Sirella D'Amato, Nullo D'Amato

06/06/2006

Nullo D'Amato. Eclettico, inesausto sperimentatore, di Claudia Presicce

Chi lo ha conosciuto ricorda la sua ironia, arguta e intelligente, a volte cinica, anche estenuante, spesso malinconica, mai volgare. Chi lo conobbe attraverso le sue opere avrà colto facilmente la sua interiorità di artista comunicativo, un mondo di sfaccettature, complicato, poliedrico, inesauribile come i tratti infiniti che utilizzava per raccontare la sua visione delle cose nei suoi disegni, nelle sue ceramiche. Sirella D’Amato nel suo libro Nullo D’Amato. Il tempo e i luoghi non può che ricordare l’artista, pittore, incisore e scultore salentino come una figlia inebriata dal genio artistico del padre, ma anche dalla sua voglia di vivere e godere appieno della vita che lo portò a conoscere l’Europa, a seguire le Biennali d’arte a Venezia, l’Expo di Bruxelles del ’58, a cercare sempre di partecipare a tutti i momenti più significativi del mondo dell’arte dalla metà del Novecento in poi. Una voglia di crescere che da giovanissimo lo aveva spinto a lasciare la sua San Cesario, a studiare al liceo artistico di Roma, a frequentare lì Valle Giulia, la facoltà di Architettura e gli ambienti romani dell’arte di fine anni Trenta accanto a personaggi come Giorgio De Chirico, ritrovarsi spesso in via Panisperna in quell’Istituto di Fisica in cui operavano giovani ricercatori guidati da un tal Enrico Fermi. Questo spirito, unito ad uno sperimentalismo che lo portò a non chiudere mai la sua eclettica vena artistica in un’unica espressione definita, lo rese diverso da tanti meridionali indolenti suoi conterranei che pure tanto amò.
Raccontare oggi D’Amato, attraverso queste pagine della figlia, significa raccontare un’epoca, dagli anni Trenta romani, ai Quaranta di riviste culturali come “Libera voce” o “Vendetta mediterranea”, ai Cinquanta, Sessanta, Settanta in cui in un Salento operoso si raccoglievano nomi del mondo dell’arte e della cultura. I ricordi si intrecciano nel tempo in cui all’università di Lecce insegnavano Maria Corti, Oronzo Parlangeli, il poeta Diego Valeri, in cui si passava dall’uso della Seicento alla 1100, in cui si cercava una nuova storia nelle botteghe della cartapesta dei maestri Antonio Malecore e Angelo Capoccia che tanto D’Amato ammirò e appoggiò.
Scrivendo di questo artista e sperimentatore inesausto, non si trascurano infatti nel libro i personaggi che animarono quel mondo inquieto, dentro e fuori di lui: si legge che oggi, camminando tra le strade di Lecce e vedendo nomi come via Fernando Manno, via Attilio Biasco, via Mario Moscardino, via Antonio D’Andrea, via Michele Palumbo, piazzetta Vittorio Bodini, via Nicola Vacca e tanti altri ancora, per Sirella D’Amato è “come tornare fra volti e voci dell’infanzia”. Perché D’Amato amava la compagnia, credeva nello scambio proficuo tra artisti, si nutriva del più vivido scambio umano qualificante. Anche per questo fu un insegnante generoso, sia a Roma che a Lecce.
Un’idea dell’opera poliedrica dell’artista si è potuta avere recentemente grazie alla personale a lui dedicata dalla “sua” San Cesario, a Palazzo Ducale. Lo stesso luogo era stato oggetto di molte incisioni di D’Amato, che praticamente raccontò nelle sue opere, nelle ceramiche e nei disegni, il dinamismo che vedeva nei monumenti della sua terra, dalle facciate agli altari barocchi, dalle Porte alle cupole: animò il nostro barocco di movimento, con cavalli e uccelli, o colori intensi. Oggetto di opere uniche fu poi l’amata grotta della Zinzulusa di Castro, che ritrasse in composizione di mattonelle di ceramica risultate cornucopie di colori. La passione per questi luoghi, ma anche per la ceramica e l’incisione, per la tessitura artigianale, per i continui spostamenti verso i “luoghi” dell’arte le condivise con la seconda moglie, l’artista Carla Verardi, nell’ultima parte della sua vita, intensa e traboccante di entusiasmi. Furono anche anni di creatività estrema in cui D’Amato espose frequentemente a Lecce, al Sedile e nelle nuove gallerie, all’Osanna di Nardò, a Taranto.
D’Amato amò molto i colori e lo splendore del Salento antico che gli aveva dato i natali. Odiava vederlo offeso, vituperato spesso dai suoi stessi abitanti. Il suo sguardo incisivo diventò anche un tutt’uno con l’obiettivo della sua macchina fotografica, con la quale cercò di fermare per sempre attimi, angoli, ombre, luci inconsuete. Un’esperienza delle tante foriere sempre di grandi aspettative fu quella con Francesco Rosi, quando il regista venne a cercare le location più adatte al copione del suo film Tre fratelli. Rosi volle D’Amato al suo fianco per preparare il book fotografico dei luoghi più adatti e insieme si aggirarono tra Lecce e il Salento.
A ventiquattro anni dalla sua scomparsa raccolte di D’Amato sono state esposte a Lecce, Udine, Monteroni e San Cesario. Ma di lui dovrebbe essere ancora raccontato molto.

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