Tilde Pomes, Amore scarno

10/04/2013

Il coro delle donne, di Stefano Savella

 

Un palazzo storico, il paesaggio inconfondibile di Ostuni, la nobile famiglia De Albiis divisa al suo interno per motivi di eredità e di tradimenti. Ma soprattutto l’ombra incombente di una violenza primitiva, sia fisica che psicologica, che si scaglia insistentemente, in tutta la sua forza cieca, contro le donne, e in primis contro la piccola Sara. Tutto questo si trova nel romanzo d’esordio di Tilde Pomes, docente di Lettere originaria della provincia di Brindisi e residente ad Altamura, dal titolo Amore scarno (Manni Editori, pp. 192, euro 16). Lo scenario del romanzo è apparentemente quello di una provincia pugliese senza tempo, sensazione acuita dalla collocazione degli eventi quasi esclusivamente tra le mura dell’antico palazzo di proprietà dei De Albiis: mura che, in contrasto con la luminosità della «città bianca» per eccellenza, bene esprimono l’oppressione che si sedimenta, violenza dopo violenza, nell’animo di Sara, voce narrante del romanzo, ma che contribuiscono anche a dare al racconto una forte impronta teatrale, rafforzata anche dai dialoghi espressi in un linguaggio forbito, di tono alto, con ogni probabilità una precisa scelta stilistica dell’autrice.
Intorno a Sara si coagulano una serie di personaggi, prevalentemente familiari, con i quali si radicalizzeranno, a fasi alterne, situazioni anche di forte conflittualità: prima tra tutte la madre Elvira, divisa tra la cieca violenza subita dal marito e l’attaccamento inesausto al palazzo, considerato come fattore insostituibile della sua stessa vita («Tra mia madre e il palazzo non sembravano esserci confini. L’una era dentro l’altro, e viceversa, al punto da poterle leggere in volto l’esperienza del sublime. [...] Il luogo era lo specchio della sua anima»). Pieno d’amore è invece il rapporto con la nonna, omonima di Sara, “regina” del palazzo, icona dell’unione tra saggezza popolare e religliosità tradizionale, che vive sulla sua pelle le lotte intestine della famiglia sulla divisione del palazzo («Madonna del Soccorso, aiutami! Levami dall’impiccio: fa’ che quei gufi guastamestieri incaponiti dei miei figli [...] mettano un po’ di sale in zucca! Si sono incapricciati di questo palazzo…»). E poi ancora lo zio prete Amedeo, la cameriera e governante Mariozza, il piccolo fratellino Angiolino, la segretaria e amante del padre Anna Pepe, l’aspirante psicologa Ada Virgaldi, finanche un cameo di Domenico Modugno.
Proprio la fugace presenza di Modugno (il romanzo è ambientato tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento) rappresenterà uno dei pochi momenti di tranquillità familiare e nei rapporti tra padre e figlia, insieme alle prime settimane di permanenza della psicologa Ada. La loro è in tutti gli altri momenti dell’infanzia e dell’adolescenza di Sara una relazione aspra, in cui il padre Umberto, soprannominato Mister Opale come il protagonista mostruoso del film Il testamento del mostro del 1959 che scioccherà profondamente la piccola protagonista, fa ricorso frequentemente ad atti di violenza dirompente, che comprometteranno i sentimenti di Sara nei suoi confronti e che l’autrice espone in uno stile duro e asciutto da cui emerge in superficie un grido di dolore che va ad unirsi idealmente al coro delle donne vittime di violenza domestica.
 

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