Sonia Savioli, Marea nera

26/10/2016

Un argine alla marea nera, di Antonietta Pianigiani

"Marea nera" è appena uscito nelle librerie.

Una bambina che vede le anime dei morti, un bambino luminoso e fragile. Un padre e una madre chiusi nell'avida ambizione dei tempi in cui viviamo. Una vicenda triste e piena della vitalità e della gioia di vivere dell’infanzia e dell’adolescenza.

La prima cosa che mi ha colpito, leggendo il libro di Sonia, è stato l’alto valore pedagogico e sociologico della sua opera.

Sonia affronta, in un contesto quale quello del nostro tempo, le dinamiche familiari e anche sociali, insieme al male che possono produrre le relazioni umane, in una società malata e competitiva come la nostra, dove i comportamenti umani si dipanano alla luce di una trama più oscura: la “marea nera” appunto.

Tutto questo in una narrazione che non definirei semplicemente avvincente, ma di più, una narrazione che traporta il lettore in una spirale ben costruita lungo le infinite risorse della psicologia umana.

E’ il romanzo della possibilità di riscattarsi, possibilità che è data a tutti, anche se poi la differenza la fanno il coraggio e la forza individuale per uscire dagli stereotipi di una conformità livellante.

La vera forza del riscatto è il prendere coscienza delle dinamiche oscure del nostro tempo, della Marea Nera.

Tutto questo Sonia lo espone in una costruzione linguistica rispettosa della forma e del lettore, cosa non scontata in un’epoca come la nostra di alterazione delle regole morfologiche, tipica del linguaggio di WhatsApp.

Sottolineo di Sonia la bravura descrittiva, che già conoscevo, ma che questa volta si evidenzia soprattutto nei confronti dei sentimenti, dell’interiorità umana ; talvolta Sonia è così puntuale che permette al lettore di “entrare” nella testa di Silvana , narratrice interna e protagonista del racconto.

Vorrei riportare alcuni brevi brani.

La festa con i miei amici, per la prima volta quell’anno, l’avevo fatta da sola: ce n’eravamo andati in una sala da tè sui Navigli, dove ci eravamo abbuffati di pasticcini; poi avevamo camminato un’ora per raggiungere un piccolo, scalcinato lunapark, e lì avevamo fatto sette giri sul calcinculo urlando e ridendo come matti finché, dopo aver acchiappato il fiocco per la terza volta, Elena si era sentita male e aveva vomitato tutti i pasticcini sul suolo polveroso accanto alla giostra, mentre Mattia le teneva la fronte e il giostraio probabilmente ci insultava in una lingua che, per fortuna, non capivamo. Era stata una giornata memorabile, divertente e ricca di esperienze, che in quel periodo erano una delle cose di cui ci importava di più e che cercavamo con perseveranza.

…. Lei si sedette nel salone, sulla poltrona di fronte al pianoforte, e disse: “Era bella quella musica. La suoneresti ancora, per piacere?”

Lo disse quietamente, con voce spenta ma carezzevole e io ricordo bene il brivido. Credo sia quello che permette ai gatti di fare le fusa. Un brivido che nasce nel petto, o forse non un brivido ma invece una vampata di tepore. Fu uno degli attimi in cui sentii di avere davvero una madre. A chi è rimasto tanto tempo al freddo, il calore improvviso suscita un brivido profondo.

Nel parco il rombo di Milano si attenuava senza cessare, come il rombo di un assedio, ma la cittadella assediata appariva sicura e indifferente; c’era persino un refolo di vento che faceva stormire le foglie, e quel loro mormorio evocava spazi immensi e vivi e umanamente desolati: la libertà. Poi c’era il fruscio delle biciclette, le chiacchiere di due donne anziane sedute su una panchina, il ticchettio delle unghie dei cani sull’asfalto dei viali, i richiami dei loro padroni, qualche grido di bambino: rumori che sentivo familiari, come se tutti nel parco fossimo uniti, fossimo il popolo di quell’assediata e inespugnata cittadella. Guardavo in alto le chiome degli alberi per illudermi che l’orizzonte non avesse fine, la brezza e la bruma aiutavano la mia fantasia e i miei sentimenti trasognati e nostalgici… Adesso so quanto fossi felice quel giorno, non lo sapevo allora: credevo che le ansie e i timori che provavo fossero infelicità… Lo so adesso, e non lo sapevo allora, forse davvero come non si sa quanto sia buona l’acqua finché non si sta morendo di sete.

Ora lo so. Il giorno dopo ci dettero la notizia… Da quel momento e per sempre, nel mio ricordo la giornata al parco è luce prima delle tenebre.

Questa ottima descrizione d’ambiente si intreccia e si fonde con quella intimista.

A chi non è capitato lo stesso: associare gli ambienti ai ricordi belli o tragici, ricordare l’ultimo giorno spensierato prima di ricevere una notizia che ci avrebbe cambiato la vita per sempre.

Un’ulteriore riflessione sul libro, che affronta anche il tema della diversità e del modo tipico di affrontarla nel nostro tempo, in cui tutti ricercano la realizzazione e il successo a tutti i costi.

La diversità, anche solo psicologica e caratteriale, diventa un ostacolo. Due sono le soluzioni: relegarla a chi di dovere (psicologo, pediatra, medico, lo specialista di turno) per “guarirla” e quindi eliminarla, oppure annullarla, dimenticandola per non perdere i privilegi del lusso e del successo.

In questo romanzo, così profondo e suggestivo, è importantissimo il lato “spirituale”. Questa è l’unica cosa che rivelerò della trama: Silvana vede le anime dei morti, ma solo fino a che queste non hanno rassicurato i vivi, non hanno chiuso con loro una partita aperta, quella che in fondo ha reso più dolorosa la loro perdita.

Un libro sul dramma umano, in un contesto di rivelazione del dolore collettivo e della responsabilità individuale, ma anche un libro sulla bellezza della vita, anche oltre la morte, e sulla la possibilità di difendere e preservare un vivere diverso, alternativo, negli ambienti naturali e sociali ancora “incontaminati”.

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