fatto da un popolano, in un indefinito paese del Salento che – anticipa – parla della sparizione di un bambino e della conseguente accusa nei confronti di una maciàra, una sorta di fattucchiera. Un personaggio che sta alla storia come Michele Misseri all’omicidio di Sarah, in comune essere una figura borderline. Ho raccontato una vicenda da sé, naturalmente, ma non è difficile vedervi specchiati alcuni aspetti della storia di Avetrana, a partire dal ruolo dei media».
Una cifra splatter, invece, per Rifiuti speciali, il racconto di Livio Romano che esordisce con una “confessione”: «Non ho mai letto un noir in vita mia, a parte Delitto e castigo, a suo modo un capostipite del genere. Così quando Agnese Manni mi ha cercato non sapevo da che parte cominciare ma, poiché il mio tratto è raccontare la realtà stemperandola nel grottesco, alla fine m’è venuto fuori un racconto molto splatter. Volevo essere cattivo nel denunciare certe cose e mi ha guidato il mio spirito anticlericale., nel tentativo di evidenziare la gestione del potere da parte della chiesa. La storia avviene in un grande ospedale, dove ci sono delle suore invischiate in un traffico d’organi: da lì ho schiacciato l’acceleratore sulla mia creatività, senza pormi freni».
Un’altra “ammissione”, poi, per Daniele De Michele alias donpasta, nell’antologia con Esercizi di stile su un uomo, una donna, un malvivente, un clandestino. «Un po’ cominciava a starmi stretta – racconta – l’idea di parlare sempre di cibo e ho colto a balzo l’occasione per confrontarmi con un tipo di scrittura che non è la mia. Ho immaginato allora un contesto reale dal quale estrarre una morale ecco la scelta di raccontare i temi del caporalato, guardando da una parte all’insurrezione di Rosarno, uno dei rari casi in cui uno del Sud si è rivoltato alla mafia, e forse non per caso l’hanno fatto i clandestini sfruttati, e dall’altra al giornalismo coraggioso. Ho usato, insomma, gli schemi del noir per parlare del nostro presente».
Superata dalla realtà, invece, la storia di Ammazzare i morti di Carlo D’Amicis: «È il racconto, in prima persona, di un albanese che, da fare il caporale nel Foggiano, si trasferisce nel Salento dove comincia a lavorare in un istituto di vigilanza e qui, insieme ad altri tre colleghi un po’ sbandati come lui, decide di rapire una bara. L’avevo scritto a dicembre, ben prima del trafugamento della tomba di Bongiorno! E m’interessava descrivere una Puglia fuori stagione, ambientando la narrazione in una località balneare disabitata d’inverno e, soprattutto focalizzare il confine sfumato fra legalità e illegalità: nelle mie intenzioni, i protagonisti della storia sono dei simpatici e disperati cialtroni».

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