Tilde Pomes, Amore scarno

01/04/2014

Letture, di Luigi Abiusi

Il presupposto di Amore scarno non sarebbe tanto una scrittura di tipo realistico (con tutte le derive che riguarderebbero questo approccio), quanto, fortunatamente, quella disarticolazione del realismo (mettiamo anche di quello familiare, derobertisiano, e in genere siciliano, ma comunque vicino a un lessico familiare) che trova terreno prospero da una parte nello psicologismo frammentato, molto icastico, e dall’altra in una rappresentazione colorita, rivolta all’esterno, atta a sottolineare (baroccamente) il versante plastico e materico della composizione, per quanto si fondi sugli scatti improvvisi di sagome e sugli scorci perentori, di palazzi, strade, stanze soprattutto, nelle penombre in sfacelo. In effetti la lingua, per nulla mimetica (ma letteraria e lavorata per non sembrare artifiiosa) contribuisce a questa mise en scène di tipo grottesco, con molti accessi di violenza che però non escono da un’aura, come dire, di consapevole fizione, costruzione appunto della scena, per quanto è marcata la gestica, teatrata, sottolineata a ogni lite, ogni accapigliamento, tanto che le parole prendono carne, capelli, sangue (sia pure masticato nell’antro del palato e, a un tratto, sussunto a una rimuginazione interiore di tipo onirico): tutta una fenomenologia dell’attrito, dello scontro interpersonale che non manca di sfumature ironiche per quanto è marcata, si direbbe anche divertita. Tale che allora il senso bruto del mondo emerge con ancora maggior forza (in questa finzione letteraria) che se l’impianto fosse di tipo documentale; e del resto è il centro di queste pagine, soprattutto in rapporto con “l’interno”, come dicevo, dei meandri psicologici dell’infante/ adolescente/ragazza. Un romanzo che sembra scandito appunto da questa dialettica dentro/fuori, interno/esterno, che crea immagini anzitutto, ma anche inferenze, dilatazioni emotivo psichiche, teorie anche letterarie se è vero che altro elemento topico del romanzo è il diario su cui la protagonista appunta i suoi pensieri, sorta di incunabolo di quello che poi sarà, pagina dopo pagina, Amore scarno. All’esterno spiccano i comprimari: padre e madre innanzitutto, tali in misura di una loro perspicua contraddittorietà, specie di marionette appassionate (Marionette che passione!, si direbbe, nella loro esasperata gesticolazione della vita) che non li salva all’interno di quella che sarebbe potuta essere una scrittura sinottica che distinguesse senza mezzi termini i buoni dai cattivi, il morale (o moralistico) dall’immorale, e li staglia invece invischiati nel magma, nell’orografi discontinua di un’immanenza miserabile.

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